Città invisibili, città dolenti, tutti dentro

“…Non credevo, Signore, tanto profondo fosse | questo sfiorarsi d’ombre, questo lieve | alitarsi la vita nello specchio | fragile di uno sguardo, né pensavo che il mondo | divenisse, abbuiando, così acceso | di impensate bellezze.”

Armando Lostaglio

Sono versi del poeta Renzo Barzaghi, che il teologo mons. Bruno Forte cita in una erudita lezione sul film Il settimo sigillo di Ingmar Bergman. E’ questo il tempo di guardarsi a ritroso: ce lo impone un nemico invisibile, occulto, che mette in ginocchio il pianeta e la sua civiltà. Siamo dentro un calderone cosmico, mentre il virus si aggira come elettroni attorno al nucleo. Le persone si ammalano, il vaccino è di là da venire, in una girandola di pronostici e di speranze; tutti auspicano una Luce nuova per l’Umanità tutta. E niente sarà come prima – dicono gli esperti – a partire dagli indicatori economici. E quindi tutto appare retorico, ognuno ha la sua soluzione o controindicazione: forse è questo il virus da vincere, mentre scienziati e medici e personale sanitario ce la mettono tutta per sconfiggere questo antagonista malevolo. E’ subdolo e reale ad un tempo, che livella e rende comune ed egualitaria una intera civiltà. La stessa che paga il suo presunto progresso incapace di considerare e garantire la Natura.

E dunque ne siamo ostaggi, la Natura che non guarda in faccia alla specie evoluta (l’homo sapiens) o al mondo animale che si riproduce (come il virus).

“L’uomo ha sempre cercato, come questo virus, di fare uno spillover nel buio della sua avidità e curiosità smodata, contravvenendo a regole basilari di rispetto verso la natura, la sua stessa specie e l’intero creato.”

E’ quanto asserisce lo psicologo Giuseppe Magno, che auspica un cambiamento profondo nel nostro modo di essere umani.                                  E allora “tutti a casa” o “tutti dentro” (gli italiani sanno reagire alle emergenze), obbligati in maniera del tutto esclusiva ed inconsueta; noi abituati ai contatti (con-tatto) sebbene i social ci abbiano “isolati” già da tempo. E dunque Tutti a casa, Tutti dentro, Detenuto in attesa di giudizio (tre titoli di film marcati Alberto Sordi) noi abitatori di Città invisibili (Calvino) e persino di Città dolente (film di Bonnard, del ’49). Tutti a scrutare il tempo che odora già di primavera (non c’è stato inverno quest’anno) e augurarci che tutto passi in fretta: Adda passà a nuttata.

L’augurio mesto e sereno di Eduardo ci rimanda, come un mantra del respiro oltre la sofferenza, ad una preghiera antica, biblica addirittura (Giobbe) e va oltre i rimpianti verso chi ha amministrato e governato le nostre vite (Ah! se avessimo investito di più nella ricerca, nella sanità); va oltre la stoltezza che si annida nei social, nelle trasgressioni; va oltre i catastrofismi e gli anni bisestili, oltre la peste (da Manzoni a Camus al presago film di Soderberg); ci fa guardare alla vita come unico sostegno di progresso ed evoluzione reale, oltre le macchie rosse sul mappamondo, oltre le calamità cui le specie umana rimane suo malgrado vittima ed artefice. Saremo più forti, in un mondo di impensate bellezze.

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