Per uno sviluppo umano integrale

Sono trascorsi 50 anni dall’uscita dell’enciclica (di Papa Paolo VI) la “Populorum Progressio” che ne fece uno dei cardini della dottrina sociale della Chiesa. Sviluppo integrale, frontiera di sempre.

Diciamo subito che le Caritas diocesane d’Italia sono a convegno a Castellaneta (Taranto), dal 27 al 30 marzo. Sono presenti anche le Caritas diocesane della nostra Basilicata.

Sono attesi centinaia di delegati: al centro del confronto, il tema indicato 50 anni fa da Paolo VI.

E oggi “istituzionalizzato” da Francesco in un dicastero vaticano.

Nel suddetto convegno si vuol riflettere sui temi dello sviluppo, nelle dimensioni della pastorale, della cultura e dell’operatività concreta, a livello nazionale, europeo e internazionale.

don Camillo Perrone

Ora noi, riferendoci alla “Populorum Progressio”, vogliamo riflettere su un aspetto strutturale della vocazione della Chiesa, benché spesso travisato da concezioni devozionali della pratica religiosa: in tutto il suo essere e il suo agire, la Chiesa è chiamata a promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo alla luce del Vangelo.

Tale sviluppo si attua mediante la cura per i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato, (Motu Proprio papale per l’istituzione del dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale).

Questo compito non scaturisce da una concezione sociologizzante della relazione tra il cristiano e il mondo, bensì dalla consapevolezza che per sua natura e suo intimo dinamismo l’amore cristiano spinge alla denuncia, alla proposta e all’impegno di progettazione culturale e sociale, a una fattiva operosità, che sprona tutti coloro che hanno sinceramente a cuore la sorte dell’uomo a offrire il proprio contributo.

A questo punto non possiamo non deplorare e condannare i mali che, in questo mondo, negano all’uomo la possibilità di una vera liberazione e di una vita pienamente umana. Ecco i mali: la privazione dei diritti umani e gli attacchi alla dignità e libertà degli individui, contro la vita e la libertà di persone inermi; ogni tipo di discriminazione razziale; l’aggressione bellica, la violenza e il terrorismo; l’accumulo di armi, specialmente atomiche, e lo scandaloso traffico di armamenti bellici d’ogni genere; l’ingiusta distribuzione delle risorse del mondo, e quel tipo di strutture per cui i ricchi diventano sempre più ricchi, e i poveri più poveri.

Inoltre tanta droga smerciata e acquistata, l’industria della pornografia, la prostituzione, le varie forme di ingiustizia, l’assenteismo dal proprio impegno di lavoro, il sistema del peculato e del ricatto, la diffusione delle convivenze coniugali senza matrimonio, e mali forse più grandi, operati nel segreto e nell’omertà, con apparenze rispettabili. Inoltre la xenofobia, il bullismo e i tanti femminicidi. Queste negatività determinano il sottosviluppo, le cui cause non sono primariamente di ordine materiale. Esse, invece, vanno ricercate piuttosto in altre dimensioni dell’uomo: nella volontà (che spesso disattende i doveri della solidarietà), nel pensiero (che non sempre sa orientare il volere verso la ricerca di un umanesimo integrale che permetta all’uomo di ritrovare sé stesso), nella mancanza di fraternità fra gli uomini.

Davanti ai grandi problemi dell’ingiustizia occorre agire con coraggio, urge considerare gli altri come fratelli.

Praticamente bisogna costruire un mondo in cui ogni uomo, senza esclusioni di razza, di religione, di nazionalità, possa vivere una vita pienamente umana, affrancata dalle servitù che gli vengono dagli uomini e da una natura non sufficientemente padroneggiata.

In tale contesto Papa Francesco raccomanda, anzi esige una Chiesa che riconosce la sua identità e la sua missione nell’uscire da sé stessa e nell’andare incontro al mondo. Vivere la fede non è stare accomodati su una poltrona a enunciare verità astratte, ma è sperimentare ciò che si crede a contatto con la realtà: ossia mettersi continuamente in gioco e sporcarsi le mani nella quotidiana fatica di credere e di sperare.

Sacerdoti e laici sono esortati da Bergoglio a maturare sempre più la consapevolezza che non c’è bellezza e gioia più grande dell’annunciare Cristo e del servire l’uomo. Se si entra in questa prospettiva e si assume di riflesso quello che il Papa chiama uno “stile evangelizzatore”, vuol dire che si è compreso come la pastorale e le strutture ecclesiali dovrebbero rinnovarsi per rispondere a quell’esigenza di apertura e servizio richiesta come presupposto di un’azione missionaria e caritativa, corale e dinamica, creativa ed efficace.

Va da sé che, in questo, Francesco sollecita anche un supplemento di coraggio e lucidità nel discernere ciò che è essenziale e prioritario trasmettere al mondo di oggi, nello sforzo di aiutarlo a cogliere la permanente novità e l’inesauribile ricchezza del messaggio evangelico. Da qui anche l’urgenza di cambiare prima di tutto noi stessi per poter poi riformare la Chiesa e la stessa società, rimuovendo l’ipocrisia e la vanità, le pesantezze e le incrostazioni, ma anche carrierismo, mondanità, chiacchiere che offuscano la credibilità della fede.

Atteggiamenti palesi o subdoli che Papa Francesco stigmatizza in ogni occasione, assieme a tutti gli altri temi che compongono il vasto campionario della sua denuncia ecclesiale e sociale: il potere, il denaro, la corruzione, il consumismo, lo sfruttamento, lo spreco, lo scarto, l’indifferenza, l’offesa della dignità umana.

In conclusione, il cristiano autentico deve farsi carico responsabilmente delle esigenze socio-economiche che nascono dalla sua fede. La visione del mondo e della vita che ci dà il Vangelo e che la dottrina sociale cattolica ci spiega, spinge all’azione costruttiva molto più di qualunque ideologia, per quanto attraente essa possa apparire, nell’oggi dell’uomo alle prese con un’esistenza sempre più precaria, oppressa e vilipesa, nel progressivo soccombere della giustizia e della pace nel mondo.

 

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