La Famiglia

Foto tratta dal libro "Dizionario dialettale di Francavilla sul Sinni" di Luigi Viceconte
Foto tratta dal libro “Dizionario dialettale di Francavilla sul Sinni” di Luigi Viceconte

La famiglia, la cellula prima della struttura sociale, quel raggruppamento di consanguinei, quell’organizzazione sociale in cui si genera la prole, si sviluppa, si ricompongono le forze fisiche e si modellano quelle spirituali, godeva di grandissima considerazione nel paese. Il padre, capo della famiglia, disponeva di poteri “assoluti”, di prestigi immensi e di grande rispetto.

La madre doveva obbedienza al capo famiglia. Secondo quella cultura e l’eredità di quella prassi, l’uomo, dotato di specifiche capacità, era il solo che potesse assumere tale guida. L’uomo lavorava con le braccia e con il cervello; la sua costituzione fisica poteva reggere e far fronte a delle forze esterne. L’uomo prendeva delle iniziative che rendevano possibile la continuazione della vita. L’uomo poteva far fronte ad un’eventuale ribellione dei figli e tante, tante altre cose, che a livello inconscio, convincevano l’altro sesso alla sottomissione, ma nel reciproco e soprattutto nell’interesse superiore della famiglia stessa. Tale legittimazione si protraeva da secoli, sicché per capovolgere quella situazione, occorreva una rivoluzione, così come in parte negli anni successivi, a quelli cui faccio riferimento, si è andato verificando, almeno nelle altre regioni di Italia.

Il discorso potrebbe essere sviluppato ulteriormente, ma esulerei dal tema che mi sono proposto, di parlare di quella realtà così com’era, con qualche osservazione necessaria alla comprensione di fatti e comportamenti.

Nella strategia dell’organizzazione della famiglia, la madre collaborava, ma le sue opinioni potevano anche essere scartate. Il padre come fonte unica di sostentamento, percepiva quella componente base, ne godeva e non faceva niente per annientarla.

La donna, la madre impotente a tale situazione, subiva supinamente, ma ne trovava anche un evidente vantaggio. Nelle decisioni importanti, il parere del “capo famiglia” era legge e nessuno osava contraddirlo. La madre con quel senso innato di remissività, di indole incline alla sottomissione si occupava di tutti quegli aspetti non secondari dell’organizzazione e della attualità di tutte le operazioni attinenti alla vitalità della famiglia.

Foto tratta dal libro "Dizionario dialettale di Francavilla sul Sinni" di Luigi Viceconte
Foto tratta dal libro “Dizionario dialettale di Francavilla sul Sinni” di Luigi Viceconte

Ella preparava il cibo, con passione ed amore; provvedeva al bucato con l’uso delle proprie braccia (non esistevano allora mezzi meccanici ed automatici), magari con l’aiuto di qualche donna che prestava i suoi servizi; si occupava della cura generale della casa, della cura e dell’educazione dei figli, dei bisogni in generale e particolare di tutti i membri della famiglia. La madre, quella nobile creatura del Creatore, che, dopo aver concepito nel proprio seno partorisce, con grandi dolori e profonde sofferenze, a sua immagine e somiglianza, un nuovo essere.

Un essere a cui, quella madre dedica tutte le sue ore del giorno e della notte, verso cui prodiga tutto il suo amore e la sua dedizione affinché cresca, cresca sano e utile per l’intera collettività.

Immaginare, nella successione del tempo, tutti quegli avvenimenti positivi ed anche negativi, in cui viene letteralmente travolto o sconvolto l’animo di quella donna, per fatti che coinvolgono quel figlio e poterli soppesare ed analizzarli, con la dovuta calma e riflessione, credo, e non ne ho il minimo dubbio, l’intera umanità si prostrerebbe in segno di profonda riconoscenza, così come d’altronde ogni figlio fa, ma ahimè nella fase finale della sua esistenza comprendendo appieno solo allora, quello che avrebbe sempre dovuto comparare con tutte le altre cose sopravvenienti dell’esistenza stessa.

Mi sia perdonata quest’apertura di parentesi. Sono sempre un meridionale.

I figli poi, essendo economicamente dipendenti e certe volte fino a tarda età, dovevano il massimo rispetto ai genitori. Questo rapporto aveva grande rilevanza, in quella comunità.

La tradizione, la cultura sorte sulla base economica – sentimentale diffondeva i suoi tentacoli nella profondità della coscienza, dove una volta incrostatasi le barriere diventavano insormontabili ed invalicabili. Poi per ragioni morali e religiose, una volta raggiunto quel determinato grado di legittimazione, nessun tempo, né potere riuscivano a dissolverle. La sacralità del ruolo dei genitori toccava la massima vetta del sentimento umano. Rare erano le manifestazioni di aggressività intergenerazionali. Il codice morale imponeva il più assoluto rispetto verso i genitori ed i figli vi si adeguavano spontaneamente.

Le ore di libertà anche di giorno o la partecipazione a gruppi o manifestazioni, erano soggette a preventive autorizzazioni dei genitori. Le ragazze, poi, non godevano di alcuna autorizzazione: esse subivano un rigore quasi claustrale. Eccezionalmente e solo dietro accompagnamento della madre o fratello o per andare ad ascoltare la messa, veniva loro concesso di lasciare la propria abitazione. Il dono della vita, esternato dalla natura anche nella bellezza, era posto sotto un rigido controllo, di usanze e tradizioni e modi arcaici.

Rivolgere uno sguardo innocente ad un ragazzo, ad un uomo da parte di una donna, si scatenavano le ire più terribili dei genitori e le lingue più perfide della gente mal pensante.

Vigevano insomma norme rigide quanto ferree.

Nella ricorrenza delle festività del Natale e della Pasqua, che secondo la tradizione si porgevano gli auguri anche ai parenti, non era consentito porgere un bacio alle cugine, ma porgere soltanto la mano. Erano schemi culturali quelli derivanti da principi scaturiti in ambienti rurali – provinciali angusti, secondo i quali l’uomo era sempre sotto minaccia dell’aggressione e del male, mascherati da parte dell’altro. I figli si rivolgevano verso i genitori, dando loro del voi “assignurìa”, così come era uso rivolgersi anche verso gli anziani. Il diritto del figlio era rappresentato e poteva essere esternato soltanto dal sentimento di obbedienza e devozione filale. E’ altrettanto vero che anche i genitori nutrivano, verso i propri figli un penetrante e smodato sentimento d’affetto.

Ai bambini o ragazzi non era consentito esprimere pareri od opinioni.

Essi dovevano subire gli schemi mentali degli adulti, perché solo gli adulti “comprendevano” i fatti e gli atti umani.

Tuttavia la struttura della famiglia era ben salda e la sua coesione si manifestava in tutte le manifestazioni quotidiane: la forma, la natura, la sua espressività erano veramente eccezionali.

Raggiunto poi la maggiore età e passati al matrimonio, i figli, se fissavano la dimora nello stesso paese, risentivano sempre l’influenza dei genitori.

 

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