Credenze e Pregiudizi

cane che ululaMolti pregiudizi e credenze riguardano gli animali, i giorni e i mesi, gli astri. Il gatto avrebbe la capacità di prevedere il cambiamento del tempo. Infatti quando il gatto si liscia la faccia con la zampa bagnata di saliva (quando si “lava la faccia”), il tempo volge al brutto. Se il cane mentre ulula alza la testa e si rivolge verso una determinata casa , gli abitanti di quella casa subiranno una disgrazia.. Il canto notturno della civetta è foriero di morte: una persona che abita nella casa nei pressi della quale si posa di notte per cantare dovrà morire. Al contrario udire il canto del cuculo è di buon augurio, perché chi lo ode non morirà nel corso di quell’ anno. Anche il volo del “porcellino di S. Antonio” in casa è sempre buon auspicio.  Una delle cose, poi, che porta maggior fortuna è il ritrovamento e la cattura di una lucertola con due code.

In maggio è sconsigliato sposarsi, perché è il mese in cui ragliano gli asini. Se il primo giorno d’agosto la mattina all’alba non si vede la testa nella propria ombra  in breve tempo si perderà la vita. Il numero tredici è considerato portafortuna, mentre il diciassette è ritenuto nefasto come i giorni di martedì e venerdì, quando non si deve dare inizio a nessuna cosa. Durante i periodi di luna decrescente non è consigliabile preparare il salame e la soppressata e fare il vino, perché si crede che l’influsso lunare determini un’alterazione di questi alimenti.

Civetta_1200_04Un tempo era credenza diffusa che la luna esercitasse anche una nefasta influenza sui cosiddetti “lupi mannari“, persone di sesso maschile nate la notte di Natale (precisamente  mentre suonano le campane) che, secondo la leggenda nelle notti di luna piena, uscivano di casa e si mettevano ad ululare rotolandosi per terra con la bava alla bocca e azzannando chi si imbatteva in loro. Quando un lupo mannaro tornava  a casa,  la moglie doveva attendere che il marito bussasse per tre volte e desse “voce” (il lupo mannaro non può parlare quando è nella condizione di lupo mannaro) e soltanto allora poteva aprire la porta. Se avesse aperto subito sarebbe stata uccisa dal marito. Il lupo mannaro ritornava ad essere uomo normale con le prime luci dell’alba oppure se qualcuno fosse riuscito a pungerlo sul capo con un qualsiasi arnese acuminato e dalla puntura fossero uscite alcune gocce di sangue (almeno tre).

Oltre ai lupi mannari,  atterrivano le menti dei piccoli e dei grandi degli spiriti malvagi, non ha caso detti “pàurë”, che si credeva entrassero nelle stalle,  intrecciassero  la criniera e la coda degli equini, li cavalcassero durante la notte facendoli correre nell’etere e sulla terra sino all’alba stancandoli. All’alba, il padrone  li trovava quasi morenti, sudati, con la bava alla bocca e provvedeva a fare gli scongiuri e a disegnare le Croci nella stalla. Questi spiriti potevano anche  manifestarsi con segni che terrorizzavano ai viandanti che di sera  facevano ritorno a casa dalla campagna.  In  un posto in particolare i gallicchiesi temevano che dopo il tramonto  “uscisse”  la “paùrë”:   nei pressi di un ponte poco fuori dal paese detto ” u pòndë è ddùië”.

 

Munacielli-2C’erano, poi, degli  spiritelli  curiosi e capricciosi  detti “munacièllë“,  che non rappresentava un pericolo per chi li vedeva, ma  piuttosto un’ occasione di fortuna se si riusciva ad acchiapparli. Nella credenza popolare i “monacelli” erano i fantasmi di bambini che dopo la loro morte  continuavano a rimanere legati alla famiglia, aggirandosi furtivamente all’interno della casa, compiendo marachelle e dispetti a tutto e tutti : strappavano coperte ai dormienti, tiravano la coda al gatto di casa, rovesciavano piatti e bicchieri, nascondevano oggetti. Di loro  non c’era modo di liberarsi, poiché erano legati alla famiglia, che di solito seguivano anche mutando di locazione. Portavano  sul  capo un cappuccio rosso, più grande di loro. Il solo modo di difendersi dai loro scherzi era appunto cercare di afferrarli per il cappuccio e riuscire a prenderglielo.  Il povero “monacello” , conoscendo tutto quello che c’era sottoterra e quindi i luoghi dove erano nascosti i tesori,  pur di  riavere il suo cappuccio rosso, senza il quale  non poteva  vivere,  avrebbe promesso di svelare  il nascondiglio di un tesoro. Ma non bisognava accontentarlo fino a quando non si fosse stati in possesso del tesoro stesso, perché quella specie di gnomo  non manteneva mai le promesse.

Nella terra magica, arcaica, impregnata di elementi tradizionali e popolari, esplorata e indagata da  Ernesto De Martino negli anni ’50 i “monacelli” occupavano  un posto di rilevo, oggi sono scomparsi con la civiltà contadina che li aveva generati  e sopravvivono soltanto nei ricordi di qualche anziano che da bambino aveva creduto di averli visti o li aveva seguiti in qualche grotta in cerca di tesori nascosti.

 

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