L’autunno per noi, fra diluvi e alberi divelti

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Sa di tempo che passa l’autunno, inesorabile, quasi insopportabile, malgrado la decisa tavolozza dei colori che offre alla vista, ineluttabile come il cielo quando decide di piovere. Emana una certa nostalgia, perché l’orologio del tempo si riannoda su se stesso e il crepuscolo si avvicenda e cede il passo ad un anno che fra non molto finirà.

Armando Lostaglio

Un profumo di incenso e di vinaccia che sa di antico e di profano, un segno del nuovo che ancora attende, mentre ci adottano i versi del poeta lucano Giulio Stolfi che, ne  Il peso del cielo”, scrive:   

I miei passi soltanto sono vivi / nel silenzio inquietante della notte aperta di colpo / in arene di biacca. / Vecchio vicolo amico / dalle macerie degli anni / per incanto riappari ma i tetti / sopportano a stento / il peso del cielo (…) non vedo i gerani le viole / la menta alle finestre (…) / Mi veglia un angelo affranto / ora che è liscia, affilata / la guancia della luna.

E’ sempre la poesia a raccontarci l’avidità del tempo che vola su di noi, con un’invincibile frequenza, mentre ci tocca “sopravvivere a stento”. Eppure i sogni dell’adolescenza ci promettevano altro. Ci proiettavano oltre. Futuri incerti ma vivaci e talvolta estremi. Questo ci promettevamo. Mai avremmo pensato di delegare quel futuro a persone incaute, incolte, che fanno persino dell’ambiente un luogo di scontato malaffare. Non prende mai a costoro quel senso di crepuscolo che sappia guardare alla guancia della luna, non hanno angeli affranti a vegliare su di loro. Mai avremmo immaginato di demandare il divenire a sventati attori senza scena. La natura fa pagare ogni scempio che si commette contro.                                                                                                                                              E’ passato anni fa alla Mostra di Venezia (2012, e mai uscito) un film straziante, “La cinquième saison” (La quinta stagione) di Woodworth e Brosens, registi fiamminghi, che nel grigio disegna un futuro nel quale le stagioni si ribellano all’uomo. Gli alberi caduti a migliaia nel nord-est e nelle grandi città sembrano corpi abbattuti in guerra. “Il segreto del bosco vecchio” diretto da Ermanno Olmi (a Venezia nel 1993, tratto dal romanzo di Dino Buzzati) ci riporta ad un senso mistico dell’amore verso la natura, verso gli alberi, ponti naturali fra terra cielo.                                                                                                                                                                      Malgrado tutto, anche in quest’autunno ci avvolgiamo nel languore di un tempo che passa, che odora di mosto, ma che può ancora essere nostro, che può ancora raccontarci e farci intravvedere luce nuova. In questa sequenza ingrigita di nebbia, pietosa benché romantica, si può uscire dalla “normalità eterna” imposta da un’egemonia senza volto. E’ l’autunno del nostro tempo a farci intravvedere bagliori di futuro, e le stagioni continueranno ad avvicendarsi. Salvarci dall’avvento della “quinta stagione” sia un imperativo; mentre Walt Witman pontifica “Mi contraddico? Certo che mi contraddico … Contengo moltitudini”, cui fa eco dal lontano oriente “La nostalgia è tempo che si è fermato; e il seme ha nostalgia del cielo, mai della terra”. (Junichiro Kawasaki)

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