One second diretto da Zhang Yimou

Presentato nella 148 Rassegna del Cinema Lovaglio di Venosa, One Second è l’ultimo film del maestro cinese Zhang Yimou, il cineasta più premiato alla Mostra di Venezia, cui è stato pure Presidente di Giuria nel 2007.

Armando Lostaglio

Questa opera (da poco uscita, durata 104’) era stata selezionata al Festival di Berlino del 2019. Ma poi è stato ritirato per “problemi tecnici di post-produzione”. In realtà il film aveva subito una censura da parte del governo cinese per avere mostrato una eccessiva povertà durante la Rivoluzione Culturale di Mao. E pertanto l’autore ha dovuto apportare degli “aggiustamenti” in sede di montaggio con relativi tagli.

Tratto da un romanzo della scrittrice Yan Geling, One Second è un gioiello minimalista sotto l’aspetto formale e della sceneggiatura, come i precedenti “Non uno di menoLeone d’oro a Venezia del 1999 e “La storia di Qiu Ju” pure premiato a Venezia del ’92; e ancora “La strada verso casa” (1999). Zhang Yimou ritorna ad un cinema essenziale, oltre i fasti di precedenti capolavori come “La città proibita” (2006), “Hero” (2002) e il magnifico “Lanterne rosse” (1991).

Il maestro rilancia con One second un potente messaggio d’amore verso il cinema, quale arte liberatoria, oltre ogni costrizione. La visione è offerta da un confine illimitato che è l’antinomia stessa del concetto di confine: il deserto che apre e chiude il film con sequenze parallele, come ricerca interiore fra limiti immaginifici ed umanità interiore. Un padre anonimo (che fugge da un campo di rieducazione) ed una figlia (orfana con un fratellino) che possano rappresentare il collante normalizzante di famiglia che travalica la massificazione politicamente imposta.

cinema Lovaglio Venosa

Infatti, la storia è semplice: siamo negli anni cruciali della rivoluzione maoista fra gli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso, Zhang Jiusheng fugge da un campo di lavoro per poter assistere alla proiezione di un cinegiornale in cui, per un solo secondo (ecco il titolo) può rivedere la sua giovane figlia. La pellicola però viene rubata – per altre ragioni – da una giovane orfana vagabonda. Semplice e potente è il film dove c’è persino un “Signor Cinema” che proietta film in una grande sala nel villaggio oltre il deserto. Film di propaganda, ma pur sempre capaci di emozionare gli spettatori, ansiosi sempre di trovare un posto.

I loro sguardi sono attoniti come nel piccolo Totò di “Nuovo cinema paradiso” (l’Oscar di Tornatore, 1989). O ancor più, nel pubblico di “Nitrato d’argento” di Marco Ferreri che presentò alla Mostra di Venezia nel 1996 quale suo ultimo atto d’amore per il cinema, a 100 anni dalla invenzione. E come Ferreri, Zhang Yimou mostra una ostinata ingenuità, la stessa che espone un bambino devoto al suo giocattolo preferito che ne esorcizza l’usura; a fronte d’un giocattolo più moderno impostogli dai genitori, che gli dicono che il mondo dei giochi è finito con l’oggetto del proprio divertimento. Quel giocattolo è il Cinema, di cui non si vuole mai celebrare la fine. Non una fine fisica, in quanto il cinema manterrà il suo ruolo vitalissimo e altalenante, bensì la sua fine in una sala pubblica. Guardava lontano il fantasioso anarcoide Ferreri. Ci sollecita con tenerezza il cinema perfetto di Zhang Yumou.

Zhang Yimou e Armando Lostaglio

Il settantenne maestro cinese non è soltanto uno dei registi più importanti del cinema contemporaneo ma con la sua eclettica produzione ha saputo rappresentare l’evoluzione del linguaggio cinematografico mondiale e, al tempo stesso, l’enorme crescita del cinema cinese. Lo conferma il direttore della Mostra di Venezia, Alberto Barbera, per lui Zhang Yimou è stato un pioniere per la sua capacità di tradurre autori, storie e in generale la ricchezza della cultura cinese in uno stile visuale unico e inconfondibile. L’indimenticabile esordio Sorgo Rosso (1987), tratto dal premio Nobel Mo Yan, lo segnala al pubblico internazionale come uno dei registi più importanti della Quinta Generazione (insieme a Chen Kaige e Tian Zhuangzhuang). Da allora, l’abilità nel combinare l’eleganza della forma a un impianto narrativo di stampo universale gli valgono importanti riconoscimenti, tra cui i due Leoni d’Oro per La storia di Qiu Ju (1992) e Non uno di meno (1999). Al passaggio del secolo, il film di arti marziali Hero (2002) – la sua terza candidatura all’Oscar come miglior film straniero – lo definisce icona del cinema- spettacolo a livello globale fino a garantirgli la regia delle cerimonie di apertura e chiusura delle Olimpiadi di Pechino (2008) e le recenti Olimpiadi invernali, con alle spalle anche una serie di grandi produzioni con star americane.

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