La Guerra – tratto dal libro “Uno sguardo al passato” di Antonio Vincenzo Violante

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LA GUERRA – Il 10 giugno alle ore 18,00 dell’anno 1940, Mussolini, ottenuta l’autorizzazione dal re Vittorio Emanuele III, annunciava al popolo italiano la dichiarazione di guerra alla Francia ed all’Inghilterra. L’Italia era alleata con la Germania e con il suo capo, Hitler. Il conflitto fu duro, con milioni di morti. Il 25 luglio del 1943 cadde la dittatura fascista e l’Italia non fu più alleata della Germania, bensì degli Anglo-Americani. Il territorio italiano delle regioni meridionali fu occupato dai nuovi alleati ed il resto dai Tedeschi.

Il 25 aprile 1945 la guerra ebbe finalmente termine.

Il 2 giugno 1946 il popolo italiano fu chiamato a scegliere fra Monarchia e Repubblica; la maggioranza scelse la Repubblica.

Nasceva così uno Stato nuovo, democratico, che doveva assicurare giustizia e libertà a tutti, con ripudio della guerra.

credere, obbedire, combattere

Foto manifestazione Fascista tratta dal libro “uno sguardo al passato”

Uno degli slogan del Fascismo era: ”Credere, Obbedire, Combattere”. La fotografia ritrae una riunione fascista in una delle piazzette di San Severino Lucano. Il podestà era il sacerdote don Vincenzo Ciancio, che nell’immagine appare in abito talare, stretto alla cintola da una fascia tricolore. Da notare anche alcune delle organizzazioni giovanili presenti.

SOFFERENZE E PRIVAZIONIIl periodo che precedette la caduta della dittatura fascista e quello immediatamente successivo, elargì a tutti, senza esclusione di nessuno, enormi dolori spirituali e materiali. Il problema non era quello di come evitare le privazioni di ogni tipo, ma di come reagire alle varie negative realtà di quel tempo. In quel triste periodo mancava lo stretto necessario per sopravvivere. Ma come si sarà fatto per tirare avanti?

Sarà stata la Divina Provvidenza a sorreggerci?

LE ORGANIZZAZIONI GIOVANILI FASCISTE
 – Si viveva continuamente nel terrore; oltre che “Credere, Obbedire, Combattere”, era necessario sopportare…
 Quel triste periodo non sarà mai dimenticato da chi l’ha vissuto. Erano frequenti, in modo particolare per alcuni, insulti e mortificazioni di ogni tipo, oltre al resto, s’intende…

Si era militari già da piccoli. Con l’entrata a scuola, bisognava avere la tessera fascista. La carriera cominciava con l’essere chiamati figli della lupa, poi balilla e, dopo le scuole elementari, avanguardista, giovani fascisti. Tutti avevano una regolamentare divisa: camicia nera, fazzoletto al collo, fez e stemma di rame sulla camicia con le tre lettere P.N.F.

I figli della lupa avevano un’età inferiore agli otto anni, i ragazzi, dagli otto anni ai quattordici, erano balilla. La divisa doveva essere indossata il sabato, onde partecipare alle esercitazioni militaresche lungo le strade del paese.

E’ superfluo dire che tali esercitazioni davano a tutti una sensazione di giubilo e di esaltazione.

Le organizzazioni giovanili avevano lo scopo di imprimere nella mente di piccoli e grandi i fieri sentimenti militaristici. Anche le donne venivano istruite ed inquadrate fin dalla tenera età.
 A mio avviso, ancora oggi, non pochi sono quelli che rimpiangono la disciplina, l’austerità e la semplicità di quei tempi duri, ma attraenti.

DISCIPLINA FASCISTABisognava essere disciplinati nel vero senso della parola, soprattutto quando la disciplina costava sacrifici e rinunzie. Il sabato… prima c’era la famosa adunata, per apprendere la dottrina fascista, poi la sfilata che coinvolgeva tutti dal figlio della lupa al giovane fascista.

Tutti, in divisa e con il moschetto, cantavano inni patriottici.
 Di tanto in tanto si gridava: “Viva il Duce – eia-eia-alalà.
 Per la strada si vedeva una lunga schiera di giovani che si temperava sotto il sole e con la pioggia.
 Era la nuova generazione d’Italia, che era edificante veder sfilare!
 Erano tutti nascenti soldati, senza l’ombra della stanchezza. Ecco un inno del balilla: “Fischia il sasso – il nome squilla – del ragazzo di Portoria – e l’intrepido balilla sia gigante nella storia”.


Le parole dell’inno si ispirano a ciò che fece la mattina del 5 dicembre 1746 un ragazzo del popolo: piuttosto che dare aiuto ad un Austriaco che stava tirando fuori dal fango un cannone, prese un sasso e lo lanciò contro di lui.
 I Genovesi, incoraggiati da questo atto, insorsero e scacciarono dalla loro città gli Austriaci invasori.
 Il ragazzo si chiamava Gianbattista Perasso, detto Balilla.
 Il Fascismo lo prese come simbolo e modello da far imitare ai piccoli.

don Vincenzo Ciancio

foto tratta dal libro “uno sguardo al passato” di Violante

La freccia indica il podestà del tempo: don Vincenzo Ciancio, che saluta, col braccio destro levato in alto, secondo l’usanza fascista.

