“Dogman” diretto da Luc Besson

L’uomo degli indifesi animali che sono i piu fedeli, l’uomo dei cani. Dogman. E’ il titolo dell’ultimo film di Luc Besson, il cineasta francese che sa confrontarsi con il colossale sistema hollywoodiano. E questo sontuoso film, ignorato dai Leoni elargiti all’ultima Mostra di Venezia, nonostante la mostruosa interpretazione di Keleb Landry Jones, ci lascia quel senso di trepidante ansia per tutto lo scorrere della narrazione.

80^ mostra del Cinema di Venezia

Un uomo solo e che si impone per dignità, infanzia negata e violata, e i cani che si affezionano alla sua tenerezza e che rispondono ad una condizione di telecomando. Lo spettatore è in sala (a Venezia in migliaia, e ora è distribuito in Italia) auspica che il dolore messo in scena, propedeutico alla narrazione, fosse sviluppato in modo compatibile con la equa empatia, evitando che il dolore stesso si ripercuotesse verso i protagonisti del film, i cani. Che sono decine e decine, di tutte le razze, di tutte le dimensioni. In fondo essi, nelle difficoltà, superano le differenze, facendo gruppo. Anzi, una squadra di soccorso. Perché, “Ovunque ci sia un infelice, Dio invia un cane” recita in epigrafe il film, citando il poeta Alphonse de Lamartine per introdurre quello che è la più matura pellicola di Besson, dopo aver girato capolavori come “Léon”.

Dogman di Luc Besson

E il suo Dogman (come il titolo del film cristologico di Matteo Garrone, qualche anno fa), si trucca e si traveste come un emulo di “Joker” (film di Todd Philips), volto a interpretare altri personaggi, donne di fama con voce sublime, da Edith Piaff alla Merylin: è sempre se stesso, seppur paraplegico e oltremodo segnato dalla vita. Il magnifico attore regge per intero questo ultimo capolavoro di Luc Besson, in grado di renderci capaci di assimilare la rabbia e il dolore altrui come antidoto al conformismo senza alcuna critica e giudizio.

E la scena finale saprà di miracoloso, di divino quasi, come la Balena (The Wahle di Darren Aronofsky). Per David Cronenberg: “la maggior parte degli artisti sono attratti da ciò che è tabù, un artista serio non può accettare i tabù, qualcosa che non puoi guardare, pensare, toccare.” E Dogman ci sa toccare, come un segugio che ci segue nel profondo, per ammansire ogni crudeltà pregressa.

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