Il gentil sesso (Cap. 4°) – Allori e sfortune del dottor Quartulli

Cap. 4° Il gentil sesso – 

Giovanni Gazzaneo

 

 

Mancava un quarto d’ora per il pranzo e Quartulli si ritirò in camera. Lì estrasse l’assegno e, cosa che per delicatezza non aveva fatto davanti a Schiapparelli, lesse la cifra mormorando:    

              – Trenta baiocchi.

     Non era molto, ma considerando che per campare spendeva praticamente niente e che sua madre, oltre a vestirlo, gli passava un paio di biglietti da diecimila al mese, calcolò che da quel momento in avanti se la sarebbe passata benone.

     Poi si rabbuiò: per quanto tempo l’avrebbe data a intendere? Sei mesi, sicuramente. Forse un anno… E dopo? Una soluzione bisognava che l’escogitasse.

     Ma non aveva voglia di pensarci, adesso: s’erano fatte le dodici e trenta, lo stomaco era un concerto di brontolii e don Alfonso l’aspettava per andare in mensa.

Giovanni Gazzaneo

     Trascorsi otto giorni, si vide costretto ad annunciare a Schiapparelli il superamento del famoso esame, cosa che fece in privato ma che il primario, col solito eccesso di entusiasmo, provvide a rendere di pubblico dominio:

     – Sentito, suor Tersilla? Il nostro Quartulli ha compiuto un altro passo verso la meta! Evviva, ragazzo, evviva! Stringi il… stringi i denti e vai! E fatti largo anche a gomitate, se occorre, dico bene sorella?

     – Il dottor Quartulli non avrà bisogno di dar gomitate a nessuno! Sarà certamente un bravo medico e non ne avrà la necessità. E poi, ha un modo di fare sempre compìto, educato… Come si fa a non volergli bene?

     – Ohi ohi ohi, cosa mi tocca sentire! Che il giovanotto le fosse simpatico l’avevo capito, ma sentendola parlare così mi sorge il sospetto che ci sia del tenero tra voi due! – E giù una risata.

     – Sempre voglia di prendere in giro, lei! – si schermì l’anziana suora. – Certo che gli voglio bene. Qui tutte gliene vogliamo… e speriamo tanto che resti sempre con noi: difficile trovare dei dottori che amano Gesù e si accostano lieti al Santissimo come fa lui! – E si accinse a servire del caffè: – Ne prende anche lei, signor primario?

     – Ha detto “tutte”? Al femminile? – riprese Schiapparelli che ormai non demordeva. – Sentito, Quartulli? Che aspetti a buttarti? Ho visto circolare due o tre allieve…

     – Il dottore è una persona seria, mica un farfallone come si dice di qualcun altro quando era giovanotto! – si intromise ancora suor Tersilla. – Allora, lo prende questo caffè?

     Schiapparelli non raccolse l’allusione e fece cenno di versare. E ancora al suo allievo:

     – E tu non dici niente? Si sta parlando di te, alla fine, e te ne stai là, muto e sconsolato che mi sembri “re sciaboletta” in esilio!… Più grinta, per la miseria! E se vuoi un suggerimento, non lasciarti incastrare dalle suore.

     Ingollato poi il caffè, soggiunse: – Se mi cercano, sono in studio. – E vi si diresse canticchiando.

     Schiapparelli sbagliava. Quartulli non era un timido: non lo era mai stato. Si trattava di un indolente, uno di quei pigri talmente pigri che, sedutisi per accidente sui propri attributi, preferiscono andare in svenimento per il dolore piuttosto che fare la fatica di cambiare posizione.

     Se in fatto di donne aveva sino ad allora lasciato perdere, era perché riteneva tutto troppo laborioso: approcci, inviti, corteggiamenti. E aveva sempre provveduto solitario a certe esigenze. Tranne due volte, a dire il vero. Due volte che, però, gli erano bastate. La prima fu in una casa chiusa di Bologna, dove aveva trovato una che, tirate su le sottane, gli aveva detto “dài, sbrigati!” e che, immobile per tutto il tempo, aveva aperto bocca solo per dirgli “uffah, quanto pesi!” La seconda (e ultima) fu a Ferrara, con una battona che nella penombra del vicolo in cui l’aveva rimorchiata sembrava una maggiorata di “Playboy”, mentre altri non era (scoperse a cose finite) che un travestito il quale, recitando da manuale, gliel’aveva fatta.

     Però… le allusioni del primario gli fecero venire in mente che da qualche giorno aveva effettivamente cominciato a riprendere in considerazione il problema. Non per sfogare bassi istinti, s’intende… bensì nella prospettiva di trovarsi una buona sistemazione dato che, come era ormai lampante, più di tanto con vitto-alloggio dell’ospedale e assegno di Schiapparelli, non sarebbe durata.

     Cautamente, per non macchiarsi la reputazione, cominciò a guardarsi intorno. Per prima cosa nell’ospedale, dove i due terzi del personale era costituito da donne nubili, anche piacenti.

     Ma presto si rese conto che non era il caso di battere quella strada. Dottoresse: nemmeno una. Infermiere e impiegate: stipendio miserello, a volte genitori a carico, spesso qualche figlioletto di straforo.

     Volse l’attenzione a territori esterni all’ambiente e si aggregò ai compagni di appartamento, bazzicatori di balere e discoteche della zona, nonché fortunati possessori di una cinquecento a testa.

     Le sortite avvenivano solitamente al sabato sera, spesso anche durante la settimana, complice la buona stagione che offriva danze all’aperto in ogni paese per via di quei festival dell’Unità che si tenevano dappertutto.

     Quartulli, quando voleva, ci sapeva fare. Una volta inquadrata quella giusta, non si recava a invitarla così, alla “o va o viene”. L’osservava per un pezzo con discreta insistenza e solo quando era sicuro di averne suscitato l’interesse, solo allora partiva. E con un lieve inchino, esordiva:

   – Permette?

   E nessuna gli rispondeva “no, grazie”: quell’aria sorniona, apparentemente noncurante, quel dovergli tirare le parole di bocca con le tenaglie, erano tutte cose che finivano per stuzzicare la curiosità.

     Il qualificarsi medico, poi, faceva il resto.

     Più di una si mostrò invitante e con più di una ebbe l’opportunità di appartarsi a festa finita nella macchina prestatagli dagli amici, tra i filari dei pioppeti sotto gli argini del Reno, in quelle notti d’estate.

     Ma trascorsi quasi due mesi era rimasto al punto di prima. Gli era passato tra le mani di tutto: commesse in cerca di marito per smetterla di menare la vita dietro a un bancone, casalinghe con la manìa dei bambini, potenziali mantenute con l’idea delle pellicce e della villa al mare. Ma nessuna, in tutto quel campionario, nemmeno una… che avesse la grana.

   E poi… lo stress! Spesso, con quel passare da un locale all’altro, aveva fatto anche l’alba e in più di un’occasione si era dovuto far sostituire da Benatti per la terapia del mattino.

     Come se non bastasse, una sera, al “Nuovo Mondo” di Lugo, non gli capita di venire coinvolto, per sbaglio e suo malgrado, in una rissa? Fu certo l’intervento di sant’Oronzo a salvarlo da un metallico sgabello volante.

     Stando così le cose, disse basta ai locali da ballo.

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