La “ribaltabile” (Cap. 6°) – Allori e sfortune del dottor Quartulli

Quando Cogliuto volle sapere come mai non gli avesse più chiesto di portarlo a donne, Quartulli tagliò corto che, tra ultimi esami e tesi, non aveva tempo.

     – Bravo, studia e laureati presto, ché sei capitato nel momento giusto! A quelle, ci penserai dopo. Però… se proprio non puoi aspettare, ci sono sempre io: basta un fischio, faccio un giro di telefonate e zac!

Giovanni Gazzaneo

     Quartulli ringraziò, mandò mentalmente quel ballista a farsi friggere e, tirate le somme di quanto aveva concluso sino ad allora, si mise nelle mani del destino.

     L’aiuto invece gli giunse (vai a capirli, certe volte, i casi della vita!) dall’ultimo essere vivente cui si sarebbe andati a pensare: la ricoverata 22, Caputo Angelina, detta “la ribaltabile”.

     Di chi si trattava? E perché quel bizzarro appellativo?

     Occorre sapere che poco più di una ventina di anni prima, finita la guerra, si era verificata nella zona una grande penuria di mano d’opera agricola, con le donne che, montatesi la testa per via di calze di seta, rossetto e balli americani, non volevano più sentir parlare di accasarsi con dei contadini per passare la vita a sfornare marmocchi, mungere vacche e raccogliere barbabietole. Sicché i giovani coltivatori, atterriti dalla prospettiva di trovare alla sera tavola spoglia e letto freddo, cominciarono quasi quasi a guardare pure loro alla città.

     Si fecero avanti allora certi mediatori di matrimoni pieni di iniziativa, i quali la pensarono più o meno così: “Perché non andarle a pigliare dove c’è più fame che da noi?” Ed effettuato qualche viaggio di ricognizione, si diedero a reclutare donne in bassa Italia.

     Si trattava di ragazze di estrazione prevalentemente agricola che, il tempo di una veloce conoscenza fotografico-epistolare, venivano caricate sul residuato bellico di uno scalcagnato “OM” e, dopo una viacrucis di alcuni giorni su strade ancora ridotte a trincee e pantani dai bombardamenti, “ribaltate” nelle campagne della bassa per convolare a nozze coi fidanzati e cominciare una nuova vita che avrebbe permesso loro, se non altro, di mangiare due volte al giorno.

     Provate dagli stenti e dalla mancanza di vitamine, per nove casi su dieci non si trattava di candidate a Cinecittà. Né Angelina Caputo faceva eccezione: alta non più di sei-sette palmi, sedere a damigiana, spalle spioventi, naso rincagnito e occhietti gufigni, il promesso sposo fu a un pelo dal commettere un omicidio nella persona del sensale che, aggiratolo con una foto fasulla, gli aveva consegnato il bel campione.

Giovanni Gazzaneo

     Di ritornare dalle sue parti non fu per la sposa mancata neppure il caso di parlare: non aveva intenzione, oltre a quella della bruttezza, di portarsi dietro in sovrappiù la croce dello scorno per essere stata rifiutata anche fuori paese.

     Messasi pertanto, grazie all’interessamento del parroco locale, a fare la serva, passò così parecchi anni.

     Poi cominciarono i guai di salute: ulcera, appendicite, colite, mal di cuore. E alla fine una brutta artrite vibrò il colpo di grazia sulle ultime “chances” che le erano rimaste, di svolgere una pur minima attività lavorativa.

     Il medico condotto prese a ricoverarla senza nemmeno sottoporla a visita, dato che la conosceva a memoria. Il professor Schiapparelli prese a dimetterla dopo una degenza che non superava di regola le quarantott’ore. Tale palleggiamento, che i professionisti non mancavano di accompagnare con reciproche invettive (delle quali Angelina si faceva diligente ambasciatrice), durò un paio di mesi. Alla fine fu il primario a capitolare, decidendo di trattenere la tapina vita natural durante presso il reparto donne, in un cantuccio che l’interessata trasformò col tempo in una sorta di miniappartamento, facendosi portare qualche mobiletto da casa.

     Orbene, bisogna anche sapere che la donnetta di cui abbiamo narrato le magagne, era stata a servizio per tutti quegli anni nella casa del commerciante all’ingrosso e al minuto di carni e insaccati, cavalier Ermenegildo Bergonzoni. E che in quella casa aveva tirato su l’unica figlia dell’agiato commerciante: Iride, un’appariscente biondona mento quadro, petto quarta misura, coscia lunga e polpacci ben torniti, che viveva con la fissazione per la linea e che si era recentemente diplomata dietista per hobby.    

     Il cavaliere padre avrebbe dato la mano dritta pur di vederla accasata col rampollo di uno dei suoi fornitori che stava a Lugo. Ma lei, complice la genitrice, non ne aveva voluto sapere: già adesso era “la figlia del macellaio”, ci mancava pure che in avvenire l’indicassero come “la moglie del bovaro”!… Niente da fare, se qualcuno doveva condurla dal prete, doveva trattarsi di persona appartenente a ben determinata categoria sociale: un professionista, ingegnere, avvocato o meglio medico. Già, medico, perché Iride, sin da piccina, aveva sempre subìto un fascino speciale per il camice bianco.

    Il padre non poté opporsi che sterilmente ai desideri della ragazza. Tanto più che c’era a spalleggiarla la madre che, dopo averla mandata a scuola di nuoto, danza, tennis, inglese e di un paio di altre cosucce che facevano molto fino, non riusciva a immaginarsela che impalmata da un professionista educato e colto. Sì, soprattutto colto e all’altezza della sua bambina che non si stancava mai di riprenderla quando lei, l’ignorantona!, diceva “di raro” o “il solito tram tram”.

     Iride, il cui assillo prioritario consisteva nello scervellarsi giorno per giorno su come spendere i soldini di papà, trovava anche il tempo di ricordarsi dell’ex governante, facendole recapitare, ora un po’ di quelle riviste che parlano di attrici, principi e regine, ora un paio di pantofole nuove. Né mancava, di tanto in tanto, di recarsi a trovarla con una scatola di caramelle.

     – C’è un dottorino nuovo da qualche mese – le confidò un giorno Angelina – che è di un bravo, ma di un bravo!

     – Me l’hai detto pure l’altra volta. Ma dove sta, ché non lo vedo mai?

     – Viene poco in reparto, solo alla mattina per misurare le pressioni e attaccare i “flebi”, perché non ha tempo: sai, deve finire di studiare. Un gran bravo ragazzo, e pure un bel giovane! E come fa bene le punture nei bracci: meglio della suora! Sai che coppia fareste, voi due?

     – Mo’ va, Angelina! E poi, hai detto che non è nemmeno dottore!

     – Adesso!, ma tempo cinque o sei mesi… me lo ha detto suor Tersilla.

     – E come si chiama? Di dov’è, questo futuro dottore?

     – Quartulli. E’ di Granarolo e se vieni di mattina presto, ce lo trovi di sicuro!

     – Quartulli… Quartulli… – La giovane se lo stampò nella mente.

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