Il Camposanto di Ignotu

“Zu Antonio “Gnotu” aveva un viso rubicondo e solcato da rughe profonde. Sotto il naso adunco spuntavano due baffetti che lasciavano trasparire un sorriso indefinito, beffardo! Viveva con la moglie e la sorella di lei. Erano talmente somiglianti che facevamo fatica a distinguere quale delle due fosse sua moglie. Le chiamavano le mariannine, forse per la loro bassa statura o per qualche virtù a me ignota. La casetta aveva l’ingresso direttamente sulla rotabile dove transitavano rari e rumorosi automezzi.

Giuseppe Peluso

A sera, al bagliore della luce del focolare, si scorgevano le pareti coperte da nero fumo luccicante; pennello del migliore pittore non avrebbe raggiunto tale perfezione! Zio Antonio ogni mattina bardava l’asinello, legava alla soma la capretta e insieme lo seguivano nel suo tranquillo andare.

A mezzodì, puntuali come un orologio svizzero, le mariannine, con il cesto sulla testa, portavano la minestra calda e la bottiglietta di vino a zio Antonio, intento a coltivare il suo giardino. Se per strada incontravano qualche persona, con grazia, le domandavano se volesse mangiare qualcosa. Forse erano memore della penuria del tempo!

Agli inizi di giugno, appena si chiudevano le scuole, tutti noi ragazzi del villaggio venivamo avviati a pascolare il piccolo gregge. Andavamo in località Ficarelle dove, in un’ansa dell’omonimo torrente, vi era un’ ampia area demaniale. Lasciavamo gli animali in libertà e ci dedicavamo ai giochi che sotto gli occhi vigili dei genitori ci erano proibiti! Giocavamo soprattutto “a staccia e a battimuro”, con i pochi spiccioli e i bottoni strappati a vecchi indumenti o ai pantaloni!

Quando la canicola si faceva alta ci riparavamo all’ombra di una “grande muraglia”, eretta nel tempo, a protezione del vasto giardino. Spesso tentavamo di scavalcarla e scoprivamo che dentro ivi erano ortaggi verdeggianti ed alberi carichi di frutta dolcissima! Ogni qualvolta che raggiungevamo la sommità, da qualche angolo recondito spuntava sempre la figura di Zio Antonio o di qualche mariannina!

Un giorno, con nostra grande meraviglia, vedemmo Zio Antonio uscire da un cancello con un paniere stracolmo di ciliegia, gelsi, albicocche ed altre primizie! Si avvicinò e con un sorriso ammiccante ci invitò a prenderle tutte! Me ne sarei ricordato un giorno quando, ormai grandicello, lessi la fiaba di Oscar Wild del “Il Gigante Egoista”.

Forse era la nevicata del 1956 quando le casette del Villaggio furono sommerse da tanta e tanta neve! Ogni mattina osservavamo i tetti per vedere di quanto quel manto bianco fosse cresciuto! Vidi per la prima volta gli elicotteri volteggiare nel cielo che andavano a lanciare derrate vicino ai casolari isolati. Mio papà, con la vanga, apriva le piste per andare a fare visita ai parenti e alle famiglie bisognose.

Trovò la porta della casetta di Zio Antonio completamente sommersa dalla neve, accumulata anche da dispettosi ragazzotti. Mio padre lì redarguì e quelli subito andarono a pulire la strada e a liberare l’ingresso della casetta di Zio Antonio. Egli subito uscì e corse verso la stalla dove lo aspettavano la capretta e l’asinello che lo accolsero belando e ragliando!

Mio papà, tornato a casa , ci raccontò l’accaduto. Io gli chiesi perché tra le tante famiglie del Villaggio solo Zio Antonio non avesse figli. Raccolti intorno al focolare scoppiettante sotto un grande camino a “cappa”, mentre la neve scendere copiosa, cominciò a parlare mentre io e le quattro sorelle ascoltavamo ansiosi. “Zio Antonio Palazzo, detto “Ignoto”, aveva un figlio di nome Francesco. Era giovane e lavoratore; doveva sposarsi con la vicina di casa, Giovannina Rotondaro, quando fu chiamato a prestare servizio militare.. Era scoppiata la Seconda Guerra Mondiale che vollero i nazisti di Hitler e i fascisti di Mussolini.

Fu arruolato nell’Armir, un corpo di spedizione composto da soldati che erano male armati, mal nutriti e malvestiti. Partirono In circa ottantamila che, a marce forzate, dovevano raggiungere Mosca e conquistare la Russia! Arrivati sul Don, il grande fiume ghiacciato, “il generale inverno” che già aveva sconfitto Napoleone Bonaparte nel 1812, la brigata italiana fu bloccata dal freddo e respinta dai soldati russi che difendevano la loro patria.

Molti morirono sotto i loro colpi. La maggior parte perì per fame e freddo mentre altri fatti furono fatti prigionieri o dispersi. Zio Antonio si recava ogni giorno in Comune per aver notizie del figlio, ma le autorità del tempo, ligi al regime fascista, gli dicevano di non preoccuparsi perché Francesco sarebbe tornato. Ora risultava solo disperso in località “ignota”, forse accasato presso qualche facoltosa famiglia russa! A questa storia credeva pure Giovannina che continuava ad aspettare Francesco per coronare il loro sogno di matrimonio. La sera, quando i genitori stanchi andavano a letto, lei restava vicino il fuoco dove in un pentolone cuoceva la minestra per i maiali. Continuava pure a ricamare le federe e le lenzuola per completare il corredo nuziale.

Una sera di quel rigido inferno, Giovannina si addormentò sulla sedia. Una favilla insidiosa si posò sul lembo della sua vestaglia che pian pianino incendiò la vestaglia! Giovannina si svegliò di soprassalto e corse fuori, ma un vento impetuoso alimentò la fiamma e ne avvolse il corpo! Corsero i vicini e spensero il fuoco, ma Giovannina sopravvisse solo pochi giorni, sopportando stoicamente gli atroci dolori.

Si spense sussurrando il nome di Francesco, suo primo ed unico amore. Anche zio Antonio e le mariannine, da molti anni riposano in un angolo anonimo del cimitero del paese, dove nessuno posa un fiore! La “grande muraglia” che circondava quel giardino delle delizie, ormai abbandonato, resiste possente allo scorrere del tempo. E’ coperta ora da siepi che producono fiori in ogni periodo dell’anno, fiori di tanti colori! Vi nidificano soprattutto pettirossi e fringuelli, cardellini e cince allegre, sempre prodighi di cinguettii stupenti.

Pure le acque del torrente, non più minacciose, scorrono lente e, in concerto con gli uccelli, mormorano litanie dolcissime.In quel giardino, che gli abitanti del Villaggio continuano a chiamare il “Camposanto d’Ignoto” , Zio Antonio aveva trovato il luogo dove lenire il suo dolore e forse scoprire l’arcano mistero della vita!

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