Scommettere sulla solidarietà

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Sembra proprio incredibile: sentimenti di paura, diffidenza e persino odio, alieni dalla coscienza cristiana, hanno preso forma tra di noi e si sono espressi in vario modo (dalle urne ai social network). Forme di razzismo e xenofobia stanno emergendo nel Paese, spesso legate al fenomeno migratorio. Non possiamo più dare per scontato il cattolicesimo del nostro popolo. E il nemico non è più solamente la secolarizzazione, come abbiamo spesso ripetuto, ma è la paura, l’ostilità, la frattura dei legami sociali e la perdita del senso di solidarietà. Occorrono allora una smossa spirituale, molto coraggio e tanta buona volontà.

 

don Camillo Perrone

E se è vero quello che asseriva il Don Abbondio manzoniano, che uno il coraggio non se lo può dare, è pure vero che almeno una smossa se la può dare per diventare più maturo spiritualmente, più cosciente della dignità della sua umanità, più responsabile e aperto verso gli altri. In questo momento si esprimono sentimenti sordi e nascosti che da tempo si aggirano negli animi degli italiani. Gli umori sociali, le paure non esplodono all’improvviso. La gente non si è sentita ascoltata e ha reagito. Ci vogliono risposte nuove, e non è possibile tornare alle solite retoriche. Purchè – come ha affermato il presidente Mattarella – le istituzioni pubbliche non si facciano contagiare dai “bacilli della divisione, del pregiudizio, della partigianeria, dell’ostilità preconcetta”.

La Chiesa deve parlare con la gente e anche con coloro che oggi sono riusciti a intercettarne umori e idee. Dobbiamo dialogare con ciò che ci fa paura, anche con i sentimenti che la gente sta esprimendo, e che immaginavamo fossero estranei al nostro popolo, cioè “barbari”. E dobbiamo farlo con la consapevolezza del Vangelo, ricordandoci che la Chiesa non può mai accettare di ridursi a partner politico. “Vi chiedo di essere costruttori dell’Italia”, aveva chiesto Francesco nel suo discorso fondamentale, ancora non assimilato, consegnato alla Chiesa italiana a Firenze il 10 novembre 2015. In quel discorso era già prefigurata la situazione attuale.
Il nostro compito oggi come discepoli di Cristo impegnati nelle tensioni della nostra moderna democrazia è quello indicato dal presidente Mattarella: contrastare le “tendenze alla regressione della storia”. E dobbiamo pure ricordare che – come disse Pio XI nel 1938 – “cattolico vuol dire universale, non razzistico, nazionalistico, separatistico”. La cattolicità è sempre antidoto al nazionalismo xenofobo poiché, a differenza della globalizzazione imposta dai mercati, pone al centro la persona e popoli, migranti e poveri compresi.
Affermiamo chiaramente che davvero occorre educarci ed educare la nostra gente alla dimensione socio-politica, ma soprattutto alla dimensione umanitario-caritativa.
Gli italiani non sono razzisti, ma c’è ancora chi fa leva sull’odio razziale per una manciata di voti e consensi popolari. L’onda dei veleni contro gli immigrati, anticamera del razzismo, spesso è cavalcata anche da giornali e tv che alimentano pregiudizi e paure.
Ora ricordiamo nel 1938 il varo della norme volute dal duce Benito Mussolini.
Il cardinale Bassetti ha condannato “i discorsi sulla razza che pensavamo fossero sepolti per sempre”. Occorre vigilare, oggi più che mai, visto il preoccupante ritorno dell’antisemitismo che torna a diffondersi in alcune aree politiche o in alcuni Paesi europei.

