Ben venga maggio

“Ben venga Maggio e il gonfalone amico, ben venga primavera, / il nuovo amore getti via l’antico nell’ombra della sera…”

E’ “La canzone dei dodici mesi” che il poeta Guccini cantava in una lontana stagione di belle speranze (chissà quanto tradite), oltre quarant’anni fa (era il 1972). Quei giovani nutrivano speranze fra pensieri e canzoni, e ammiravano le “vaghe stelle dell’Orsa”, un capolavoro di Visconti. Troppi anni ci separano da stagioni nelle quali si aveva l’ambizione di costruire la storia giorno per giorno.

Francesco Guccini
Tutto sembra ora affievolito da una consuetudine che non lascia molto spazio alla costruzione del Nuovo. Pure don Gallo se n’è andato, lasciandoci parole di generosa convivenza e di tolleranza; ora è fra gli angeli quello col sigaro.
In questo maggio un po’ freddo, con la primavera che “intanto tarda ad arrivare”, come nel verso di BattiatoPovera patria”. Ed ancora cantava “…cambierà, sì che cambierà”. Ci si guarda intorno in questi borghi che sembrano avviluppati in spirali dinamiche, seppure appaiano immobili: il tempo passa su di essi lasciando un segno spesso deleterio. 

La linfa vitale, quella dei giovani che dovrebbe sorreggerne le ambizioni, è talvolta soggiogata come per una 

infausta legge del contrappasso. 
Sovviene un verso terribilmente bello:
 “i minimi atti, i poveri / strumenti umani avvinti alla catena / della necessità, la lenza / buttata a vuoto nei secoli”.
E’ di un poeta del secolo scorso, Vittorio Sereni (peraltro amico di Sinisgalli). Parole gravi che potrebbero indurci ad una maggiore riflessione sul tempo corrente, e in particolare nei nostri borghi persino quando si decide il futuro. Ma il fermento dov’è? Dove sono quei ragazzi che dipingevano le strade, che profumavano di impegno e di futuro le proprie azioni? Sembra invece che tutto rimanga affievolito, pur nell’approssimarsi di una stagione nuova.
Ancora Sereni ci riconduce ad una originale visione: 
“Non lunga tra due golfi di clamore / va, tutta case, la via; / ma l’apre d’un tratto uno squarcio / ove irrompono sparuti / monelli e forse il sole a primavera. / Ma i volti non so più dire”. 
Armando Lostaglio

Quei volti che dovrebbero sorridere a primavera, perché il verde si rinnova e “le piante turbate inteneriscono”. Ci saranno pure dei possibili colpevoli in tutto questo, in un minuscolo  disfacimento di valori e di saperi? E’ probabile che si ritrovi in ogni meandro della vita quotidiana, in  questo ed in quello che decide le sorti di una comunità, in quelli che hanno sbagliato le scelte nei  precedenti lustri, in quelli che sono lì e che non meritavano di stare lì. C’è sempre qualcun altro da  investire della sua irresponsabilità.

La riflessione cade come una fantasia notturna, di un maggio che porti buone  nuove; di individuare le colpe in ciascuno; eppure – ammette Sereni – “i volti non so più dire.

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