Filippo Di Giacomo nel solco della tradizione dei grandi poeti e scrittori dialettali meridionali.

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Nel corso della sesta edizione del premio letterario nazionale “Salva la tua lingua locale”, celebrato il 14.12.2018 a Roma, nella Sala Protomoteca al Campidoglio, Filippo Di Giacomo è stato insignito del 1° posto della Sezione Prosa inedita, con il racconto “Bregante Ndonie e Zarafine”, con un riconoscimento che travalica i confini regionali e che lo pone, pertanto, di diritto nel solco della tradizione dei grandi poeti e scrittori del Meridione, dediti al recupero ed alla “risorgenza” dialettali.

Antonio Amatucci

La presentazione del suo libro “Racconti dell’altro ieri”, da cui il racconto premiato è tratto, poi, è avvenuto nella splendida cornice della recuperata antica “Turra” di Francavilla, alla presenza dell’autore, delle autorità locali e di un nutrito gruppo di interessati cultori dell’antico francavillese, con la partecipazione entusiastica dei giovani dell’ARCI locale, che si sono alternati nella lettura dei brani e dei dialoghi più significativi del testo.

La rappresentazione, sobria e culturalmente pregevole, è stata l’occasione per rivivere emotivamente un passato non antico per molti dei presenti e per ripercorrere fasi storiche e ricordi sopiti nei meandri della nostra memoria, che miracolosamente la lettura del testo ha riportato in una immanente attualità.

Il testo, presentato con la riconosciuta competenza letteraria dal prof. Vincenzo Ciminelli e dallo stesso autore, ha suggerito una lettura più approfondita ed articolata, che ha fatto emergere non solo la sua portata letteraria, ma anche la sua notevole valenza culturale, storica, dialettologica e la grande forza espressiva e descrittiva, nella rappresentazione di sentimenti, culture, speranze di quel mondo che, attraverso la sua evoluzione storica, ha portato alla società contemporanea.

Vero è che molti dei personaggi dei racconti sono frutto dell’immaginifico dello scrittore, ma tutti servono a rappresentare la realtà storica, culturale e sociale di Francavilla, cui l’autore si accosta con grande sensibilità e che aderisce perfettamente alla disposizione fantastica della sua infanzia, liberando il carico di una immaginazione sospesa tra il bisogno della rappresentazione e la riflessione esistenziale della maturità.

Non sono trattate tematiche particolarmente complesse, ma emerge la elaborata ricerca di una rappresentazione epica, in cui l’oggettivazione dei fatti e delle figure contribuisce a connotare fabulisticamente la dizione, che si avvale di un dialetto vergine, apparentemente rude, aspro, secco, ma sonoro ed incisivo, onomatopeico, capace di materializzarsi fisicamente, risolvendo la poesia e la prosa nella parola ritrovata.

La lingua dialettale, così, anziché essere strumento assunto dall’immersione in una antropologia definita, appare piuttosto un “grimaldello utilizzato con applicazione artigianale, testarda ed illuminata”, capace di guidare lo scrittore-poeta nella discesa verso le origini esistenziali.

Filippo Di Giacomo

Filippo Di Giacomo

Ed allora, oltre agli strumenti che potremmo definire “tecnici”, quali le allitterazioni, le onomatopee, la fonetica, la morfologia ed il repertorio lessicale, ci pare emerga una grande aspirazione dello scrittore, che è quella di attualizzare, dal punto di vista culturale, storico e letterario, la lingua antica, perché vi è storicamente una interdipendenza molto sottile tra la società contemporanea e quel linguaggio, perché quando una lingua muore, non muore soltanto una parte del mondo esterno, ma si cancella una parte di noi stessi, una parte significativa della nostra evoluzione umana, culturale e sociale.

Quando scompare un dialetto, viene meno “il fertile humus di una cultura multiforme ed affascinante”, che si materializza con il richiamo a proverbi, leggende, soprannomi, preghiere, cantate, tratti di tipologia popolare, ricordi e scene fantastiche affievoliti, che lo scrittore riporta alla luce con sapiente opera di ricognizione.

E, così, attraverso l’opera di Di Giacomo, abbiamo rivissuto con emozione e commozione il ricordo della “Vianovavèkkia”, questo luogo dei nostri giochi innocenti e fanciulleschi, nel quale tanti di noi trascorrevano le ore pomeridiane e sono sfilati personaggi dal nome inventato e non, rappresentativi di una umanità variegata, che hanno caratterizzato usi e costumi della nostra comunità, da “Carpucce” a Maste Zerafine”, dal medico “Don Luigge” a “Pietrepanghere”, infine ai briganti “Ndonie e Zarafine” (Antonio Franco e la sua compagna Teresa Ciminelli) con la loro vicenda umana, ricca di riflessioni storiche – antropologiche, circa le origini e l’evoluzione del brigantaggio locale, ma anche di un patos denso di affetti primordiali, amori sviscerati ed intensità emotiva. Questa comunità, dopo l’imponente opera dell’avv. Luigino Viceconte, che ha tramandato alla storia il suo nome con la sua monumentale produzione letteraria, primo fra tutti il “Dizionario Dialettale di Francavilla sul Sinni“, trova attraverso l’opera di Filippo Di Giacomo, rinnovati stimoli ed insegnamenti, in quanto il dialetto è l’anima e l’espressione dell’identità culturale del nostro popolo, che nella tradizione deve ritrovare sé stesso, con l’obbligo di consegnare il passato, arricchito dalle esperienze di vita, alle generazioni future.

                                                                                                                         

One Response to Filippo Di Giacomo nel solco della tradizione dei grandi poeti e scrittori dialettali meridionali.

  1. Nicola Vitola ha detto:

    La lingua dialettale è la lingua dell’anima, così regionale, provinciale, municipale, che riesce ancora a dire le cose più vere e più vive, nel linguaggio comune dei nostri padri, che più l’hanno coltivato e in quello dei poeti, degli scrittori, che si sforzano di tramandarlo.
    Filippo Di Giacomo può essere considerato il nostro Albino Pierro e rientra di diritto nell’olimpo degli scrittori dialettali italiani.

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