Sorgi & altri disastri

In gergo giovanilistico possiamo ufficialmente dire che sui social Marcello Sorgi è stato “asfaltato”. A ore dal suo penosissimo intervento a Ballarò, dopo aver detto anch’io la mia sull’ignoranza abissale dimostrata dall’ormai ex illustre ma tutt’ora editorialista, quasi quasi ne prendo le difese.

Ovviamente mento spudoratamente!

Gli hanno detto di tutto e non solo i Lucani. Direi che fa il paio con Vespa, su cui sono piovuti anatemi bipartisan ed ecumenici, insomma pomodorate virtuali da ogni link, click e tweet dopo la becera intervista al figlio di Riina.

Per ritornare a Sorgi, personalmente ritengo che ogni male abbia una propria origine e nella fattispecie, nella mia visione delle cose, tutto punta il dito a Carlo Levi e al suo dannatissimo libro, che ci ha marchiati pare indelebilmente. Lo so che mi attirerò cori di indignazione, ma difendo il mio diritto ad avere un’opinione, per quanto poco condivisa. Io non ho nessuna stima per questo artista ed è tale e tanta la mia antipatia nei suoi confronti, che pur conoscendone il libro e i quadri, è fuori da ogni mia considerazione. E la cosa risale….. alle elementari, quando, mio malgrado, ne feci la conoscenza, postuma ovviamente. Si studiavano le regioni e venne il turno della mia ed ecco che Levi spunta fuori col suo libro, pronto a rendere vana qualunque mia protesta: la civiltà e il progresso non potevano essere arrivati in Basilicata! Ricordo anche la foto del sussidiario: un interno di casa di contadini tipo Sassi di Matera prima del riscatto planetario, con tanto di naca su un letto. Letto…. si fa per dire. Gli giurai “odio” eterno e sono notoriamente persona di parola. L’attaccamento di Levi alla nostra terra è storicamente successivo al confino e alla stesura del libro, una sorta di scuse in pectore per averci descritti con così poco rispetto e condannandoci a una reputazione, che per quanto ci sforziamo, resiste evidentemente ancora se perfino un giornalista non esattamente poco istruito come Sorgi ci descrive a quel modo. E non è il solo! Basti pensare al film Un paese quasi perfetto, appena uscito, che ci rappresenta attraverso un paese caricaturale che sa più di dopoguerra che di contemporaneità. E, come già ho fatto notare altrove, il paradosso è che l’abbia girato un napoletano, fosse stato un milanese l’avrei capito di più.

Aida Mele
Aida Mele

Il resto d’Italia non crede che il villaggio globale ci abbia accolto nei propri confini, che i nostri giovani siano gli stessi che vedo altrove e non crede possibile che viviamo come gli altri.

A cristallizzare poi quegli scritti ingrati ci si mise anche la trasposizione cinematografica, che nel 1979 Francesco Rosi ne fece con Gian Maria Volontè nei panni dello scrittore.

Non so se valga la pena sperticarsi in anatemi e discussioni per ribattere ai tanti, troppi Sorgi che ci attraversano la strada, credo convenga più concentrarci sulla nostra crescita e lasciare che i fatti li seppelliscano con la storia che vorremo e sapremo scrivere. Cominciando dal recupero del nostro buon nome, che “la marea nera” ha messo gravemente in discussione.

Commenta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi