C’era miseria… una miseria nera

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Nel suo “Cristo si è fermato ad EboliCarlo Levi narra:

-I contadini ammazzarono tutte le capre. Per forza. La tassa chi può pagarla? Pare infatti che il Governo avesse da poco scoperto che la capra è un animale dannoso all’agricoltura… e aveva perciò fatto u decreto valido per tutti i comuni del Regno, senza eccezione, che imponeva una forte imposta su ogni capo, del valore all’incirca della bestia… la tassa sulle capre ea dunque una sventura: e, poiché non c’era il denaro per pagarla una sventura senza rimedio-.

Mentre ad Aliano i contadini ammazzavano le capre a Francavilla in quegli anni ci fu una grande protesta davanti al municipio per quella tassa ingiusta. Il regime fascista aveva ridotto la nazione in miseria; una miseria nera a tal punto che nei nostri paesi si cantava sottovoce e di nascosto dalle autorità per non essere mandati in prigione un ritornello:

-Duce! Duce! come n’aije fat riduce u juorn senza paene e a notte senza luce- (Duce! Duce! Come ci hai ridotti il giorno senza pane e la notte senza luce).

Non voglio parlare della politica economica e sociale che Mussolini aveva messo in atto; ma delle piccole cose che sono successe nei paesi e che ci portano a una sola conclusione: il fascismo affamò il popolo italiano.

Giovannino e Nennella dipinto di Carlo Levi

In questa situazione del paese il regime tentò la conquista di un “posto al sole”, con l’impresa etiopica che si concluse il 5 maggio 1936 con l’occupazione di Addis Abeba da parte del generale Badoglio. Il Re d’Italia Vittorio Emanuele III divenne imperatore di Etiopia, con tutte le conseguenze che ne derivarono con le N.U. (le sanzioni e quindi l’avvio della politica dell’autarchia).

Giacché in paese si soffrivano la disoccupazione e la fame, molti lavoratori per non far morire di stente le famiglie accolsero l’invito del Duce di emigrare in Africa per costruire strade e case, dissodare terreni e istruire il popolo.

Da Francavilla partirono Pangaro Giovanni, Bellisario Stalfieri, Luigi Ferraiuolo, Luigi Carelli, Vincenzo Ciancia, Di Nubila Umberto, Gaetano Ferrara e suo cognato, Fortunato Prospero, Lo Fiego Francesco, Latronico Raimondo e Messuti Gennaro.

Alcuni di essi furono coinvolti anche nella seconda guerra mondiale, altri rimpatriarono e qualcuno rimase per sempre avendo sposato un a “faccetta nera”.

Nella Spagna era al governo un fronte popolare, riuscito vittorioso sulle destre nelle elezioni del febbraio 1936. Ma nel luglio dello stesso anno una sollevazione militare e reazionari guidata dal generale Francisco Franco di ispirazione fascista, con l’appoggio di molta parte del clero, innescò la guerra civile spagnola. Essa si trasformò in una prova di forza internazionale tra fascismo e antifascismo. Mussolini e Hitler inviarono proprie truppe in Spagna. Anche da Francavilla partirono volontari per la necessità di portare a casa una buona paga. Ricordiamo Antonio D’ingiandi, Calcagno Antonio, Di Giacomo Carmine, Caricati Giuseppe, Fittipaldi Giuseppe e altri. Un volontario tornò invalido permanente.

Il fronte repubblicano alla fine dovette cedere. Franco con i suo movimento falangista divenne il padrone della Spagna, dove venne instaurata una dittatura di destra. La guerra civile spagnola fu tra le più crudeli e distruttive che si combattevano in Europa nell’età contemporanea. Possiamo dire che i nostri disperati volontari in Spagna furono gli antesignani di altri disperati, i miliziani dell’ISIS, provenienti dalle regioni più povere del nord Africa. Come si vede la storia si ripete sempre.

Commenti

  1. Ernesto Calluori ha detto:

    Nel rivisitare la Storia, quale incipit viene citato Carlo Levi e di come i Lucani si erano presentati mentre correva l’anno 1935. Quel giovane intellettuale torinese, scrittore e pittore, inviato dal regime fascista in soggiorno coatto in Lucania, con il suo celebre libro “Cristo si è fermato ad Eboli” descrive quel mondo, quella “Lucania che è in ciascuno di noi” : “forza vitale pronta a diventare forma, vita, in lotta con le istituzioni”. Fuori dagli schemi e dai ricorsi storici, c’è qualche ragione in più per avere la percezione con cui i Lucani rileggano la propria identità e la propria cultura.

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