I giorni dispari di Giacinto

 

Lo sapevano tutti che Prospero Giannelli se l’intendeva con la moglie di Giacinto Tòtaro. Tutti, tranne forse quest’ultimo; il quale, dopo un bel po’ di anni, pareva che ancora non l’avesse capita.

     E sì che non gliela facevano passare liscia, a Giacinto: ammiccamenti, risolini, frecciate… indici e mignoli che spuntavano furtivi al suo passaggio.

     Ci si metteva persino lo stesso Giannelli che, facendogli “tap-tap” sulla spalla, spesso e volentieri lo licenziava con un:

     – Salute a te, compare… e tante belle cose alla signora! – per farsi una grassa risata con gli amici non appena quello s’era allontanato.

     E Giacinto, inerte. Non una piega. Neppure nei pomeriggi dei giorni dispari passati al circolo a leggersi il giornale, quando i passanti si soffermavano a compatirlo scorgendolo dalla finestra. Quei tre pomeriggi di ogni settimana in cui pareva che l’avesse avvertito: “Il campo è libero: accòmodati, compare!” e durante i quali Prospero si premurava di andare a porgere i suoi personali omaggi alla signora Tòtaro.

     E lei? Come lo trattava, lei, il consorte?

     Basti dire, per farsene un’idea, che l’avevano soprannominato “Pecoruccio”. La moglie davanti, disinvolta e improfumata, lui appresso, eterno mozzicone di “nazionale” tra le dita, testa bassa e faccia sconsolata:

     “Porta questo!” “Prendi quello!” “Paga qua!” “Zitto, tu!”

     E zitto, Giacinto, ci stava da anni.

     Eppure, vi era chi giurava che una volta non era così. E che da giovanotto, oltre ad essere un tipo compagnone, sapeva pure raccontare le barzellette.

     Adesso, invece… altro che storielle per far ridere gli amici. Erano loro che le congegnavano, le barzellette. Pigliando come spunto le sue corna.

     Il pomeriggio di uno di quei giorni dispari, Giacinto Tòtaro non aveva voglia di starsene al circolo, tanto meno di misurare quant’era lungo il corso; sicché se ne andò a zonzo fuori del paese, con l’intenzione di non rientrare prima di sera.

     Si recò verso il vallone e proseguì la passeggiata senza una meta precisa, calciando i ciottoli e pensando ai casi suoi. Non si vedeva nessuno, neppure qualche cacciatore. Del resto non era l’ora, per incontrare dei cacciatori: il pomeriggio era già abbondantemente inoltrato.

    

Giovanni Gazzaneo
Giovanni Gazzaneo

Quand’ecco che, addentratosi in un boschetto per seguire incuriosito un porcospino, dopo essersi inerpicato per un bel tratto dietro alla bestiola, udì un lamento. Appoggiò la mano all’orecchio: di nuovo. Effettuati alcuni tentativi prima di imbroccare la direzione giusta, si trovò poco dopo sopra un dirupo che dava nel tratto più profondo del vallone: un brutto posto dove nessuno si sarebbe mai arrischiato a mettere piede, tant’era difficile arrivarci. S’affacciò tenendosi avvinghiato a un albero e sbirciò: sette-otto metri in basso, su una roccia sporgente dallo strapiombo argilloso, sdraiato sopra un fianco con una gamba insanguinata, giaceva Prospero Giannelli.

     L’uomo si ritrasse… anche perché soffriva di vertigini. Ma fece cadere del terriccio e qualche pietruzza.

     – Ehi, chi c’è?… Aiuto!

     Nessuna risposta.

     – Nel nome della Madonna, chiunque tu sia, fatti vedere!… Siamo cristiani, mica animali!

     Giacinto fece capolino.

     – Ah, sei tu… grazie a Dio! E’ da stamattina che grido come un dannato. Sono rimasto senza voce. E non ho potuto nemmeno mettermi a sparare, ché il fucile l’ho perso nella caduta… Dài, va a chiamare gente: ci vogliono delle corde e almeno quattro uomini per tirarmi fuori… Beh, cos’hai da fissarmi? Non vedi che tra un paio d’ore fa notte?

     – Hai ragione: tra non molto fa notte…

     – E allora, che aspetti?

     Giacinto, senza pronunciare una parola, se ne andò.

     Il ferito rimase disorientato e gli venne da pensare: “Ma guarda tu, che razza di barbagianni! Non mi ha chiesto neppure com’è successo. Speriamo che si muova.”

