Lettera aperta

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Flora Febbraio

E’ trascorso ormai un mese dal mio soggiorno a Francavilla e, come sempre accade, mi porto appresso sempre un pezzettino del vissuto “du pais mije” dove, anche quest’anno, mi sono trattenuta per due mesi abbondanti e dove aver incontrato ed essermi intrattenuta con persone da sempre conosciute e altre meno, è stato come aver ricevuto una ulteriore ricarica benefica. Questa volta nel mio ripensare ai “miei luoghi” c’è una nostalgia diversa, è più che altro tristezza, forse anche amarezza… Non so forse comincio a sentire il tempo che passa.

E quindi ripenso ai luoghi e ai tempi degli anni lontani quando, lungo il corso e nei vicoletti, sembrava ci fossero delle sentinelle a sorvegliare le persone (che a volte davano anche fastidio) e, soprattutto nei vicoletti dei vari rioni, tutti sapevano di tutti. C’era un senso di sicurezza reciproca, la certezza che bastava chiamare e ricevevi risposta. Oggi si è affermato qualcosa che non appartiene alle nostre tradizioni e comportamenti. Un ricordo di quei tempi lontani che mi riempie il cuore di mesta dolcezza, è il mio ritorno a casa, prima di cena, dalla passeggiata in villa d’estate. Abitando in via Certosa, dovevo attraversare tutto il paese per tornare a casa (avija spacchè a chiazze) Ebbene le finestre aperte per ricevere nelle case la brezza della sera, comunicavano ai passanti il programma televisivo che si seguiva e la cena che si stava preparando. Ricordo che individuavo il profumo di ciambotta con il basilico, della frittata con la cipolla, dei peperoni fritti con patate, a volte insieme c’era anche qualche pezzettino di salsiccia tolta dalla sugna, che emanava un profumo tutto suo, la “pitta” di patate e così via. Sono anni ormai che non si sentono più queste fragranze e non solo.

Foto rilevata dal libro di A. Capuano “Com’era bello… e com’è… il mio paese”

Quando sono a Francavilla, a volte, uscendo faccio giri larghi nelle viuzze, spesso ripasso per il vicoletto dove c’era “a putejia“ di Lisetta (chi la ricorda?), sperando di sentire qualche segnale provenire dalle case. Invece incontro sempre meno finestre aperte, sempre più stradine vuote e calcinacci che si spargono sul suolo. E mi tocca constatare non più il vicinato che si anima di giorno, né panni stesi ad asciugare anche se qualche persona avanti negli anni si aggira ancora in qualche vicoletto.

“Non c’è rimast nisciun” “Si nen ijute tutt quant”…. Io sono stata una di quelli, anch’io me ne sono andata anche se avevo tutte le intenzioni di tornare, ma questa è un’altra storia.

Ripensando a quelle espressioni: “non c’è rimasto nessuno, sono andati via tutti” mi piacerebbe invitare ad aprire un dibattito e parlare di queste trasformazioni con persone che si occupano con autorità e autorevolezza del paese, con persone preposte al Sociale, in qualche modo responsabili della salute pubblica, del benessere dei cittadini. Sì, perché penso che sia compito di chi si trova al vertice di una società chiedersi se chi rimane isolato, o quasi, stia bene e possa soddisfare agevolmente le proprie necessità. O diversamente possa trovarsi in eventuali situazioni di alienazione in cui molte persone vengono a trovarsi o potrebbero trovarsi in ogni fase della vita, ma soprattutto quando si può essere ancora attivi dopo la meritata quiescenza.

Francavilla antica

Penso che in ciascuno dei nostri paesini la nobile realtà del volontariato non manchi, anzi ho avuto modo di constatare a Francavilla come molte persone si prodigano nell’aiuto verso l’altro a volte anche indigente.

Però penso, con molto rispetto, non sia assolutamente sufficiente e mi permetto di invitare a chiedersi se, non solo sia giusto demandare alla volontà ed alla spontaneità individuale di attivarsi per donare compagnia o convivialità, ma anche se sia sufficiente offrire alle persone un luogo di ritrovo dove, se ne hanno voglia, si recano a giocare e chiacchierare per poter ingannare il tempo. Gli anziani spesso si impigriscono soprattutto quando la solitudine diventa preponderante.

