Beniamino Placido, 90 anni a febbraio. Ma non c’è più

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“Quello che chiamiamo pensiero primitivo continua ad agire nelle società tecnologicamente avanzate. Le nostre decisioni, come pure alcune situazioni che viviamo, non si basano solo sulla convenienza e il calcolo.”

Armando Lostaglio

Inizia così un suo inedito saggio, pubblicato nell’inserto culturale del quotidiano Repubblica, con il quale lo scrittore e saggista Beniamino Placido aveva avuto una pluridecennale collaborazione in qualità di critico di cinema e di televisione, ma anche letterario. Il saggista spiegava (alla sua maniera) concetti come poesia, pensiero primitivo, magia, spaziando fra letteratura, sociologia e psicologia. Diverse sono le sue pubblicazioni come “Eppur si muove” scritto a quattro mani con Indro Montanelli (Rizzoli 1995), “La televisione col cagnolino” riprendendo Cechov, (Il Mulino 1993), “La riscoperta dell’America” (Laterza 1994) che è una discussione a più voci fra Placido, Umberto Eco e Gian Paolo Ceserani.

Saggi di assoluta valenza come anche “Le due schiavitù per un’analisi dell’immaginazione americana” (Einaudi 1975) e “Tre divertimenti. Variazioni sul tema dei Promessi sposi, di Pinocchio e di Orazio” (Il Mulino 1990), hanno fatto dello scrittore lucano un punto di riferimento imprescindibile nelle analisi e nelle comparazioni delle società occidentali, in particolare con quella americana. Placido era nato a Rionero in Vulture (Basilicata) nel 1929 e in questi giorni di febbraio avrebbe compiuto 90 anni. Ci manca dal 6 di gennaio del 2010 (morì in Inghilterra) ma tutt’ora, in alcuni ambienti letterari, continua ad aleggiare la sua pungente ed ilare critica al sistema, ai mezzi di comunicazione, all’arte. La Rai ha dedicato un programma ai 90 anni del critico, la stessa Rai cui aveva collaborato in anni di intenso confronto dialettico. Memorabili resteranno Serata Marx, Serata Garibaldi, Serata Manzoni, come i cammei in film di Moretti (Io sono un autarchico) e Pietrangeli (Porci con le ali). Prima di collaborare con il quotidiano romano, è stato funzionario della Camera dei deputati, e quindi giornalista e conduttore televisivo. Memorabile rimane quel suo Quindicitrentacinque dei primi anni ’80, pure lezioni di critica cinematografica spiegate come meglio non si potrebbe. Non compariva in televisione da tempo (per scelta e per ragioni di salute), eppure in diversi programmi su costume, storia e società, non si perde occasione di citarlo, di riprendere quelle sue memorabili battute, con quella sua maniera così originale e leggera di raccontare (nel suo inguaribile accento lucano) eventi culturali e sociali. In occasione del suo settantasettesimo compleanno, gli amici di sempre – fra cui Tullio Kezic, Massimo Cacciari, Tullio Pericoli, Giovannino Russo – gli avevano fatto un regalo davvero originale: hanno pubblicato un libro scritto a più mani, dal titolo “Caro Beniamino. Scritti per una festa di compleanno” (Edizioni della Cometa. Pagg.148, euro 15), nel quale si riportano aneddoti, curiosità e testimonianze che lo hanno reso celebre negli ambienti culturali non soltanto romani. Rimane dunque imprescindibile il contributo che Beniamino Placido ha offerto ad una visione del costume mediante il fenomeno televisivo, con i suoi saggi sul “Perché della televisione” negli scritti sul testo di Nanni Delbecchi “La coscienza di Mike”; e quindi le polemiche di un mestierante della polemica come Vittorio Sgarbi che gli aveva dedicato “E’ stato bello litigare con un critico come te”. Certo Placido, nonostante la sua discrezione, lontano se possibile dai riflettori, non si sottraeva dal dibattito culturale, anche a costo di polemiche, come una volta con Giuliano Ferrara. Oppure lanciare provocazioni come su Garibaldi, asserendo che se avessero avuto la meglio i Borboni, oggi brigante sarebbe stato definito Garibaldi, mentre eroe nazionale Carmine Crocco, il brigante originario proprio della sua cittadina, Rionero in Vulture.

Beniamino Placido

I ricordi di Mimino, come lo chiamavano parenti ed amici rioneresi, sono davvero tanti. Bruno Vorrasi (gestore storico del cinema della sua città) ricorda che a scuola era il più brillante. Al liceo potentino si distingueva pure perché impartiva lezioni di greco e latino agli studenti più giovani, ma non era di quelli che oggi si definirebbero secchioni, tutt’altro. Marinava la scuola ma spesso per andare a seguire processi importanti che si celebravano al Tribunale di Potenza. Si ricordano le battaglie giovanili sul Ponte di ferro, suo antico quartiere che Placido narrò anche in un suo scritto sul domenicale “Nautilus” del quotidiano Repubblica. Amava molto leggere i classici, la letteratura francese e russa (conferma il cugino Federico), e da adulto parlava e traduceva correntemente dall’inglese, dal francese e dal tedesco. Ma la lingua madre cercava di custodirla gelosamente, parlandola abitualmente nella sua casa romana e fra i parenti. Rimarrà infatti proverbiale la sua cadenza lucana nelle brillanti dissertazioni televisive, ove appariva come un Woody Allen ante-litteram. Beniamino Placido è di quei personaggi di cui si avverte la mancanza in questo “tempo sbandato”, assenza come quella di Pasolini, Eco e di pochi altri, per una rilettura dell’epoca e magari l’indicazione della rotta. Questo scriveva Placido in occasione del trapasso del suo amico e collega lucano Orazio Gavioli:

Mi pare di capirla meglio, adesso quella frase. Il mondo diventa un deserto grigio, e si sente male un po’ dappertutto (un po’ dappertutto) quando scompare un amico così prezioso.

Un amico colto e prezioso è stato Beniamino, per quanti ameranno il confronto nel segno della cultura e della crescita. Eppure nella sua città natale non lo ricorda quasi più nessuno.

 

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