La cordata di Tito, fra natura e solidarietà

LogoL’appuntamento è alle sette del mattino, comunque sia il tempo. Dall’autunno fino a giugno inoltrato sono sempre più numerosi e di diversa età i podisti della montagna che partono da Tito per i sentieri anche più impervi dell’Appennino lucano: un crocevia del vento fra gli Alburni il Potentino e il Melandro. Sono giovani dentro (con una età che va oltre i quaranta) ma l’entusiasmo che prende questa compagnia di camminatori (e talvolta di scalatori) si fa sempre più coinvolgente. Scalatori, dicevamo, per questo il gruppo, si denomina proprio La cordata, anche come sintesi di aggregazione piuttosto metaforica. Si sono costituiti con tutti i crismi dell’associazionismo ormai, perché da sport (solo domenicale) è diventata una passione più concreta, che li porta a stretto contatto con la natura e i suoi capricci, imparare a distinguere flora e fauna, avvertire le intemperie e il vento gelido sul viso. Il gruppo escursionistico prende il nome “cordata” in quanto – ci dicono – più che alle scalate vere e proprie, fa riferimento ad un patto solidale tra persone provenienti da esperienze diverse, che condividono un’attività e di cui se ne assumono il rischio e portano a compimento un’ impresa. Si lasciano guidare da un capocordata nell’ascesa alla vetta, così come i membri della Cordata collaborano tra loro per il raggiungimento di un fine comune che non è solo il puro divertimento, mentre assume anche un valore etico verso la natura che sono chiamati (come da statuto) a proteggere promuovendo il territorio e la stessa comunità.

SelfieLa “cordata” si forma sempre con l’entusiasmo dei giovani viaggiatori, perché ora anche i ragazzi ne comprendono l’importanza. Si aggregano in tanti ormai ed obbediscono con spirito di sacrificio ai percorsi indicati dal “capo-cordata

L’idea del viaggio sta non tanto nell’arrivo alla meta, quanto nella preparazione del percorso domenicale, con la costante e crescente volontà, oltre ogni pigrizia e negligenza. Perché il viaggio sta nell’affrontare con serenità i percorsi, specie i più inaccessibili.
Ai viaggiatori del mattino e del freddo, va questo verso di José Saramago, premiato col Nobel.

“Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero.Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.” 

 

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