Prendere a cuore le istanze della gente

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La cosiddetta civiltà tecnologica ha scommesso tutto nel progresso scientifico e economico.

don Camillo Perrone

L’umanità ha senz’altro bisogno di progresso, giustizia, liberazione, sicurezza, pace, rispetto dei suoi diritti. Ma fondamentalmente ha bisogno di darsi un cuore, un modo di vivere e correlarsi incentrato sull’amore.
Perché la società di oggi è in crisi? Perché è scomparso l’amore; l’uomo non ha più un cuore, non riesce a commuoversi, anzi aggredisce il fratello; si ammazza con le armi materiali e più ancora con la calunnia, di cui sono ripieni quasi tutti i giornali; in molti paesi si ricorre alla tortura, alla persecuzione; i giovani, privati di ideali, sono spinti alla disperazione e alla follia psichica o terroristica; il morto in prima pagina o alla televisione non fa più notizia; le furfanterie più diaboliche hanno invaso la terra e un’apocalisse nucleare pende come spada di Damocle sulla testa degli uomini; disonestà da vertigini.
Recentemente Papa Francesco si è recato a Camerino, sollecitato dalla gente terremotata e troppo stanca di promesse governative non mantenute. Alla gente dell’Italia centrale, provata dal sisma del 2016, ecco cosa dissero i governanti accorsi: “Vi saremo sempre vicini, a presto la ricostruzione, tutto sarà come prima”. In realtà poco è stato fatto e Francesco così si è espresso “Promesse finite nel dimenticatoio”: caso non unico.
Promesse non fatte con cuore sincero.
L’Italia è un Paese in vistosa sofferenza, messa a dura prova – aggiuntiva, caso mai ce ne fosse bisogno – anche da catastrofi naturali, come il prolungato terremoto, le alluvioni, le bufere di neve. Un Paese che si confronta con un’emergenza che dura da anni e per la quale si usano solo pannicelli caldi, quando ci sarebbe bisogno di cure ben più radicali, di salassi di mentalità viste le condizioni. E invece no!
Occorre una seria politica di prevenzione – a vasto raggio – a tutela della pubblica incolumità. Non si può andare avanti a cuor leggero, sottovalutando i tanti pericoli incombenti su un territorio fragile e complesso.
E diciamo pure che la stessa nostra vita sociale è divenuta troppo superficiale e non riusciamo a percepire la profondità delle dinamiche collettive, per cui le persone sono solo degli altri, corpi senza anima o oggetti senza volto, scambiabili e consumabili. Necessita spezzare la logica di un sistema culturale discutibile, univoco e perverso, si cui si subiscono tutte le contraddizioni e le perversioni, proponendo un’alternativa credibile che riaffermi i valori evangelici della fraternità, della carità, della comprensione e del dialogo.
Dobbiamo far vincere l’amore. Il sofferente, l’anziano, il povero, il disperato, si sentono oggetto di amore, se si trovano accanto una persona dotata di sensibilità, di attenzione, di rispetto che prende sul serio la loro miseria. Persino il vecchio Cicerone lo aveva intuito: “ Un po’ di cuore; ecco ciò che fa l’uomo!”.

Amatrice e il terremoto

Una carità che vuole esprimere, plasmare e veicolare una buona cultura lo può fare solo se produce cambiamento. Nella consapevolezza che la cultura, le culture, sono mutevoli, porose, permeabili, cambiano dinamicamente e velocemente, in Italia e in Europa, in un contesto globale che le condiziona e le trasforma in continuazione. Ecco allora che anche la nostra carità non può che essere dinamica, innovativa, attenta ai cambiamenti culturali, ai nuovi fenomeni.
La carità anima e sostiene un’operosa solidarietà attenta alla totalità dei bisogni dell’essere umano. Essa, attuata non solo dai singoli ma anche in modo solidale dai gruppi e dalle comunità, è e sarà sempre necessaria: niente e nessuno la può e la potrà sostituire, neppure le molteplici istituzioni e iniziative pubbliche, che pure si sforzano di dare risposta ai bisogni – spesso oggi così gravi e diffusi – d’una popolazione. Paradossalmente tale carità si fa più necessaria quanto più le istituzioni, diventando complesse nell’organizzazione e pretendendo di gestire ogni spazio disponibile, finiscono per essere rovinate dal funzionalismo impersonale, dall’esagerata burocrazia, dagli ingiusti interessi privati, dal disimpegno facile e generalizzato.
Per rinnovare la speranza e sconfiggere disuguaglianze e povertà, serve la solidarietà universale: carità concreta, con buone opere, che dicano tutta la cura per la dignità umana tanto decantata e poco considerata; politica, con la P maiuscola, che persegua il bene comune, la giustizia sociale, la pace, lo sviluppo di tutti gli uomini e di tutto l’uomo; ecologica, che non separi l’uomo dalla sua casa comune e da tutte le interconnessioni che Laudato Sì ha messo in evidenza; europea, che si apra al nostro continente come primo passo verso il mondo intero, radicata nel suo bagaglio spirituale, culturale e valoriale; educativa, pedagogica. E urge ascoltare con il cuore.
Papa Francesco, nell’indicare le vie per il cammino della Chiesa evangelizzante richiede a tutti un unico stile: una dinamica di giustizia e di tenerezza, di cammino verso gli altri. Uno stile che sa farsi nuovo ordine economico, impegno sociale coraggioso, cultura evangelica senza sconti, ma che, con cuore di madre, assicura calore domestico alla ricerca di giustizia.
Chiediamoci, allora, quale modello di sviluppo e produzione e quale stile di vita vogliamo costruire nella nostra regione, per vincere insieme le sfide di questo momento di crisi uscendo definitivamente dalla richiesta (o pretesa?) di assistenzialismo ed essere i nuovi meridionalisti che sanno valorizzare il buono delle loro realtà, a partire dalla saggezza che custodisce il tempo per le relazioni.
Se diventiamo capaci di sentire con i palpiti del cuore potremo mettere in pratica opere di misericordia economica (problemi di acqua e terra inquinate da petrolio, scorie radioattive, rifiuti tossici, di accoglienza di immigrati che cercano lavoro stagionale nelle campagne, di sostegno a chi ha perso o non trova il lavoro) o di misericordia culturale (orientare a scegliere la via della vita; restituire speranza a giovani, donne e anziani che rischiano di diventare “scarti”; dare voce a chi non ha voce, lottare contro le ingiustizie palesi, ma anche subdole e nascoste) verso il nostro popolo e la nostra terra. E allargare l’orizzonte agli ultimi della società e del mondo.
Si tratta di sviluppare la coscienza che, qui e ora, il bisognoso di cui avere compassione e prendersi cura sono piuttosto le istituzioni: la Basilicata, il nostro paese più o meno piccolo, le nostre associazioni dove viviamo e operiamo, tempo e luogo in cui siamo chiamati a costruire l’esistenza personale, la storia umana.

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