Armando Lostaglio
Scordato è il quarto film di Rocco Papaleo, scritto (con Walter Lupo) ben diretto ed interpretato. E’ un’opera apparentemente crepuscolare, mantiene i ritmi di un blues adorabile, com’è la figura cui l’attore dà corpo e voce.
E’ Orlando, furioso più con se stesso che col mondo. Ed è “scordato”, nel duplice senso: musicale (fa l’accordatore di pianoforte), e nel senso di dimenticato: ma è lui che si nasconde. Cerca di sfuggire dal passato nel suo paese natio in Lucania, la sua Lauria (così ben ripresa da Simone D’Onofrio, come la vicina costa marateota).
Fatica non poco a dileguarsi da esso e dalla sua giovinezza, alle soglie dei sessant’anni appena compiuti. Anche la sua schiena risente del lavoro di accordatore, gli ricorda quel sol diesis che non riesce a dare il suono che deve. Ma irrompe sulla sua scena una fisioterapista, è Olga, ben interpretata dalla cantante Giorgia (alla sua prima volta sullo schermo).
Resta un rapporto di simpatia alquanto armonioso, utile a fargli riaprire album e ricordi cui vorrebbe sfuggire. A suggerire una maggiore presa di coscienza sarà il suo alter ego, è lui da ventenne che lo accompagnerà nel borgo natio, quando siamo negli anni ’80, ancora vibranti di politica e di futuro, magari lontano dalla matrigna Lucania. Il tono rimane malinconico, virando verso atmosfere da perdente ostinato. E invece il suo giovane “angelo” (è Simone Corbisiero) sa come impartire lezioni di vita, nei ranghi di una poetica di lotta, cui la sorella Rosanna (Angela Curri) contribuirà ad investire, una giovinezza focosa quanto luminosa.
Sono ragazzi cresciuti senza un padre, sua madre era stata la prima divorziata del paese, e se ne avverte l’intensità colta ed amorevole. Orlando con il suo onnipresente alter ego discute con toni accesi, non curante delle situazioni reali cui appare come un dissociato: quarant’anni in un andirivieni temporale, al ritmo di musiche dolcissime (sono di Michele Braga). Papaleo scrive una pagina di lucanità oltre la sua terra di origine, utilizzando con sobria ironia quei luoghi comuni (le diatribe fra i due capoluoghi, il provincialismo e l’elogio della Matera capitale europea della cultura poco avvertita dai residenti), mentre fa dei suggestivi luoghi una cartolina non solo per amanti di cineturismo.
Rocco Papaleo, già dal suo primo film Basilicata coast to coast, ha inteso sfuggire da quella postura di attore e caratterista per ogni stagione (in molti gli si riconosce la brillantezza delle sue interpretazioni) virando invece verso un’attitudine al riflessivo. Riesce a coinvolgere e commuovere, forse anche per l’appartenenza che si ha verso quella terra, o per il legame indissolubile con la generazione che fu campione del mondo nell’82. Sarà perché quella generazione ha perso, nei fumi dell’utopia che si è dissolta nell’etere, con qualche sparuto superstite di una rivoluzione mancata. Accordando in passaggi struggenti il poetico e il politico – dal lucano Rocco Scotellaro a Che Guevara – Papaleo intona da pioniere una sua rivoluzione. Il buon cinema sa fare anche questo.

