“il governo di sè” relazione di don Gianluca Bellusci

image1 (6)Relazione di Don Gianluca Bellusci – “La sapienza del vivere come governo di sé e del creato secondo la volontà divina

Fare un esercizio di rilettura del Testo sacro oggi, significa operare una fusione di orizzonti.

L’orizzonte biblico deve essere indagato da un lettore o scrutato da uno studioso o un esegeta tenendo presente prima di tutto il suo bagaglio culturale.

L’approccio al testo deve essere compiuto tenendo fede a ciò che esso spiritualmente ci indica, non come vasi vuoti, ma partendo dal nostro vissuto e dalle sfide che ci circondano.

Diciamo grazie a don Enzo per averci aiutato a rifare questa operazione con il testo del Siracide e a fondere l’orizzonte sapienziale del Testo sacro con il nostro orizzonte contemporaneo.

Perché è necessaria questa fusione di orizzonti? Non potremmo dire “basta la Bibbia”? No. La Bibbia, da sola, non basta. Il Testo sacro non è mai qualcosa di assoluto. Esso contiene già di per sé diversi orizzonti culturali: la cultura di chi ha redatto il testo, la cultura del popolo di Israele ecc.

L’esercizio rinnovato che dobbiamo compiere per non cadere nel fondamentalismo di ogni genere che può esserci anche in noi credenti, è un dialogo profondo tra l’intenzionalità di Dio, il disegno che ha sull’uomo, sul mondo, sul creato, su di noi, così come traspare dal Testo sacro e la mediazione culturale della vita di oggi. Mediazione culturale che presenta al testo del Siracide interrogativi nuovi rispetto ad un secolo o due secoli fa.

Un esegeta, uno scriba o un lettore, deve oggi essere capace di unire queste diverse culture, gli ambienti e gli orizzonti diversi, altrimenti l’esito è e sarà il fondamentalismo.

don Enzo Appella
don Enzo Appella

Secondo punto di riflessione: la Sapienza in Israele.

Se si prende in considerazione tutto l’Antico Testamento, si può constatare che sono principalmente due le fonti di conoscenza che il popolo di Israele ha maturato nella storia della salvezza: la storia (espressa dall’Esodo, dalla Pasqua e quindi dall’evento fondatore che permette ad Israele di conoscere il vero Dio vivente e liberatore) e la Sapienza.

Queste due fonti di conoscenza si intrecciano nei libri sapienziali.

Il Siracide ad esempio fa una riflessione sui Patriarchi che si sono succeduti nella storia di Israele e intreccia questa storia con la Sapienza che Israele aveva maturato nella storia della salvezza grazie al dialogo con altri popoli e altre culture.

Il Siracide e la letteratura dei libri sapienziali ci insegnano che l’identità credente è sempre un’identità relazionale. La nostra fede è dunque, per sua natura, un’identità relazionale, altrimenti l’approdo sarebbe, ancora una volta, il fondamentalismo di ogni genere.

Il principio della Sapienza è il timore di Dio. La fusione avviene dunque tra la storia e il Dio che ha creato la Sapienza e che rende comprensibili tutte le cose.

Terzo punto di riflessione: il governo di sé e la custodia del creato.

IMG_3151Come detto, l’inizio della Sapienza è il timore di Dio. Il Siracide permette a tutti noi di fare questa esperienza: avere il senso del limite. L’israelita credente conosce il limite, ha il senso del limite. Siamo dunque creature e non siamo il Creatore. Riprendiamo un passo del Siracide (33, 13-15): << Come argilla nelle mani del vasaio che modella a suo piacimento, così gli uomini nelle mani di colui che li ha creati e li ricompensa secondo il suo giudizio. Di fronte al male c’è il bene, di fronte alla morte c’è la vita; così di fronte all’uomo pio c’è il peccatore. Considera perciò tutte le opere dell’Altissimo a due a due, una di fronte all’altra>>.

A prima vista questo testo ci indurrebbe a ritenere che, essendo tutto nelle mani di Dio, tutto dipende da Lui. Saremmo quindi indotti a dare una lettura fatalista di Dio. In realtà il testo ci invita a considerare le cose a due a due, una di fronte all’altra. Se davanti alla morte c’è la vita, allora in questo spazio tra morte e vita troverà domicilio la nostra responsabilità e il discernimento della nostra libertà che resta nella realtà creata. È questo il fulcro di ciò che abbiamo detto. I libri sapienziali mostrano questa tensione: da una parte l’essere figli e creature, dall’altra la storia in cui viviamo, in cui c’è la vita, la morte, il bene e il male.

Si legge nel Siracide (40, 1-2): << Grandi pene sono destinate a ogni uomo e un giogo pesante sta sui figli di Adamo, dal giorno della loro uscita dal grembo materno fino al giorno del ritorno alla madre di tutti. Il pensiero dell’attesa e il giorno della fine provocano le loro riflessioni e il timore del cuore>>. La meditazione dell’esistenza è dunque in stretta relazione con la meditazione della morte. Quotidianamente l’uomo lotta con il senso del limite. La visione della morte nel Siracide si apre però alla speranza, alla futura contemplazione del volto di Dio.

Infine, quale visione del creato emerge dal Siracide? Il creato è opera e riflette l’intelligenza e l’immagine del Creatore. Il creato è disincantato, nel senso che è demitizzato. Non ci sono idoli e non c’è fato che lega e determina gli eventi. Essi sono invece naturali.

L’ambiente è anche il luogo delle relazioni. C’è infatti una profonda interconnessione tra la vita degli uomini e l’ambiente che circonda l’essere umano. L’ambiente riflette la cultura e i valori degli uomini. Viceversa, la cultura e i valori degli uomini sono ben rappresentati dall’ambiente in cui essi vivono.

La conclusione la possiamo ricavare dalla colletta della celebrazione liturgica odierna:    << Padre di eterna gloria, che nel tuo Figlio ci ha scelti e amati prima della creazione del mondo e in Lui, Sapienza incarnata, sei venuto a piantare in mezzo a noi la tua tenda, illuminaci con il tuo Spirito, perché accogliendo il mistero del tuo Amore, pregustiamo la gioia che ci attende, come figli ed eredi del Regno >>. La colletta parla di Cristo incarnato, attraverso il quale Dio ha piantato la sua tenda in mezzo a noi. Anche Giovanni nel Prologo richiama la figura della tenda: << E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi ( a porre la sua tenda in mezzo a noi) >>. Da dove l’Evangelista Giovanni ha preso l’immagine della tenda? L’ha ripresa proprio dal Siracide (24, 1-4.12-16): << Allora il Creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti”>>.

Abbiamo capito dunque l’essenza del Natale? Il Natale è la tenda che il Signore pianta in mezzo a noi. Attraverso l’immagine offerta dalla letteratura sapienziale, l’Evangelista ci offre dunque il vero senso del Natale e dell’Incarnazione.

(Relazione ricostruita da file audio)

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