E’ tempo che rinasca la Politica

Senza una rinnovata politica si scivolerà nel populismo. Un mese fa l’Italia si è divisa tra il NO e il SI (alludiamo al referendum). C’è stata anche una frattura generazionale: il no ha avuto successo tra i giovani e il sì tra gli italiani sopra i 55 anni. La gente ha voluto far sentire la propria voce con una forte affluenza al voto, il 68.48%. E’ un fatto positivo per la salute della democrazia; ma diciamo subito che c’è un Paese profondo che non si sente capito e rappresentato dal Governo e dalle Istituzioni: le periferie urbane, i giovani o i meno giovani preoccupati del domani, cittadini spaesati in un’Italia europea e globale. Ma si crede che serva ancora votare.

Bisogna capirli e creare una comunicazione nuova tra la gente e la politica. Dove sono gli attori di questo processo? Si apre un grande compito del Governo, dei parlamentari e di quello che resta dei partiti. In Europa i populismi cavalcano le emozioni nel senso del nazionalismo, in chiave antieuropea: forniscono risposte semplici in un mondo complicato. Hanno però dimenticato la grande lezione del novecento, che il presidente francese Mitterrand, nel suo ultimo discorso al parlamento europeo, aveva così sintetizzato: “Il nazionalismo è la guerra”.

E’ un’illusione credere che con i nazionalismi la politica torni vicina alla gente. I nazionalismi portano invece pericolosamente lontano. La grande sfida oggi è far rinascere la politica: saprà ascoltare le domande e rispondere efficacemente? Senza una rinnovata politica si scivolerà nel populismo. E il rinnovamento comincia dall’umiltà dell’ascolto, dal rispetto della legalità e nel prendersi cura del bene comune. L’ egoismo e l’individualismo stanno sbriciolando l’anima del Paese.

Anno nuovo, governo nuovo (o quasi); ma anche anno nuovo e drammi vecchi. E quali?

Politica finora litigiosa e inconcludente, aumento della povertà. Illusorie crescite economiche, fisco alle stelle. Immigratisopravvissuti” sparsi sul territorio senza speranza, speculazione sugli stessi. Disoccupazione verosimilmente in crescita. Inoltre lo spopolamento, il terrorismo e tanta insicurezza e sfiducia.

Occhi puntati ora sul lavoro che manca, dramma messo in evidenza da Sergio Mattarella e da Papa Francesco nei loro recenti messaggi. Ricordiamo ancora una volta: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. L’ architrave della nostra Costituzione è una fulgida garanzia per ogni cittadino, ma di fatto le possibilità di occupazione, e quindi di una prospettiva di vita, sono come il biglietto di una lotteria scalcinata. Quante possibilità di vincita ha un giovane oggi?

don Camillo Perrone

Il lavoro fluttua tra onde alte, spesso affoganti, che si chiamano precarietà, crisi mascherate, declino, tecnologie invadenti, globalizzazione. Il nuovo lessico contiene termini esotici quali esubero, reingegnerizzazione organizzativa, piano sociale, mobilità, delocalizzazione, politiche del lavoro attivizzanti, nuova ragionevolezza, flessibilità. Siamo alla fenomenologia dell’insicurezza (anche di vita: con un migliaio di morti all’anno sul lavoro), del sommerso, della relatività nei diritti. Le note mensili sull’andamento dell’economia fanno da barometro e da anni sono stabili sul brutto tempo. Timidi segnali di crescita, stagnano i ritmi produttivi nelle imprese. Traduzione: non c’è lavoro. Non circola denaro, non si assume. Succede così che la Repubblica fondata sul lavoro torni a impoverirsi. Pertanto i problemi del lavoro, dei giovani, degli anziani, del sud devono essere affrontati e risolti con urgenza e determinazione se si vuole dare una prospettiva di rilancio strutturale alla nostra comunità regionale, come al nostro Paese.

La crescente povertà e la mancanza di lavoro scaricano sui giovani e sui nuovi progetti di vita insieme un’ incertezza invincibile. Quasi 12 milioni di persone vivono in povertà relativa, oltre 4 milioni sono in povertà assoluta. Le percentuali sono più alte nei nuclei con figli. Occorre intervenire e immediatamente.

Ci permettiamo poi di dire che nell’esercizio del potere politico è fondamentale lo spirito di servizio, che solo, unitamente alla necessaria competenza ed efficienza, può rendere “trasparente” o “pulita” l’attività degli uomini politici, come del resto la gente giustamente esige.

In conclusione, dobbiamo sentirci proiettati in avanti, a fare storia nei fatti, a fare da protagonisti nell’area più feconda della speranza umana. Soprattutto come Chiesa abbiamo tutti una responsabilità forte che è quella di seminare la speranza con opere di solidarietà, cercando sempre di collaborare nel modo migliore con le pubbliche istituzioni, nel rispetto delle rispettive competenze. Dobbiamo progettare e creare insieme opportunità, ma anche diminuire le contrapposizioni e le gelosie, utilizzare meglio le risorse che abbiamo.

Non perdere la speranza significa organizzarsi perché la speranza diventi concreta. La speranza raggiunge e coinvolge l’uomo nella sua totalità e radicalità, quale meraviglioso microcosmo.

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