La grande Guerra un secolo dopo

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Ricorre quest’anno il centenario della conclusione della 1°guerra mondiale e non mancano dappertutto, com’è giusto che sia, iniziative utili non tanto a celebrare quanto a ricordare.
Un conflitto che fu subìto dalla gran parte della popolazione italiana che oltre a dare un altissimo contributo di sangue si trovò forse, per la prima volta unita, da nord a sud.
Sarebbe del tutto fuori luogo celebrare la tragedia di un evento, che per l’Italia e per l’Europa fu assolutamente disastroso.
La prima guerra mondiale fu combattuta dal 1915 al 1918 e coinvolse tutto il mondo civile.

Don Camillo Perrone

Benedetto XV – Papa del tempo – si dedicò a fare opera di pace. Furono numerosi i suoi appelli alla pace; è rimasto famoso quello del 28 luglio 1915 con il quale chiedeva ai belligeranti che si intendessero per vie pacifiche, che tenessero presenti le giuste aspirazioni dei popoli “perché le nazioni non muoiono”.
In una nota riservata ai governanti del 1 agosto 1917 fu ancora più concreto e fissava le condizioni per una pace giusta e duratura: diminuzione degli armamenti, apertura dei mari, condono dei danni di guerra, restituzione dei territori occupati, arbitrato fra le nazioni.
La Nota fece molta impressione, ma nessuno la volle ascoltare.
Intanto il Papa si era dedicato ad alleviare i dolori e le conseguenze della guerra.
Il Vaticano era diventato una centrale della carità. Si interessò di inviare soccorsi alle popolazioni colpite; ottenne lo scambio dei prigionieri; ottenne lo scambio di notizie fra i prigionieri e le famiglie, il riposo festivo ai prigionieri, il rispetto dei cimiteri di guerra, la mitigazione delle pene, la liberazione di ostaggi e il rimpatrio di molti prigionieri ammalati e invalidi.
Nonostante questo, alla Conferenza della pace la Santa Sede venne esclusa (per l’art.9 del Trattato di Londra fra gli Alleati e l’Italia circa l’entrata di questa in guerra).
E ora alcune cifre significative. Pochi numeri bastano a significare le dimensioni di quell’immane catastrofe: in totale 15 milioni di morti fra militari e civili e 20 milioni di feriti e mutilati; in Italia circa 1.240.000 vittime, fra militari e civili, su 35 milioni e mezzo di abitanti; in Basilicata, che contava all’epoca 485.284 abitanti, 7489 caduti e più di 2000 mutilati e invalidi.

In sostanza, la nostra regione pagò il maggior tributo in termini percentuali fra le regioni italiane e Stigliano fu fra i comuni lucani uno dei più colpiti con 131 vittime su 7000 abitanti, un cospicuo contributo di sangue.
Che dire poi delle terribili sofferenze nelle trincee, dove si conviveva con topi e pidocchi, e i furiosi combattimenti corpo a corpo in zone operative piene di fango e di cadaveri!!…
Tra il 1915 e il 1918, dunque, furono migliaia i contadini lucani, che si videro costretti di colpo a lasciare la zappa e ad imbracciare il fucile, per combattere in terre ignote una guerra, di cui essi non conoscevano le ragioni.
“La Basilicata può essere veramente fiera della sua condotta nella guerra d’Italia, poiché l’eroismo dei suoi figli le ha conquistato un posto di onore intorno all’altare dell’olocausto per l’Italia”. Ecco cosa fu scritto nel 1924 sulla rivista “La Basilicata nel mondo”.
Noi insistiamo su un giusto e doveroso tributo della memoria dei caduti e un monito a non dimenticare il disastro di una guerra orribile, che in una famosa lettera ai capi dei Paesi belligeranti Benedetto XV nel 1917 definì “l’inutile strage”. Essa, infatti, non servì certo a creare le condizioni di giustizia e di pace, tant’è che a distanza di poco più di venti anni in Europa e nel mondo divampò l’incendio ancora più devastante della seconda guerra mondiale.
E a quest’ultima sono seguite altre guerre, che hanno tormentato vaste aree del pianeta: dal Medio Oriente ai Balcani, dall’Africa all’Asia in una girandola infernale.
Purtroppo l’umanità è sempre in vulcanico tumulto. Il “ciclone dell’odio e della morte”, pare si sia particolarmente abbattuto sul mondo. La violenza, il terrorismo, la corruzione, l’immoralità dilagante, gli attentati più gravi contro la libertà, contro la giustizia, contro la vita stanno a significare ciò che ci può dare una società disumanizzata e pregna di materialismo pratico. Fioccano le violenze sessuali, gli stupri, gli assalti alle sinagoghe; imperversano la prepotenza della criminalità organizzata, l’egoismo edonista, il crollo dei valori familiari, lo svilimento della dignità personale. Altri mali sociali da mettere in evidenza quali la xenofobia, la droga, la mafia, lo spopolamento, la disoccupazione, la corsa agli armamenti, la fame nel mondo, la sfacciata disuguaglianza dei beni.
E’ nostro dovere contrapporre all’odio l’amore, difendere dalla violenza l’innocente indifeso, richiamare gli uomini alla fraternità.

