La mia testimonianza perché non ci siano più guerre.

Giovanni Donadio
Giovanni Donadio

Il 25 aprile u.s. si è celebrato in tutto il nostro paese il 70º anniversario della liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo con un forte richiamo da parte delle più alte autorità dello Stato, del governo e delle istituzioni democratiche a tenere alta la guardia a difesa della democrazia e della Costituzione Repubblicana.

Noi cittadini siamo stati informati attraverso molti programmi televisivi dei fatti storici che portarono il popolo italiano alla conquista della pace e della libertà.

Oggi, dopo aver celebrato il 25 aprile e il primo maggio, voglio testimoniare alle nuove generazioni, a tanti giovani che non partecipano per tanti motivi alla vita democratica, da questo giornale, che il popolo italiano affrontò immani sacrifici, sofferenze, soprusi, deportazioni e gli orrori della guerra vera e propria per arrivare alla data del 25 aprile 1945, con l’augurio e la speranza che l’umanità non conosca e non patisca più le nefandezze della guerra e in particolare della guerra civile.

Sono Giovanni Donadio, sono nato a Francavilla sul Sinni il 4 novembre 1924. Dopo aver frequentato le classi elementari, ho imparato il mestiere di calzolaio presso la bottega di Vincenzo Pangaro, aiutando nel contempo mio padre nel suo lavoro.

Sono stato chiamato alle armi per assolvere all’obbligo di leva il 18 agosto 1943, dopo che Mussolini fu messo in minoranza dal Gran Consiglio il 25 luglio 1943 e il Re Vittorio Emanuele III designò il maresciallo Badoglio come successore del Duce.

La guerra continuava a fianco dei tedeschi.

L’8 settembre il governo Badoglio comunicò la firma dell’armistizio con gli anglo americani e quindi l’Italia entrò in guerra contro i tedeschi. Proprio quel giorno, l’8 settembre ad Alba in provincia di Cuneo, il colonnello ci comunicò in caserma questo evento storico. E siccome l’esercito tedesco apprese l’annuncio del tradimento, reagì prontamente ed attaccò i reparti militari italiani e quindi anche noi militari di Alba fummo fatti prigionieri e spediti in Germania nei campi di concentramento.

Messi su un treno merci destinazione Mantova dove vi era un centro di smistamento, il treno fermò alla stazione di Milano. Delle ragazze partigiane ci chiedevano i nostri indirizzi per comunicare alle nostre famiglie la destinazione. Ci facemmo aprire le porte del treno sprangate dall’esterno.

Giovanni Donadio e Antonio Fortunato
Giovanni Donadio e Antonio Fortunato

Quando il convoglio riprese la marcia, io ed altri 3 commilitoni ci lanciammo dal treno per finire in un campo di mais. Seguendo un canale giungemmo in una cascina, fummo accolti con tante cure, però il giorno seguente per non creare problemi alla famiglia ci incamminammo alla volta della Svizzera.

A Domodossola un signore ci accolse prendendosi cura di noi e ci diede istruzioni per arruolarci nei partigiani. Noi eravamo allo sbando e stremati. Dopo un dì e una notte di cammino tra le montagne, giungemmo a Bielmonte, un paese delle pre-Alpi biellesi. Era il settembre del ’43 quando ci presentammo al comando partigiano. Restammo sulla panoramica Zegna (sempre a Bielmonte) per circa 15 giorni. La vita sui monti era durissima e piena di stenti. Decisi così di lasciare il comando per andare alla ricerca di condizioni di vita meno disagiate.

Era la prima domenica di ottobre quando arrivai a Valle San Nicolao, piccolo comune in provincia di Vercelli, oggi provincia di Biella, una famiglia mi ospitò per sei mesi. Io lavoravo come calzolaio insieme al capofamiglia.

Mentre al sud Italia sbarcarono gli alleati anglo americani, nel nord si formò la repubblica sociale di Salò sotto il controllo dei fascisti e l’appoggio di Hitler, e pertanto i soldati sbandati dovevano consegnarsi alle autorità repubblicane, altrimenti non restava che la deportazione in Germania. Oppure abbracciare la lotta partigiana, cosa che hanno fatto altri conoscendo le finalità di quella lotta. I fascisti di Valle San Nicolao, mi consegnarono al comando dei repubblicani a Vercelli. Fui arruolato nell’8° RGT bersaglieri di Alessandria, dove rimasi per 15 giorni. Da Alessandria ci destinarono in Jugoslavia, a Piedicolle, a combattere contro i partigiani di Tito. Il nostro compito era quello di presidiare la ferrovia tra Santa Lucia di Isonzo e Gorizia. Rimasi a Piedicolle fino al 25 aprile 1945 quando i tedeschi abbandonarono l’Italia.

Da qui a piedi raggiungemmo Caporetto, dove gli Slavi ed i Russi ci fecero prigionieri, giacché eravamo con le divise della fazione opposta. Nell’agosto del 1945 dopo che il Giappone si arrese agli americani, fummo liberati e da Udine raggiunsi in treno Bari, Potenza e Lagonegro, dove trovai l’amico e compaesano Salvatore Ciminelli (anche lui si ritirava dalla guerra essendo stato arruolato in Marina Militare).

Giovanni Donadio e sua moglie Ida
Giovanni Donadio e sua moglie Ida

Per raggiungere Francavilla dovevamo prendere la corriera il giorno dopo (eravamo al 28 agosto 1945). Non avendo soldi l’autista non mi voleva rilasciare il biglietto. Dopo una vivace discussione alcuni miei compaesano facendo una colletta mi fecero viaggiare insieme a loro. Intervennero pure i carabinieri che, ritenendo la questione non di loro competenza si ritirarono senza avermi dato un aiuto.

Allora feci una riflessione, noi giovani del sud , impreparati ed inesperti abbiamo dovuto servire la patria in un periodo di guerra con tante incertezze e sbandamenti e lo Stato, quello stesso Stato poi si dimentica dei suoi servitori!

E così fu anche dopo la guerra. Infatti non trovando lavoro nel mio paese, nel 1947 ritornai a Valle San Nicolao a lavorare presso la stessa famiglia che mi accolse da militare. Da qui ho costruito il mio futuro, un futuro di lavoratore, di marito e padre onesto. Oggi alla veneranda età di 90 anni posso godere ancora dei sacrifici che ho fatto per una vita intera insieme a mia moglie Ida dividendoci un po’ tra il mio paese di origine che ho sempre nel cuore e Valle San Nicolao a cui sono ugualmente legato.

 

testimonianza raccolta e trascritta da Antonio Fortunato

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