Il valore politico della misericordia e il terrorismo

 

Don Camillo Perrone
Don Camillo Perrone

Siamo abituati a considerare la misericordia come un sentimento del tutto individuale e “privato”, che entra in gioco solo nel rapporto dell’uomo con Dio o con i propri simili. Compresa bene nelle sue implicazioni, essa è, al contrario, concetto più rivoluzionario e più “politico” che si possa immaginare. Si tratta di applicare alla vita sociale, oltre che a quella individuale, l’idea che ognuna delle grandi religioni ha del proprio Dio, non facendo del Dio in cui crede un’arma da brandire contro gli altri, ma un modello da imitare.
Misericordia è infatti il tratto che più di ogni altro accomuna il Dio di ebrei e cristiani, il Dio dell’Islam e il Dio (o meglio la religione) buddista e che più si presta, perciò, a un dialogo e a una collaborazione tra le grandi religioni per la pace nel mondo. Essere o no misericordiosi è, anzitutto, questione di fedeltà o infedeltà al proprio credo religioso. Ora è importante ricordare che nel mese di marzo 2015 papa Francesco ha indetto un “Giubileo speciale della Misericordia” che ha inizio l’8 dicembre 2015.
Proviamo a immaginare cosa succederebbe se ci si sforzasse di trasferire nella pratica politica il “valore” della misericordia. Limitandoci ad uno dei conflitti più dolorosi in atto da anni nel mondo: cosa succederebbe se ebrei e palestinesi, anziché pensare solo ai torti subiti cominciassero a pensare anche alle sofferenze dell’altra parte, all’esasperazione in cui spesso sono ridotti?
La misericordia non è un surrogato della verità e della giustizia, ma è una condizione per mettersi in grado di trovarle. Non è un indice di debolezza, ma di forza.
Quello che si dice dei rapporti internazionali, vale anche nei rapporti tra parti sociali, schieramenti e partiti all’interno di ogni nazione e in particolare, in questo momento, della nazione italiana. L’opposto della misericordia è la tendenza, purtroppo così diffusa, a demonizzare e ridicolizzare l’avversario, a respingere le sue ragioni prima ancora di averle valutate. È un atteggiamento profondamente antipolitico oltre che antireligioso, se politica è fare l’interesse della polis, dello stato, e non soltanto del proprio partito. Dante definisce mestamente l’Italia “ l’aiuola che ci fa tanto feroci”; la misericordia può trasformarla in un’aiuola che ci fa tanto felici.
Purtroppo molti uomini preferiscono la ferocia, la barbarie, la strage soprattutto di gente inerme, di donne e bambini. Imperversa il terrorismo, figlio di un fondamentalismo fanatico che perpetra vere mattanze in nome di Dio. Pensiamo a quello che è successo recentemente nel Pakistan e a Bruxelles.
mise375econcilia_47585828_300UE e i governi nazionali devono reagire con fermezza e durezza, per annientare ogni forma di terrorismo criminale. Il terrorismo è ignobile e va combattuto e respinto con ogni mezzo.
Ma non basta il cordoglio, è necessario lavorare per dare una risposta politica coerente a questo attacco che mette a repentaglio le nostre esistenze e il nostro futuro. Papa Francesco parla degli attentati come parte di quella terza guerra mondiale a pezzi e ha ragione. Il dramma è iniziato l’11 settembre 2001 e da allora, dopo lo shock iniziale, tutto è rimasto come prima: guerre, interventi militari, attentati, violenze, orrore, morte. Penso all’attacco ai giovani dell’università in Kenia, a quello alla redazione di Charlie Hebdo, alla fila di attentati che continuano a colpire l’Iraq, le bombe in Libano. Muoiono i cristiani e tanti musulmani.
È una guerra mondiale perché tocca tutti i Paesi; oltre che una guerra contro l’Occidente, è in atto una guerra intra e inter islamica, cioè tra fazioni e popolazioni musulmane, alimentata da odii settari, regimi e gruppi sanguinari, e da retaggi di guerre coloniali passate e presenti.
La diplomazia di Bergoglio non ha paura della denuncia contro le brutali aggressioni, contro il commercio delle armi, contro il narcotraffico, contro la corruzione o di piangere abbracciando chi ha subìto torture per la sua fede, com’è avvenuto in Albania; o di addolorarsi, come ha fatto per i morti di Lampedusa e per le suore uccise in Yemen e per la strage di Bruxelles e la strage recente in Pakistan.
La storia dell’umanità non sarebbe quel libro grondante lacrime e sangue, se nel cuore degli uomini ardesse la fiamma dell’amore. L’odio è il sommo male, perché arreca danni a ogni livello. In questo aspetto agghiacciante di disumanizzazione della nostra civiltà si inserisce l’attualità della misericordia, che vuol dire prendersi a cuore la miseria, essere complici del dolore del fratello.
Ma la misericordia, ovvero l’amore per l’uomo, va calato storicamente e l’aiuto e il servizio vanno commisurati alle condizioni di bisogno, alle povertà e ai condizionamenti sociali, economici, politici che li generano. Amare il povero significa senz’altro accostarsi a lui con sentimenti di “compassione” sulla scia del buon samaritano, ma significa anche interrogarsi sul “perché” egli è povero, e impegnarsi – come dice il Concilio – a liberarlo “dallo stato di dipendenza altrui” e a farlo diventare “sufficiente a se stesso”.
Misericordia, carità non disgiunta dalla giustizia: salvaguardia dei diritti di tutti allo scopo di perseguire il bene comune, lotta quindi contro ogni ingiustizia.
La “brama esclusiva del profitto” e la “sete del potere” sono alla base di meccanismi perversi della divisione in blocchi sostenuti dalle ideologie, del sacrificio di interi popoli. L’uomo per essere amato veramente va raggiunto nella sua dimensione sociale, in un contesto quindi in cui oggi vige l’ingiustizia della cattiva distribuzione dei beni e dei servizi, destinati originariamente a tutti: è da questo contesto che l’uomo va aiutato a recuperare dignità e libertà. Francesco raccomanda un’opera educativa capillare destinata a sconfiggere l’imperante cultura dell’egoismo, dell’odio, della vendetta, della violenza cieca, dell’inimicizia e a sviluppare la cultura della solidarietà a ogni livello. La solidarietà è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e ciascuno, perché tutti siamo veramente responsabili di tutti.

 

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