La violenza e l’impunità nel regime fascista.

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Dr. Giuseppe Nicola Viceconte

È ricorrente sulla bocca di molti che di fronte ad azione di violenza e disordine che si verificano quotidianamente, dovrebbe ritornare Mussolini per far rispettare la legge.

È una pia illusione secondo me da quello che ho studiato in Storia e da quello che è successo realmente anche nei piccoli paesi.

Da una testimonianza scritta dal defunto dr. Giuseppe Nicola Viceconte, ufficiale sanitario e culture di storia locale, riportiamo:

“nel lontano 1922, agli albori del fascismo già al potere, ma in un clima rivoluzionario ancora rovente, piombarono d’improvviso a Francavilla, provenienti dai paesi vicini, cinquanta e più squadristi in camicia nera e armati, a cui si unirono non pochi fascisti del luogo, al canto di “giovinezza” e al grido di guerra fascista di “eia eia”, baldanzosi ed arroganti, con intenzioni punitive, aggredirono e malmenarono Giuseppe Pangaro, uomo mite e onesto, addetto all’acquedotto del Caramola, padre di Vincenzo Pangaro che si armò di fucile (e che tutto ricorda), e nonno di Carmelo Pangaro a tutti noto, incolpandolo di aver intorbidato l’acqua durante il bivacco fascista.

Quale rito battesimale fascista la prima punizione era quella di ingozzargli a viva forza un buon litro di olio di ricino, nauseante e potente purgante oggi in disuso, a cui seguiva sempre qualcosa di più grave. La farmacia, di proprietà di un fratello Viceconte (n.d. don Felice) era chiusa: intimarono di aprirla. Il fratello maggiore dei nostri padri (n.d. Comm. Giuseppe Nicola) ex Maggiore invalido di guerra, di quella guerra recente che sprizzava ancora lacrime e sangue, affiancato dai fratelli Francesco a Felice, di spalla alla porta e pistola alla mano, con temerario coraggio e con estrema decisione rispose: la farmacia non si apre; chi si avvicina è un uomo morto e io con lui! I fascisti desistettero. Fu paura? È impensabile; fu mutuo rispetto per quel temerario coraggio in difesa di un estraneo? Fu buonsenso dell’addetto al comando? … forse le tre cose insieme; certo è che i bollori si quietarono. Io, a distanza, fui presente a quella scena e ricordo Vincenzo Pangaro figlio  dell’aggredito appostato sul suo tetto con il fucile, in attesa degli eventi, a cui davano manforte, armati, Vincenzo Buccino, Vincenzo Console, Nicola Vitola ed altri amici defunti.

Comm. G. N. Viceocnte

Un anno dopo, una giovane guardia comunale di qui, con moglie e sette figli a nome Francesco Mele, che ricordo, fu assassinato in servizio, a colpi di randello, da uno squadrista fascista in camicia nera e armato che gli aveva intimato di far tre passi indietro; la sua famiglia disfatta e in miseria fu costretta a emigrare in America. Anche allora un alto senso del dover e di giustizia spinse quel fratello maggiore (del comm. Giuseppe Nicola Viceconte) a sostenere temerariamente la difesa dell’ucciso, impensabile a quei tempi che altri avvocati per codardia si rifiutarono. Ebbe inoltre l’ardire in presenza della Corte di avventarsi addosso ad un temuto gerarca fascista di Potenza che difendeva l’assassino e che lo aveva insultato. L’omicida se la cavò e bastò a non incrinare la coscienza della legge, con qualche anno di galera.”

Questo è quello che accadde nel nostro piccolo comune, a livello nazionale solo a titolo di esempio ricordiamo il delitto di Giacomo Matteotti, parlamentare socialista che nella camera dei deputati denunciò la corruzione del Duce e del Re d’Italia nell’affare del petrolio. Mussolini si assunse la responsabilità dell’omicidio e non fu neanche processato.

Giacomo Matteotti

Nella Repubblica italiana invece, le cose andarono e vanno diversamente anche con tutti i limiti umani. Andò in galera il ministro Tanassi, fu condannato Bettino Craxi leader socialista; è stato condannato Berlusconi e oggi vediamo il ministro Salvini sotto processo. Il grande Presidente Pertini disse che è meglio la più sgangherata repubblica che la più perfetta dittatura.

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