Don Marzio Gramigna: parroco di Francavilla sul Sinni alla fine del ‘700.

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Albero della Libertà

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Nella Chiesa di Francavilla hanno svolto la loro missione figure molto luminose di parroci: sono state guide efficaci nell’educazione dei giovani e dell’intera comunità. In questo articolo desidero riportare alla luce la figura di un sacerdote vissuto all’epoca di passaggi storici molto importanti della nostra comunità. Mi riferisco al periodo della rivoluzione francese e dei due decenni successivi, quando gli echi rivoluzionari giunsero nelle nostre contrade.

Don Marzio Gramigna, parroco a cavallo di questo lasso di tempo, si trovò a gestire situazioni molto difficili sul piano sociale quando, sull’onda dei successi francesi, si andava diffondendo anche da noi, come corrente magnetica, l’ideale della libertà.

Foto tratta dal libro di Vincenzo Viceconte “frammenti di memoria”

Infatti, dopo la proclamazione della Repubblica Partenopea, l’eco dei moti rivoluzionari del 1799 conquistò, anche a Francavilla, molti proseliti. Il nostro piccolo centro avvertì quel risveglio che pervadeva le province dove, come dice il Colletta, lo “stato di repubblica trovò maggior numero di seguaci, avidi forse di vendicare le patite ingiustizie da feudalità tiranniche”. Alle prime, confuse notizie segui’, dal Governo Provvisorio di Napoli, composto da venti cittadini fra cui il nostro corregionale Mario Pagano, un editto stampato che ordinava “l’installazione” in ogni città e paese, della “repubblica” con il “rizzare” sulle piazze un albero sormontato dal berretto frigio, l’albero della libertà, appunto.

Il parroco, molto vicino alla gente, sentiva sulla sua pelle tutto il disagio dei suoi parrocchiani, ma era anche molto vicino alla ansia di libertà che li animava. Don Marzio, nato a Francavilla nel 1746, aveva maturato la sua formazione religiosa presso il seminario di Potenza, sotto la guida del Vescovo Serrao (1731 – 1799). Questi aveva preso parte attiva alla nascita della Repubblica Partenopea e fu Commissario Civile a Potenza. Venne assassinato da antifrancesi vicini al Cardinale Ruffo che, come è noto, alla testa dei Sanfedisti, un’armata popolare, determinò la caduta della Repubblica Partenopea ed il ritorno del Re Ferdinando IV di Borbone. Da questo momento cominciarono i processi contro i repubblicani, con conseguenti decapitazioni, ergastoli ed esili.

Giovanni Fortunato

Giovanni Fortunato

In un prezioso opuscolo del Canonico Messuti, della seconda metà dell’Ottocento, ho avuto modo di leggere un articolo riguardante don Marzio Gramigna, del quale tesseva l’elogio per la figura di parroco, molto attento ai bisogni spirituali e materiali dei suoi fedeli. Lo descriveva come il “beniamino” della popolazione, punto di riferimento di tutti i parrocchiani, esaltandone le doti di generosità e di disponibilità innate.

Questo è il ricordo di letture giovanili che mi hanno spinto, nel tempo a trovare – ahimè con scarso successo! – altre fonti. Tra queste mi piace riportare alcune prese di posizione di don Marzio, durante la breve stagione dell’albero della libertà. In un bozzetto teatrale di Claudia Fortunato, rappresentato con grande successo di pubblico, nelle piazze di Chiaromonte e di Francavilla (l’11 e il 12 agosto 2012), con l’accompagnamento dell’Orchestra Ensemble diretta dal Maestro Vincenzo Accattato, su base musicale del Maestro Dino Viceconte, sono presenti molti interventi di don Marzio. Dalle sue espressioni emerge con chiarezza la bontà del suo animo, il suo fervore sacerdotale e l’idea di democrazia che aveva maturato durante gli anni della formazione religiosa nel seminario di Potenza, sotto la guida del Vescovo Serrao che, come accennato, con la tragica morte, ha immollato la sua vita alla causa della democrazia. Qui di seguito trascrivo un brano, tratto dal bozzetto summenzionato, dal quale è possibile cogliere la tensione ideale e morale che lo animava:

“noi dobbiamo richiamare la pubblica stima con la puritá e la semplicità dei nostri costumi. Dovremo procurare al popolo l’istruzione e la conoscenza di tutti i doveri verso Iddio e verso gli uomini. Dovremo noi per primi dare l’esempio di tutte le virtù, dobbiamo essere ricolmi in modo che nessun ministero influisca tanto che il nostro sulla pace, la concordia e la felicità delle famiglie: dobbiamo ricondurre nel seno della Chiesa con la nostra condotta e la nostra più dolce persuasione i cittadini che se ne sono allontanati.

Vi aiuterò con tutto il cuore e tutta l’anima, perché so che il mio è un ministero di pace e non di violenza, perché so che le opinioni religiose persuadono e non si comandano”.

Sagge e sante parole che sicuramente hanno accompagnato la comunità francavillese in un momento storico davvero difficile.

 

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