Castronuovo: “Va ora in onda” di e con Kollettivo 69. Quando il teatro fa comunità

Siamo tempo rappreso, anzi, un labirinto di tempi, dimenticanze che feriscono, luoghi che, nonostante tutto, resistono all’usura del tempo e all’ingrata storia.

Enza Berardone

La piazza case cadute di Castronuovo, dimenticata tra un nugolo di case chiuse, soffocata da un antico silenzio e dall’indifferenza , per una sera è ritornata a vivere, a cibarsi di voci, suoni, sorrisi, schiamazzi e colori nuovi, è diventata un magico anfratto, dove la vita pulsa forte e tesse percorsi emotivi non precostituiti.

La poesia chiarisce, mette a fuoco la vita, i sentimenti, il teatro ci mette sotto gli occhi ciò che è disperso nella realtà, rivela e sputa verità differenti. Il Kollettivo 69 costituito da Antonio Cranco , attore e regista, Enzo Graziano, addetto alle musiche e ai video, Pino Ceglie, Filippo Porfidio, Marco Donnadio, il 17 Agosto, in collaborazione con l’Associazione di Volontariato castronovese, ha regalato alla comunità una performance intitolata “Va ora in onda”, un coraggioso tentativo di abitare nuovamente e poeticamente spazi abbandonati del paese, e di dare spessore a ciò che viviamo e proviamo, senza fronzoli e mistificazioni.

Le immagini, scelte con cura, scorrono e diventano ponti, approdi salvifici, porti dove è saggio e consigliabile attraccare, un caleidoscopio di suoni, sensazioni, colori, immagini, nostalgia, che non è rimpianto, ma vita, aperta all’avvenire pur non abbandonando le emozioni del passato.

Le sequenze di sketch e dialoghi ci hanno restituito, romanticamente, persone, luoghi, profumi, indotto non soltanto a ridere, sorridere, emozionarci, ma anche a riflettere sulle sbavature e brutture della nostra società, sempre più ipocrita, violenta, corrotta, amorale, asfittica, dove gli uomini, esasperati dalla logica della produttività, dalla smania di possedere cose, sacrificano passioni, sogni, vitalità e diventano prigionieri, ostaggi di ciò che fanno.

Si è respirata un’atmosfera fiabesca, resa tale non soltanto dalla profondità delle parole, dalle musiche, sapientemente scelte, ma anche dalle luci, le quali hanno avvolto con dolcezza la platea e i muri della piazza, sporcandoli di memoria, vita vissuta ed immaginata. L’espressione: “È qui la festa” è stato un chiaro riferimento ad un’identità collettiva smarrita, ma importante, necessaria, un volersi riappropriare della parte più vera, autentica di ognuno di noi, che non trova, ormai, un senso nel grande marasma dei non luoghi e delle vuote apparenze.

Vero, crudo, diretto il monologo di Antonio Cranco sul concetto di normalità e follia, sulle contraddizioni e menzogne di una chiesa sempre più distante dai fedeli, ripiegata su stessa e sulla sua atavica ipocrisia ed opulenza. Altrettanto crude e forti sono state le immagini che raccontano l’eutanasia, o meglio la negazione del diritto dell’individuo di decidere come morire, e del preteso valore morale della sofferenza. Ovviamente l’intento non è stato quello di imporre le proprie posizioni, o di trattare l’eutanasia, la vita, la morte con unilateralità, ma di far riflettere seriamente i partecipanti.

La serata è stata una boccata d’aria fresca, una finestra sulla nostra storia, sui nostri ricordi, sui nostri timidi desideri; abbiamo respirato con l’anima , ammirato il luccichìo delle stelle, viaggiato nel passato per ritornare a casa, per ritrovare noi stessi.

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