Breve storia del mio silenzio di Giuseppe Lupo  (Marsilio, 2019, pp.203)

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“…Alla fine restava una specie di polvere che non erano stati gli zoccoli delle cavalcature a sollevare, ma la corsa del tempo, che il più piccolo movimento rendeva limacciosa come il fondo di un pozzo….”                                                          

Giuseppe Lupo breve storia del mio silenzio

E’ solo uno dei passaggi poetici che si intrecciano nella trama fitta di ricordi e di aspettative del nuovo romanzo di Giuseppe Lupo Breve storia del mio silenzio. Riesce bene a mettere insieme, come in un mosaico adagiato sulle nuvole, le fasi cruciali che lo condurranno alla maturità e alle esperienze attuali. A partire dalla sua infanzia così contornata di personalità colte e di fatica che gravitavano nella sua casa, con le difficoltà ad esprimersi e l’arrivo della sorellina; una casa di intellettuali che i genitori, insegnanti, con il Circolo La Torre, riuscivano a mettere insieme anche in un piccolo borgo dell’Appennino lucano. La sua Atella, immersa fra il Vulture (vulcano spento) e la Valle di Vitalba (celebrata da Giustino Fortunato) con la corona appenninica fra Sant’Ilario e il castello federiciano di Lagopesole, le alture di Pierno e Santa Croce. E’ una gentile geografia dell’anima quella che narra con dovizia di sfumature Giuseppe Lupo, e con un filo invisibile collega i suoi due precedenti romanzi, che vedono la Famiglia al centro di uno sguardo intriso di tenerezza e talvolta di dolori: “Gli anni del nostro incanto” e prima “L’albero di stanze”. La famiglia riunita d’estate, come per Cesare Pavese. Eppure l’orizzonte punta (ancora una volta) verso nord, verso la Milano che lo adotterà non senza le difficoltà che si presentano a chi arriva da un Sud dimesso e con scarse risorse. “Nostro figlio è bene che raggiunga la soglia dell’Illuminismo” suggerirà suo padre, in questo racconto che tanto di Sud è pervaso. E una Lucania di poesia e di regole sommarie: terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre”, la descriveva così Carlo Levi, alludendo a quella sorte malvagia di movimenti tellurici (quel tragico 23 novembre 1980 vissuto da Lupo) e di poteri amorali. Quel “Cristo” di Levi, lo scrittore se lo divorò proprio durante le “repliche” di quell’interminabile autunno. E’ la poesia dei lucani Riviello e Sinisgalli ad affrancare e dare forza creativa al giovane che lascia gli affetti per approdare sui Navigli. Eppure i ricordi infantili di Lupo riaffiorano nella narrazione: fra le pagine più toccanti vi è il ricordo di Carmine, un ragazzino che lavorava da garzone nella masseria dei nonni; lo avevano preso in una fiera autunnale, dopo essersi accordato con il padre in cambio di denaro. Un fenomeno di miserie che toccava le piazze durante le fiere del sud, che ha peraltro descritto Elisabetta Landi ne “Il mercato dei valani a Benevento”. A Carmine, alla sua Prima Comunione, frate Bernardo dedicherà questi versi:

Porti i tuoi anni smarriti fra le stoppie e il tuo cuore, caldo uovo di rondine…Non suonano gli angeli più dei cori dei grilli…

Carmine diventato maggiorenne andrà a lavorare in fabbrica a Zurigo, non lo rivedrà mai più. Ancora un viaggio verso nord, in treno proprio come fa l’autore che partirà (da studente) con i treni di Foggia, la porta dei migranti verso il nord sotto la dorsale che costeggia l’Adriatico. E’ dunque un romanzo che soffia sull’infanzia, sul come eravamo nella televisione in bianco e nero, quella dei ragazzi con l’avventura del grande Nord e la sigla I Wanna Go cantata da Orso Maria Guerrini (che sembra un incrocio fra Leonard Cohen e Tom Waits). 

GLi anni del nostro incanto

Giuseppe Lupo

                                                                                                    Lo sguardo americano ovvero l’America di parole, quel sogno che Lupo sa accarezzare mediante autori leggendari da Faulkner a Steinbeck a Caldwell a Hemingway: “trattati con la stessa spericolata imprudenza con cui mi ero dedicato a montare e smontare l’Odissea” scrive l’autore. E la ricerca del padrino, necessaria e dolorosa per poter diventare scrittore. Già, scrivere, secondo Faulkner: “Di solito inizia tutto in con un personaggio e, una volta che si alza in piedi e comincia a muoversi, non mi resta altro che andargli dietro con carta e penna”.

Scriviamo ciò che è destinato ad essere cancellato, confiderà nel finale Giuseppe Lupo, scriviamo per dimenticare.                                                      Contraddistinto da una sostanziosa narrazione, il romanzo riannoda ricordi e personaggi lasciando spazio a sfumature poetiche di intenso effetto, legando la sua Lucania a Milano, città emblema di sogni non sempre conseguiti. Affiora nella nebbia quel “40 pass” cantata da Davide Van Desfroos. Eppure è la Milano dove ha sede la cinquecentesca Casa degli Atellani (che richiama la sua cittadina lucana) e il leggendario falconiere messer Ulivo, forse l’inventore del panettone. Un richiamo già esplicato in precedenza da Lupo, milanese forse per destino: un inconscio non scritto che si fa storia, e in tutto questo una lucanità ancestrale e vivida.

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