Marzo: un mese che ha scandito eventi incisivi

Sta per concludersi marzo 2017, mese ricco di ricorrenze importanti, che chiedono l’impegno sempre più intenso di ciascuno a servizio della pace. Nella sua enciclica populorum progressio, di cui il 26 marzo ricorre il 50° anniversario, il beato Paolo VI ricordava come siano le disuguaglianze a provocare discordie e sottolineava che il cammino della pace passa attraverso lo sviluppo. Uno sviluppo che, come ha ribadito Papa Francesco, le autorità pubbliche hanno l’onere di favorire, creando le condizioni per una più equa distribuzione delle risorse e stimolando le opportunità di lavoro, soprattutto per i giovani.

A proposito di giovani, come ogni anno, in occasione del 12 marzo, festa di San Massimiliano di Tebessa, martire del 285 d.C. per obiezione di coscienza al servizio militare, il Tavolo ecclesiale degli enti di servizio civile ha organizzato un incontro, a Lamezia Terme, tra i volontari del servizio civile nazionale. La scelta della data non è casuale e rinvia alle radici del servizio di cui i giovani oggi fanno esperienza.

Da quell’esperienza di obiezione è germinata una significativa esperienza di lavoro comune, volta a fare della costruzione di un futuro di pace, con mezzi pacifici, un terreno d’impegno nel quale coinvolgere sempre più giovani. Il servizio civile cambia la vita di tanti giovani: un’opportunità, un’esperienza di crescita e di formazione. Altra ricorrenza: non dimentichiamo che 100 anni fa il mondo si trovava nel pieno della prima guerra mondiale, conflitto che proprio nel 1917 acquisì una fisionomia planetaria e vide l’affiorare di regimi totalitari.

Sempre a marzo, per esempio, esattamente il giorno 15, si ricordano i sei anni dallo scoppio del conflitto in Siria, con il suo bagaglio di morti e di profughi e lo spazio aperto alla terribile minaccia dell’Isis.

L’Europa, mentre il 25 marzo ha ricordato i 60 anni della sigla dei Trattati di Roma, si trova a un bivio, nel quale è chiamata a ritrovare la propria identità e riscoprire le proprie radici, se non vuole perdersi.

L’Europa, che nei secoli passati era una società cristiana, oggi purtroppo ha perso la sua anima religiosa e con profonda amarezza possiamo constatare che il cristianesimo ha smarrito la sua forza propulsiva fra gli uomini e le donne del vecchio continente.

Paradossalmente l’Europa si è chiusa in egoismi ed interessi nazionali o addirittura localistici e, quindi, in questo processo di trasformazione essa è chiamata a ritrovare la sua originaria identità.

Nell’attuale globalizzazione si deve avere il coraggio di costruire un nuovo modello di unità nella variegata diversità di popoli che si affacciano nella vecchia Europa, creando ponti e non barriere.

Proprio per costruire ponti essa deve dare un nuovo slancio alla propria storia millenaria e recuperare quei valori cristiani che hanno permeato la convivenza fra i popoli.

EU – La firma del trattato di Roma nel 1957

Ricordiamo che il Trattato di Roma, firmato il 25 marzo 1957 ha concepito l’Europa come avventura etica, politica ed economica, per dare al continente una pace prolungata, un benessere condiviso, una giustizia sociale e una tutela dei diritti, come mai si erano sperimentati nella storia.

Noi sogniamo, noi vogliamo un’Europa più forte e incisiva nella gestione delle sfide di oggi: dalle migrazioni alle disuguaglianze, passando per il contrasto dell’avanzata dei populismi. Si chiede un’Unione che mostri i muscoli e, allo stesso tempo, evidenzi saggezza nel privilegiare gli interessi comuni agli egoismi nazionalistici.

Quando? Da subito, già a partire dall’appuntamento del 25 marzo, giorno del 60esimo anniversario della firma dei Trattati di Roma.

Noi lucani vogliamo che si dia sempre più spazio europeo alla nostra Basilicata; che la nostra Regione sia sempre prima nell’attuazione dei programmi comunitari per meritare premi finanziari.

In conclusione noi italiani vogliamo un’Europa “no exit”, inclusiva, che non sbatta la porta in faccia a nessuno, ma che tuteli dignità e diritti di tutti e sia in grado di rimettere le persone al centro. Per quest’Europa ci adoperiamo, assumendoci le nostre responsabilità, ma chiedendo alla politica di fare altrettanto.

 

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