I geni e il gatto (3^ parte) racconti di Vincenzo Di Stabile

Capitolo 3    I geni e il gatto

Vincenzo Di StabileLavoravo in un panificio con il mio amico Donato Tomacielo e un giorno ci venne l‘idea di comprare un carrettino per distribuire il pane.

Il panificio nel quale lavoravamo era l’unico della zona e con il carro potevamo distribuire il pane anche alle case che stavano a circa 4 km di distanza. Di mattina ci occupavamo della distribuzione del pane e nel pomeriggio lavoravamo al panificio.

Erano gli anni 50 e in inverno, quando pioveva e faceva freddo, diventava tutto più difficile, spesso mi veniva l’influenza e cominciai ad avere principi di asma. Così decisi di mettere da parte dei soldi per comprarmi un cappotto di pelle nero che finalmente mi aiutò a proteggermi dal freddo e dalle intemperie.

Il mio primo cavallo si chiamava Petisa ed era di colore marroncino. Era buono ma aveva un piccolo problema, ogni volta che vedeva un foglio bianco a terra si spaventava e cominciava a correre come se avesse visto un fantasma, rompeva le briglie, abbandonava il carro e io dovevo corrergli dietro per riacchiapparlo, riportarlo indietro e legarlo di nuovo al carro.

Ho posseduto questo cavallo dai 13 ai 16 anni. Lo chiamavamo il cavallo “capriccioso” perché in alcune situazioni era quasi impossibile da controllare.

Dopo qualche anno ho venduto Petisa e ho comprato un cavallo dal colore marrone chiaro, amichevole e di mezza età, che soprannominai “Tostado”; era bello, alto e forte come un cavallo da corsa.

Siccome Tostado conosceva la strada, al ritorno dalla distribuzione del pane, lasciavo andare le redini e lui ritornava da solo alla sua stalla.

Dopo aver avuto a che fare per qualche tempo con gli animali mi sono reso conto che la cosa fondamentale era alimentarli nel modo corretto. A Petisa e Tostado gli spettava sempre una buona raziona di cibo e acqua. Compravo loro avena ed erba medica affinché fossero sempre ben alimentati, cosa che in pochi facevano a quei tempi, infatti la maggior parte si limitavano a farli pascolare e non gli davano avena ed erba medica che ai cavalli piaceva tanto e li rendevano più forti.

Naturalmente durante quegli anni la mia vita non si limitava solo al lavoro, durante il giorno, quando potevo e avevo voglia di imitare i “cowboy” montavo a cavallo e molte volte cadevo a terra con Tostado. Con il tempo capii che non potevo galoppare forte sull’unica strada asfaltata del quartiere dato che Tostado aveva gli zoccoli ferrati e questi lo facevano scivolare sull’asfalto.

A mezza mattina, quando andavo a distribuire il pane, mi capitava di passare davanti ad una bottega di salumi. Era impossibile per me resistere a quell’aroma, quindi scendevo da cavallo e andavo a comprarmi un panino. Ovviamente a quei tempi non potevo permettermi di soddisfare questo capriccio tutti i giorni, quindi cedevo solo ogni tanto.

Le mie giornate erano per lo più allegre e divertenti, anche se a volte capitava di ricevere qualche rimprovero qua e la, soprattutto perché nel periodo delle piogge c’erano giorni in cui perdevo la possibilità di distribuire il pane per via delle pozze di acqua che si formavano nelle strade fangose.

La distribuzione del pane cessò bruscamente quando un giorno andai a prendere Tostado e non lo trovai. Sapevo che non mi avrebbe mai abbandonato di sua volontà perché era un cavallo affettuoso e fu allora che capii che lo avevano rubato!

Non fu eccessivamente traumatico perché avevo un piano B e cioè lavorare esclusivamente nel panificio.

Vincenzo Di StabileDa allora cercai sempre di avere nella mia vita un piano B per qualsiasi cosa, soprattutto quando si trattava di lavoro e di ricevere la paga, probabilmente frutto dell’istinto di sopravvivenza.

Il panificio era ben attrezzato, aveva un locale nella parte anteriore dove, come in tutti i panifici che conosciamo, si effettuava la vendita del pane al dettaglio. Nella parte posteriore del locale c’era il forno, dove erano installati tutti i macchinari per la produzione ed elaborazione del pane.

Io lavoravo nel “torno” cioè la tavola dove si manipolava la massa del pane dopo essere stata lavorata dall’ammassatrice. Sul tavolo si divideva la massa in pezzi e questi si passavano in una macchina che li stendeva per poi tagliarli in strisce lunghe che successivamente riducevamo in strisce più piccole e quindi davamo forma al pane in varie misure.

Dato che ancora non disponevamo di elettricità, i macchinari si attivavano con motori a scoppio da 12 cavalli, con cinte, trasmissioni e carrucole.

Eravamo vari impiegati e lavoravamo su per giù 700/1000 kg di farina al giorno, circa 8 o 10 buste di farina da 70 chili l’una.