PRETE, COMMERCIANTE E FASCISTASiamo nella piazza di San Severino Lucano, tutti presenti ed in divisa per una ennesima manifestazione fascista. In prima fila c’è il podestà, nella persona del sacerdote don Vincenzo Ciancio (nato nel 1872) . Al suo fianco ci sono la guardia municipale, Luigi Bruni, il segretario politico ed, in ordine, i balilla ed il popolo che inneggiano al Duce.

DON VINCENZO CIANCIOIl sacerdote don Vincenzo Ciancio, era uno degli esponenti del regime più temuti, era stato anche commissario prefettizio. Aveva una possanza somatica da far paura, (almeno ai miei occhi di bambino). Il suo sguardo dominatore obbligava al rispetto. Era il più temuto del paese e delle zone limitrofe ed era irremovibile nelle sue decisioni. Nessuno osava fargli un minimo torto, perché la vendetta, si diceva, sarebbe seguita immediata e dura. Aveva una grande casa in paese ed anche un villino nella zona di Pietrapica, dove viveva con una perpetua, chiamata “Tresia du previto“. Anche costei si faceva molto temere e rispettare.
 Don Vincenzo era anche commerciante di legname, faceva parte della commissione tributaria ed aveva il pieno potere di decidere sull’aumento o sulla riduzione delle tasse. Ricordo ancora l’episodio che segue, accaduto proprio alla mia famiglia: mio padre era proprietario di un negozio di tessuti e di generi vari ed era anche un bravo sarto. Un giorno gli fu notificata una cartella esattoriale con una somma eccessiva da pagare. Essendo quella tassa troppo esosa, pensò di consigliarsi su come fare con don Vincenzo e si recò a casa sua. Il sacerdote, senza esitare, lo tranquillizzò con una pacca sulla spalla dicendogli: “Non preoccuparti, vieni fra qualche giorno nel mio ufficio e tutto sarà risolto”. Qualche giorno dopo mio padre venne informato che non avrebbe dovuto versare alcun tributo. Si affrettò a ringraziare don Vincenzo, regalandogli un vestito nuovo di pura lana.

Antonio Vincenzo Violante

Antonio Vincenzo Violante

DURA LEX, SED LEX!” – Ricordo don Vincenzo, detto Rèpano, quando si recava col suo biroccio in campagna. Portava con sé sempre un bastone. Quando lo si salutava si limitava a rispondere con un cenno del capo. Sapeva essere anche buono. Un giorno, infatti, mentre tornavo a casa da Lagonegro con un amico, l’autobus ebbe un guasto e dovette fermarsi ad Episcopia. Il mio amico ed io ci facemmo coraggio e ci avviammo, di buon passo, a piedi verso San Severino Lucano. Eravamo quasi giunti a bosco Magnano quando iniziò a far notte. Pensammo, allora, di fermarci a casa di “zu previto” (zio prete, così lo chiamavo essendo egli un parente di mia nonna) . Quando ci vide, ci sorrise e si congratulò con noi per il nostro coraggio, subito disse: “Il buon fascista non teme nulla!”. Volle sapere tutto di noi, mentre la perpetua “Tresia” preparava la cena; ci invitò a mangiare, ma, al nostro rifiuto, aggiunse: “Qui comando io e basta! Cenate, senza soggezione, beviamo insieme un buon bicchiere di vino e domani mattina ritornerete a casa portando i miei saluti ai vostri che vi aspettano”. Ubbidimmo. Dopo aver mangiato così bene, il mio amico Antonio ed io andammo a letto e facemmo un sonno profondo fino al mattino. Alla partenza ci salutò e ci abbracciò cordialmente.

Il nipote Francesco, figlio della sorella, quando seppe della sua accoglienza nei nostri riguardi, si mise a ridere, quasi incredulo. Ci raccontò, con evidente risentimento, il modo in cui era stato trattato in un momento di bisogno, proprio da questo zio prete. Il giovane nipote, che era desideroso di fare la carriera militare, si era rivolto con fiducia allo zio per una raccomandazione a chi di dovere, ma questi, senza esitazione, rifiutò, aggiungendo: “I figli devono essere sistemati dal padre che li ha messi al mondo“.

Aveva, forse, un comportamento ambivalente: delle volte diveniva assai disponibile ed altre volte burbero e scontroso!

A distanza di oltre mezzo secolo non è facile esprimere un giudizio completo su di lui!.

Antonio Vincenzo Violante

Antonio Vincenzo Violante

SINDACATO E TESSERAMENTOIl tesseramento al P.N.F.Partito Nazionale Fascista – era obbligatorio per tutti, così come la partecipazione alle varie manifestazioni politiche. Non si poteva esercitare nessun attività senza la tessera del partito. 
Alle manifestazioni si indossava, d’ordine, la regolamentare divisa, diversa secondo le varie categorie di appartenenza. Gli uomini dovevano appuntare alla propria giacca lo stemma del P.N.F. ed indossare una camicia nera.

