Per fortuna non siamo nell’epoca della peste manzoniana.

Il 24 agosto 1973 a Torre del Greco, a circa 15 km a sud di Napoli, comparve il primo caso di colera e subito dopo il Ministro della Sanità confermò che Napoli era colpita da una infezione di vibrione colerico che si diffuse in molte aree del Meridione. Nel giro di una settimana, con la più grande operazione di profilassi condotta dopo la fine del secondo conflitto mondiale, furono vaccinati 1 milione di napoletani e dai dati non confermati vi furono 277 casi accertati con 24 decessi a Napoli e 9 in Puglia.

Napoli – colera

Non fu una catastrofe umanitaria, ma un episodio straordinario dopo decenni di vita “tranquilla” a ridosso del difficile dopoguerra. Tra i molteplici provvedimenti precauzionali, ricordo il rinvio dell’inizio dell’anno scolastico e la sospensione delle attività universitarie. Le scuole di ogni ordine e grado si aprirono il 23 ottobre del 1973. Il terrore e la paura di contrarre l’infezione la facevano da padrona e condizionarono la vita sociale ed economica della Nazione.

Si superò tutto con enorme sacrificio. Nella storia dell’umanità si sono verificate tante e tante epidemie. Attualmente, in alcune parti del mondo ci sono malattie contagiose che vengono controllate e debellate grazie allo sviluppo della scienza e della tecnica e alle migliorate condizioni di vita.

Non si pensava di piombare in questo periodo in una epidemia che si sta dimostrando di essere mondiale provocata da un nuovo virus, il coronavirus con tutte le conseguenze che potrebbero derivare sia per la salute dei cittadini che per le sorti della economia mondiale. Sicuramente, ed è questo il mio augurio, che non arriveremo ad assistere a scene come quelle descritte dal Manzoni ne “i Promessi Sposi” e segnatamente la morte della piccola Cecilia colpita dalla peste. Dal capitolo XXXIV del Romanzo manzoniano che invitiamo di leggere o rileggere riportiamo:

“Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo.

Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.

la peste a Milano

Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, – no! – disse: – non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete -. Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: – promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così.

Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: – addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri -. Poi voltatasi di nuovo al monatto, – voi, – disse, – passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola.

Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme?

come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.”

Siamo sicuri di aver paura di questo nuovo virus o dobbiamo temere un altro pericolo come i cambiamenti climatici? Facciamo questa riflessione cercando di uniformare i nostri comportamenti alla conclusione che possiamo trarre.

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