S. Severino L.

Leggi razziali del 1938 per non dimenticare e per impegnarci. Praticamente contro la cultura dell’indifferenza e dell’ostilità dobbiamo prenderci cura delle sofferenze altrui.
Cari corregionali, liberiamoci una buona volta dall’individualismo, dalla passività, dalla rassegnazione, da ogni rivalità e gretta chiusura, a favore della solidarietà più autentica.
Quindi vogliamo insistere sul grave dovere dell’accoglienza dei migranti e non solo di questi.
Il problema dell’accoglienza è una nuova espressione della giustizia sociale. E’ un problema di stima e di reciproca accettazione. E’ un problema nuovo che richiede mentalità nuova, coraggio e inventive nuove. Questa se è un dovere per i cristiani, rappresenta anche umanamente un’occasione di formidabile arricchimento. La fede, ma anche l’esperienza concreta, portano a dire che ogni incontro, non solo non ci depaupera di qualcosa, ma al contrario ci arricchisce enormemente.

A proposito, la Diocesi di Tursi-Lagonegro registra nel 2014 (ISTAT) 3668 cittadini stranieri. I comuni con una maggior presenza e con il più lato tasso di presenze rispetto alla popolazione di residenza sono i centri della costa jonica, lungo la valle del Sinni e nel Lagonegrese. Attualmente il numero degli stranieri che si accolgono è cresciuto notevolmente. Anche le altre cinque diocesi lucane si prodigano con ogni mezzo per quanto concerne l’accoglienza dei migranti. Tematica e problematica che deve davvero interpellare tutti, specialmente i cristiani.
La Chiesa dal canto suo viene chiamata, dalla propria fede e dalla realtà storica, a testimoniare ed a vivere che solo la solidarietà ha futuro. L’accoglienza è ormai un evento scritto nella storia del nostro Paese, e la comunità ecclesiale può essere come il lievito che dà vita a tutta la pasta. Il Vangelo ci dona infatti la forza per viverla. Papa Francesco parla di questa, ma nel senso che deve essere sempre legata all’integrazione.

S. Severino L.

Non c’è vera accoglienza se le persone accolte non vengono integrate nel tessuto culturale e sociale del Paese che accoglie. Solo così l’integrazione può diventare una vera risorsa, un’opportunità per tutti.
L’educazione costruisce una nazione e aiuta a costruire la società come luogo di incontro e di impegno comune. Per questo Francesco ha sempre considerato la scuola come “un mezzo importante d’integrazione sociale e nazionale”.
Accogliere i rifugiati e i lavoratori migranti è un imperativo morale per Papa Francesco, il quale ha sempre ribadito che mantenere i confini aperti a coloro che fuggono da guerre e povertà è un dovere che deriva dalla virtù cristiana della carità, dalla compassione verso gli altri. Chiaramente ed effettivamente per un Paese a crescita zero, gli immigrati sono una risorsa di cui non possiamo più farne a meno, se non vogliamo avviarci a una lenta ma inesorabile scomparsa. Quanti ne sono consapevoli? Se vogliamo che l’Italia viva, non c’è altra via che l’accoglienza. L’Italia ha bisogno degli stranieri sia per l’economia che per la sua stessa sopravvivenza, perché non facciamo più figli. E se continuiamo così, ce lo dice l’ONU, gli italiani sono destinati a sparire.
La Caritas italiana sempre più deve testimoniare il valore dell’accoglienza che, se gestita con lungimiranza e nel rispetto delle regole, porta benefici a tutti: ai migranti e alle comunità che li ospitano. Investire su di essa significa investire sul futuro del Paese.
Viviamo un tempo che può diventare occasione di discernimento e di rinascita. L’Italia delle macerie politiche e delle inquietudini sociali può sperare in una vera rinascita nazionale solo a patto di un sussulto di tensione unitaria e di una nuova stagione dei doveri.
Dunque per un futuro certo affermiamo che di fronte alle sfide e alle contraddizioni del nostro tempo, ecco l’obiettivo principale del nostro essere e del nostro agire: essere stimolo e anima perché la comunità tutta cresca nella solidarietà più fraterna e sappia trovare strade sempre nuove per farsi vicina ai più poveri e oggi in primis ai fratelli migranti.

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