Allora penso che nelle nostre comunità piccole o grandi che siano, dove si sviluppano e dilagano, imponendosi, servizi fruibili facilmente dai giovani o, da chi gode ancora di forza e vigore (penso ai centri commerciali), in contrapposizione alla popolazione che inesorabilmente è già ed è destinata a diventare una popolazione in maggioranza di anziani, sia doveroso, necessario per non dire urgente, da parte degli amministratori in collaborazione con i servizi sociali del territorio, attivarsi per sostenere soprattutto le persone sole. Non sta a me dire, però una prima forma di attenzione potrebbe essere diretta proprio al recupero di quelle zone fra le più discoste, interne, creando spazi ampi , magari ombreggiati, renderle raggiungibili con i mezzi, per attrarre persone a tornare nei luoghi di origine magari per brevi periodi, ma soprattutto a rimanere nei luoghi dei padri piuttosto che allontanarsi dal centro e poi diventare schiavi delle automobili. Incentivare a recuperare abitazioni, vissuto e tradizioni, vuol dire mantenere vive le radici, la storia di un luogo e la sua identità anche solo curando ciò che abbiamo ereditato; è una prima forma di attenzione e rispetto per le persone che in quelle strade hanno vissuto una vita, si sono sacrificate, sono cresciute ed anche evolute ed hanno predisposto le condizioni per il nostro futuro. Queste forme di interessamento potrebbero avere, perché no, la funzione di prevenire la chiusura psicologica e quindi l’emarginazione di chi rimane solo. Penso ad esempio alla persona sola che vede comunque continuare la vita intorno a sé, piuttosto che l’abbandono e la decadenza.

Francavilla antica

Mi ricordo il tema della bambina che, nel film “io speriamo che me la cavo”, scrisse pressappoco così: “la mia casa è tutta sgarrupata e io, pure io certe volte mi sento così”. In molte città i comuni offrono spazi verdi per coltivare un orto, un giardino, o semplicemente mantenere in ordine gli spazi comuni dei condomini, le stradine interne delle abitazioni offrendo loro poco o niente come compenso, anzi le stesse persone sole diventano esse stesse dei volontari; molti anziani vengono disposti in luoghi stabiliti per consentire ai bambini di raggiungere la scuola a piedi in sicurezza. Esistono centri di accoglienza diurni dove l’anziano e non solo l’anziano, viene accolto, ma qui coinvolto in attività occupazionali che mantengono attive le funzioni motorie, cognitive, relazionali, oltre che attività ricreative, E così ciascuno trova uno stimolo per continuare a dare un senso alla propria esistenza, un motivo, un interesse per alzarsi al mattino e sapere di avere qualcosa da fare, di essere ancora utile, evitando di essere sopraffatto dall’alienazione dell’inattività e della solitudine. Senza contare che tutto ciò comporterebbe tante opportunità di lavoro per giovani e meno giovani, artigiani e professionisti.

Forse le mie riflessioni sono andate troppo lontane, Non voglio assolutamente invadere nessuno spazio benché meno insegnare nulla a nessuno. Ho semplicemente voluto parlare con voi, amici di Francavilla perché mi piacerebbe rivedere il mio paese rianimarsi, riprendere vita, anche se l’immagine esterna è migliorata molto. Mi piacerebbe che si riconquistasse l’uso, il costume, la tradizione dell’essere PAESE concretamente.

Il mio pensiero è rivolto a tutti gli amministratori di qualsiasi paesino che potrebbe conoscere il fenomeno dello spopolamento, dove si vedono case cadenti, finestre chiuse, anziane e anziani sempre più soli aggirarsi fra vicoli discosti. Mi auguro di aver sostenuto chi già sta immaginando di promuovere iniziative per includere piuttosto che escludere, di recuperare piuttosto che disfare il vissuto in nome di una falsa crescita e modernità.

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