Fra tutte le persone anziane di allora, mi è rimasta impressa la figura di mio nonno Giuseppe. Aveva un negozio per la vendita dei generi di monopolio e di altri, vari e diversi. Era pure calzolaio, aveva quattro “discipuli”, cioè quattro apprendisti che, non guadagnavano altro che di imparare il mestiere. Il nonno era molto stimato dal popolo e dalle autorità.

Lo chiamavano “zu Pippino U Rindell“. Fu nominato podestà. Ogni volta che c’erano delle riunioni o presso il Comune oppure in piazza, veniva prelevato dalla guardia municipale e da due impiegati comunali. Egli, con la bandiera che gli volteggiava sul capo, procedeva pomposamente, tutto elegante e con il suo immancabile sorriso. Al suo passaggio, tutti lo riverivano con un inchino, egli rispondeva con l’abituale saluto fascista, mano destra in alto, dicendo: “Viva il duce!” e gli altri rispondevano: “A noi, eia, eia, alalà!“.

Mio padre si chiamava Prospero, non sopportava queste manifestazioni di tipo patriottico, era sicuramente anti-fascista, ma non poteva dirlo apertamente.
 Quando il nonno veniva a casa nostra, si apriva la solita discussione politica, l’uno contrario al regime fascista e l’altro favorevole. Mia madre cercava di fare da intermediaria sia per rispetto verso il genitore che verso il marito. Il nonno era buono e prudente e, spesso, non rispondeva. Il figlio finiva col tacere per non giungere alla lite.

foto manifestazione sindacale fascista

foto tratta dal libro “uno sguardo al passato” di Violante

Quasi certamente questa fotografia risale al 1928, quando, cioè, la Confederazione Nazionale del Lavoro venne suddivisa in tante confederazioni di categoria.

DOLENTE RICORDOUn giorno, mio padre era andato in campagna per i vari lavori agricoli. Io, ragazzo, stavo in casa per ordine dei miei genitori. Sentii bussare alla porta. Subito mi affacciai e vidi che era il segretario politico con un rappresentante del commercio; c’era pure una guardia municipale ed un esponente della milizia fascista. Chiesero di mio padre ed anche in sua assenza mi obbligarono ad aprire la porta della cantina. Dovetti accettare il loro ordine. Quei signori, entrati nel locale, incominciarono a contare le botti di vino, poi, vi apposero i sigilli di sequestro. Tutto il vino venne messo a disposizione delle autorità.

Al suo rientro mio padre, stanco per i lavori dei campi, trovò la bella notizia e strinse i denti. Non si era padroni neanche di un litro di vino ottenuto col sudore della fronte. Non solo il vino venne sequestrato, bensì tutti i prodotti agricoli per successive disposizioni.

L’AMMASSOVi era il famoso ammasso in cui ogni agricoltore doveva versare tutta la produzione ottenuta. Con l’uso della carta annonaria poteva riprenderne solo una piccola parte. Il proprietario, dopo tanto lavoro, non era più padrone del suo prodotto.

Le persone erano vivamente frustrate, ma non potevano ribellarsi. I funzionari avevano la carta bianca, come si suol dire, potendo fare ciò che volevano, mentre la povera gente poteva solo ingoiare bile amara.

Antonio Vincenzo Violante

Antonio Vincenzo Violante

L’OLIO DI RICINOEcco un altro avvenimento increscioso. Un agricoltore di nome Antonio, comunemente chiamato “zu Antò u bosco“, risiedeva stabilmente in una frazione di questo Comune. Ogni domenica veniva in paese con il suo solito cappello americano e con il suo abito di velluto a coste che usava solamente per le feste. Era un noto antifascista, ma non faceva commenti o discussioni di nessun tipo. Qualche buon tempone spesso si divertiva a stuzzicarlo, ma non reagiva mai. Un giorno si fece di tutto per farlo esprimere sul partito del Duce. Il povero zio Antonio non rispondeva. Uno spione fascista, senza esitare, lo afferrò per il collo e gli fece ingoiare una bottiglietta di olio di ricino, come si usava allora. Il malcapitato, senza parlare, piegò la testa e, quasi piangendo, ritornò a casa sua e non si fece più vedere in paese.

IL PERIODO FASCISTA… UN MALE NECESSARIO?Così come si è visto, dopo il primo conflitto mondiale, l’Italia andava di male in peggio, a causa delle continue manifestazioni di protesta… Tuttavia, con Mussolini al potere, vennero realizzate strade, acquedotti, bonificate le paludi pontine, venne ultimato l’acquedotto pugliese, ci fu disciplina, ordine e lavoro per molti e ci fu perfino la conciliazione tra Stato e Chiesa...Ma, tutto ciò compensò i guai che vennero dopo?

UN “FARMACO INDISPENSABILE” – Il primo libro della scuola elementare, si riteneva, un “farmaco indispensabile” da dover prendere ed usare con piacere, perché rappresentava qualcosa che preparava alla vita, al domani, al futuro. Era amaro sì, ma indispensabile: era, così come qualcuno aveva considerato l’avvento del Fascismo, “Un male necessario”.

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