Intervista a Luciano Giovannini, uno dei tre vincitori del concorso nazionale di poesia “Ripeti il tuo canto” dedicato a Luca Orioli.

Innanzitutto grazie per aver accettato il nostro invito e congratulazioni per la vittoria ottenuta al Concorso “Ripeti il Tuo Canto”, indetto dalla nostra Associazione, con la sua poesia “Una triste Milonga” per la sezione A1-Poesia in Lingua Italiana a tema libero.
• Per prima cosa Le va di presentarsi ai nostri amici che ci seguono da casa?
Mi chiamo Giovannini Luciano, sono nato a Roma nel 1961 e svolgo l’attività di insegnante di Inglese presso l’I.I.S. Eliano Luzzatti di Palestrina, una città a circa 25 km da Roma. Amo immensamente il mio lavoro ed il contatto con i giovani.
• Cosa rappresenta per Lei la poesia?
La poesia è un atto necessario. È la sintesi finale del proprio percepire i due mondi che viviamo: quello interiore, più intimo e celato tra le pieghe a volte invisibili del nostro Io, e quello esteriore nel quale a volte si compiono dei crimini di fronte ai quali non riusciamo ad essere indifferenti.
• Come si forma un poeta?
Noi siamo i libri che leggiamo, gli incontri che facciamo, i sentimenti che proviamo. Così nasce un poeta. Dal proprio vissuto. E spesso anche da quello che non si è avuto il coraggio di vivere, le parole non dette, i viaggi non compiuti.
• Come è iniziata la sua passione per la poesia?
La mia passione è nata sui banchi di scuola e mi ha accompagnato fino ai vent’anni. Poi viene accantonata per circa quaranta lunghi anni. Messa in un angolo ma non scomparsa. Poi nel marzo del 2020, in pieno lockdown la poesia riaffiora in tutta la sua energia. Ora sono certo che il suo ruolo nella mia vita sarà sempre più importante. La poesia era il mio destino e si sta compiendo in età matura.
Luca Orioli
• Come nasce la sua poesia e quali sono i temi da cui trae spunto?
Qualsiasi parola che sento o episodio che vedo può colpirmi a tal punto da indurmi a prendere un foglietto ed appuntare sullo stesso quanto notato. Poi ovviamente oltre a questo vi sono i grandi temi sociali, le ingiustizie, le sofferenze…
• Quanto di autobiografico c’è nelle sue poesie?
Io penso che la poesia sia sempre autobiografica poiché il vissuto, anche se non esplicitato non può esser tenuto fuori dai propri versi, Come dicevo prima noi siamo quello che leggiamo, ma siamo anche quello che scriviamo. Questo legame non può essere dissolto…
• Quali sono i suoi poeti preferiti e perché?
Moltissimi sono i poeti che amo: la Merini per la forza e la libertà che esprime nelle proprie poesie, Saba per il dolore e la sensibilità, Montale per il male di vivere e la memoria, Ungaretti per la conflittualità tra il sentimento religioso e l’umana sofferenza.
• Potrebbe citarci dei versi di cui si è innamorato?
I FIUMI (G. Ungaretti) Mi tengo a quest’albero mutilato
Abbandonato in questa dolina Che ha il languore Di un circo Prima o dopo lo spettacolo E guardo Il passaggio quieto Delle nuvole sulla luna Stamani mi sono disteso In un’urna d’acqua E come una reliquia Ho riposato
• Qual è la poesia che meglio la rappresenta?
Il più bello dei mari di Nazim Hikmet.
Il più bello dei mari è quello che non navigammo. Il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto. I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. E quello che vorrei dirti di più bello non te l’ho ancora detto.
• Qual è il senso della poesia oggi?
La poesia rappresenta l’atto supremo di rendere materiale e sintetico, cioè scritto quello che è immateriale e senza limiti, come il sentimento o il pensiero.
• Quali responsabilità ha un poeta oggi e come può interagire con la realtà che lo circonda?
Il poeta è un prezioso testimone del proprio tempo, La sua osservazione della realtà non è un mero atto passivo ma una presa di coscienza dei problemi sociali, descritti da un’angolazione e da una prospettiva lirica e quindi che difforme da quella della maggior parte delle persone.
Franca Coppola
• Cosa si potrebbe fare oggi per appassionare i lettori alla poesia?
Dare spazio all’oralità. Organizzare letture pubbliche e allestire spettacoli in piazza, cosa che alcune compagnie già fanno. Tra tutte, mi fa piacere citare la Compagnia dei Poeti dell’Aquila fondata da Valter Marcone e Alessandra Prospero nel 2016. Questa Compagnia svolge un ruolo importante nella diffusione del verso orale nel territorio, raggiungendo anche coloro che normalmente non leggono libri di poesia.
• Quale ritiene sia l’importanza dei concorsi per la poesia e per i poeti?
I concorsi di poesia sono per i poeti una palestra dove confrontarsi e mettersi alla prova. Ovviamente si deve avere la giusta umiltà di accettare che le poesie di altri autori vengano apprezzate maggiormente dalla giuria. Per la poesia in generale i concorsi sono una vetrina importante soprattutto ora che la multimedialità riveste un ruolo essenziale nella comunicazione ed è parte integrante della nostra quotidianità.
• Potrebbe raccontarci come è nata la poesia che ha presentato al nostro concorso, cosa rappresenta per Lei e perché l’ha scelta?
Un giorno, accendendo la televisione, vedo delle immagini di una piazza di Buenos Aires gremita da delle signore anziane con dei fazzoletti sulla testa e degli striscioni nelle loro mani. Le donne erano les abuelas di Plaza de Mayo che chiedevano la verità per i loro nipoti scomparsi tra il 1976 ed il 1983 per mano del regime in auge in quel tempo. Allora mi sono reso conto che un genitore o, in questo caso una nonna, non chinerà mai la testa di fronte ai crimini compiuti sui loro cari e davanti all’omertà che per troppi anni questi crimini ha coperto.
• In qualità di poeta, quali sono i suoi progetti per il futuro?
Il mio futuro prossimo prevede la pubblicazione della mia prima silloge “La morna del gabbiano ferito” ed altri canti edito dalla Casa Editrice Daimon di Alessandra Prospero. Sono davvero felice di aver trovato chi apprezza il mio lavoro e nel contempo mi affianca con sensibilità e competenza. Il nostro sarà un sodalizio duraturo e proficuo. Grazie e ad maiora!
Luciano Giovannini
La poesia vincitrice:
E’ una triste milonga.
Teoria infinita di assenze e madri violate, grigi mantelli su spalle mai piegate dal tempo.
Quale mare o umida terra imprigiona l’inchiostro di miti poeti e cantori la cui voce ancor s’ode nell’aria?
In questa cupa sera argentina note di tango si perdon tra pigre volute e finestre appena accennate.
Tu sei la cenere ed il vento che ne diffonde l’essenza.
Una spina sottile nella gola del mondo.
Oh Azucena, il tuo sangue è fine merletto e mentre allegra scolpisci trame incantate, asciughi lagrime antiche e mai sopiti dolori.
Tu sei quel sole perenne che nessuna nube sfacciata potrà mai oscurare.
Plaza de Mayo oggi assomiglia ad un campo fiorito.
Forse è per quei mille boccioli dallo stelo reciso custoditi con cura nelle mani amorose di chi ancor ne ricorda il dolce profumo.

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