Dobbiamo divenire con tenacia e con fede incrollabile i costruttori della “civiltà dell’Amore” nella famiglia, nella vita sociale, nella Chiesa stessa. E’ il nostro dovere in quest’ora torbida e densa di incognite impegnarci a fondo per diffondere e testimoniare i valori umani e cristiani.
Ora che servirebbe dire: “Dio, quante guerre e guerriglie, quante violenze, quante ingiustizie” se poi ce ne stiamo con le mani in mano, senza far niente? Nessuno per nefasto pilatismo deve lavarsene le mani. Nessuno può per egoismo o inerzia farsi complice del male. Non basta condannare la violenza e l’emarginazione. L’unica via è l’impegno nella solidarietà, nella fratellanza autentica. Pertanto chi dovrà ricostruire il tessuto morale e sociale per colmare il pericoloso vuoto che si è creato? Allora non possiamo permetterci il lusso di essere pessimisti! E per non correre il rischio di improvvisare in maniera imprudente e di cedere a retoriche superficialità occorre educarci ed educare alla dimensione socio-politica persone che sappiano essere cittadini consapevoli e attivi e non subiscano passivamente gli avvenimenti, ma sappiano portare energie alla ricerca di un futuro più umanizzato, riscoprendo idealità e competenze per la costruzione del bene comune che è nelle aspirazioni profonde di tutti.

Don_Camillo_Perrone

Urge educare i giovani alla giustizia e alla pace: risuoni in tutti questa istanza che interpella fortemente la nostra società. Tutti noi cerchiamo di conoscere il loro linguaggio per meglio comunicare, i luoghi per meglio incontrarli, i metodi per meglio seguirli e per evitare rinunce e fughe educative.
I giovani devono essere operatori di giustizia e di pace in un mondo complesso e globalizzato, cosa che rende necessaria una nuova alleanza pedagogica di tutti i soggetti responsabili.
E dopo aver assistito, nel secolo scorso a ben due Guerre Mondiali e a una serie infinita di altre guerre ed atrocità di ogni tipo, oggi siamo spettatori impotenti di una sorta di “Guerra mondiale a pezzi” come dice Papa Francesco.
Se ciascuno di noi abbandonerà l’indifferenza e adotterà un impegno concreto per contribuire a migliorare la realtà in cui vive, a partire dalla propria famiglia, dal vicinato e dall’ambiente di lavoro, potremo ottenere la pace, la quale deve significare sviluppo, giustizia sociale, promozione umana, utilizzo razionale delle risorse, cooperazione, disarmo, antimilitarismo, apertura al prossimo. E contro tutte le contraddizioni e perversioni urge proporre un’alternativa credibile che riaffermi i valori evangelici della fraternità, della carità, della comprensione e del dialogo.

Commenti

  1. enustrini ha detto:

    ” La Basilicata deve essere fiera della sua condotta in questa guerra”. Non vedo proprio cosa ci sia di fierezza nell’aver perduto il 20% della propria popolazione ne tanto meno il bisogno di celebrare guerre sanguinose con tutte le loro atrocità, dai campi di sterminio alle città rase al suolo.
    Inoltre, nel lungo elenco dei mali che ammorbano la nostra civiltà, da mettere in piena evidenza, manca la pedofilia; un male contro l’innocente indifeso, tanto più immorale quanto più si tende a tenere nascosto.

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