     L’altro si faceva largo tra gli arbusti. Ma percorsa poca strada si fermò e abbozzò… sì, era un sogghigno. Tornò sui propri passi e s’affacciò di nuovo.

     Prospero lo scorse:

     – Ancora qua stai? Ma… dico, ce l’hai a posto il cervello? Te ne vai senza dire “cosa e come”, ora torni indietro e mi guardi con quella faccia da tartufo. E intanto, per la madosca, il tempo passa!

     – Eh, già: il tempo passa… la notte s’avvicina e dicono che da queste parti circola una coppia di lupi.

     Il cacciatore fece di tutto per mantenere i nervi saldi:

     – Senti, compare: mi sono rotta una gamba e l’osso è uscito di fuori… Lo vedi? – e tirato su un lembo dei calzoni mostrò una ferita impressionante, con due monconi biancheggianti tra le carni. – Lo so io quello che sto patendo, qua sotto! Perciò, se hai voglia di scherzare…

     – Non scherzo mai.

     A quella sferzata Prospero si dimenticò del dolore alla gamba:

     – Insomma… vuoi vedermi morire con la gangrena o dissanguato?

     – Per quanto mi riguarda…

     – Ma si può sapere che ti ho…? – E si morse il labbro. Poi volse il capo altrove e implorò: – Aiutami e ti darò… farò quello che vuoi!

     Ci fu un lungo silenzio. Finché:

     – Niente puoi fare per me. E meno mi puoi dare – esordì Giacinto. – Ciò che avevo di più caro me l’hai portato via da tanto tempo… E quella è una cosa che quando a uno gliel’hai levata, non gliela puoi ritornare così, come farebbe un ladro pentito con una diecimila lire. Salute a te, compare! – E gli volse le spalle.

     – Aspetta! Dove vai? Aspettaaa! Non lasciarmi qua a crepare. Se vuoi ti spiego… Tua moglie! Quella… quella cagna. E’ stata lei! Sin dal primo momento! Te le giuro. Io sono un uomo, non ne ho colpa… Allora, che fai? Vai a chiamare gente o mi abbandoni? Rispondi! Dì qualcosa, maledettooo!

     Ormai il suo compare se n’era andato per davvero e senza voltarsi: ben presto Giacinto smise anche di udire le grida smorzate del ferito, che adesso si sfogava dandogli del “cornuto” sino all’esasperazione.

 

     La signora Tòtaro era molto nervosa quando il marito giunse a casa: avanti e indietro, erano ore che non pigliava requie.

     – Che cos’hai? – le chiese lui.

     – Io? Niente. Che devo avere? – E si ritirò in camera.

     Giacinto rimase in cucina: adocchiò il coltellaccio per affettare il lardo appoggiato sulla madia e gli vennero dei brutti pensieri. Prese l’arma, ma la posò subito: da “pecoruccio” non poteva trasformarsi in lupo.

     Accostato l’orecchio alla porta la sentì piangere. Inghiottì saliva ed entrò:

     – Lo aspettavi, come le altre volte, e non è venuto…

     La moglie rimase di sasso e non ebbe l’animo di negare. Ma nemmeno quello di far vedere che aveva capito.

     – Chi non è venuto? Di chi parli?

     – Lo sai di chi parlo. E ti dico anche un’altra cosa: quell’uomo che ti fa stare tanto in pena… non ti vuole bene.

     Inutile continuare a fingere. La donna s’arrese e si lasciò andare:

     – Non è vero! Se non è venuto gli sarà successa qualcosa!

     – E’ possibile. Ma di bene, non te ne vuole. E sai perché? Perché non ti rispetta. Non ti ha mai rispettata.

     La donna si gettò bocconi sul letto piangendo e urlò:

     – Non ci credo!

     Il marito le accarezzò delicatamente i capelli, con gli occhi che cominciavano a luccicargli e la mano che gli tremava per la grande sofferenza; ma lei si scostò rabbiosa e infastidita, continuando a singhiozzare e a ripetere che non gli credeva.

     – Io lo so, dov’è… e so pure perché non s’è visto – si ricompose allora l’uomo. E senza dare alla moglie il tempo di chiedere spiegazioni uscì per dirigersi verso la caserma dei carabinieri.

     – Prospero Giannelli… Un incidente di caccia… No, non col fucile; è solo caduto, ma di brutto. E’ ferito, e se nessuno va a soccorrerlo ci lascia la pelle. – E spiegò con precisione dove stava e che s’era fatto.

     – Venite anche voi? – gli chiese il maresciallo.

     – Perdonate, ma… – e Giacinto trovò una scusa.

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