Uno degli impiegati aveva un fisico da culturista e girava nel panificio sempre a torso nudo, era il nostro idolo. Viveva a circa 50 metri dal panificio in una casetta di legno con sua moglie, una donna robusta e bassina che a mala pena gli arrivava alla spalla pero anche lei era una brava donna. Una mattina, con grande stupore di tutti, vedemmo che la moglie ad un certo punto gli allungò un bel ceffone. Fu divertente perché il nostro “culturista” non sapeva dove nascondersi per l’imbarazzo. Quel giorno per tutti noi crollo l’idolo!

Questo ambiente di lavoro mi portò a conoscere vari tipi di persone: dal mio migliore amico fino a ladri e assassini. Infatti fu li che conobbi un giovane che uccise suo padre e anche un padre che uccise suo figlio.

Producevamo anche dolci e quelli da distribuire li mettevamo in un vassoio da circa 50 cm per 90 cm che noi chiamavamo “latas”.

Un giorno vedemmo che mancava un vassoio che conteneva circa una dozzina di dolcetti, tutti guardarono me dato che io ero il responsabile, per fortuna il padrone del panificio sapeva che il furto dei dolci non era colpa mia.

Don Octavio, il padrone del panificio, e la signora Irene, sua moglie, erano persone davvero amabili e affettuose. A volte, quando mia madre aveva delle commissioni da sbrigare per cui non poteva farmi da mangiare mi invitava la signora Irene. Mia madre all’epoca collaborava all’economia di casa cucendo camicie che rivendeva. Ricordo che la signora Irene cucinava una zuppa di piselli verdi buonissima.

Continuavo a chiedermi chi potesse aver rubato il vassoio di dolci e, come me, anche Don Octavio se lo chiedeva. Per cui decise di fare la guardia durante vari giorni e finalmente il ladro di dolci cadde nella trappola e lo presero letteralmente con “le mani in pasta”! Lo acciuffarono e lo chiusero nella stufa (chiamavamo “stufa” uno stanzino vicino al forno dove si mette il pane su tavole per farlo lievitare). Il ladro di dolci aspettò chiuso nella stufa un bel po’ di tempo fino a che arrivò la polizia e se lo portò via.

Le mie giornate erano così: mi svegliavo alle 6 e, dato che ero dimagrito a furia di tanto lavoro, mia madre mi preparava per colazione uova sbattute e una bibita che si chiamava Ferroquina Bisleri (simile al Fernet).

Vincenzo Di Stabile e la moglie Cristina "foto di Antonio Grimaldi"
Vincenzo Di Stabile e la moglie Cristina “foto di Antonio Grimaldi”

Un giorno mio padre, che lavorava circa 18 ore al giorno, mi disse “Perché lavori tanto?” ed io pensai “ho i tuoi geni”!

A proposito di geni, mia madre aveva sempre un gatto in casa. In Italia li usavamo per spaventare e far scappare i topi dato che in mansarda conservavamo fagioli, ceci ed altri tipi di legumi. Quindi pensai che sicuramente anche qui lo usava per la stessa ragione dato che un giorno vedemmo un topo grande quasi quanto un gatto.

Mia madre trovò il gattino per caso per strada e lo portò a casa, da allora quel gattino rimase con noi. Senza che nessuno gli insegnò nulla, proprio come i gatti in Italia, cominciò a dare la caccia ai topi. Evidentemente è qualcosa che hanno nei geni!

Come dicevo prima, io entravo a lavoro alle 6 di mattina e mi incaricavo di contare i dolci per la distribuzione, sia con carri che in alcuni locali che vendevano pane e dolci. Verso le 7 o 8 di mattina andavo a scuola, verso le 11 o 12 andavo a mangiare a casa e poi mi dirigevo di nuovo al panificio. Casa nostra stava quasi nel retro del panificio, avevamo messo una porticina dove stava il cavallo, per cui non avevo bisogno di uscire per strada per arrivare al panificio, mi svegliavo alle 6 ed ero già a lavoro.

All’epoca la gente moriva per mancanza di informazione mentre oggi succede l’opposto!

In quegli anni non avevo il tempo di pensare chi fosse il Presidente! Guardavo sempre tutto con sospetto e cercavo di concentrami sulle cose importanti per la mia famiglia.

Oggi invece considero importante parlare di politica dato che ha un forte peso sulla vita di tutti. Mi piace parlarne e confrontare idee, sempre nel rispetto delle opinioni altrui, perché il confronto arricchisce.

Come dicevo prima, quando rubarono Tostado la distribuzione del pane cessò dalla sera alla mattina e rimasi solo con il lavoro al panificio; quindi, senza volere, dovetti far caso al consiglio di mio padre che diceva di lavorare meno… Probabilmente, in fin dei conti, non fu del tutto una brutta esperienza!

Anche questo racconto ci giunge dall’Argentina, è scritto da Vincenzo Di Stabile, proponiamo a seguire la versione originale in lingua spagnola, tradotta da Carlo Carmelo Di Giacomo in lingua italiana.

Capítulo 3

Los genes y el gato

Todavía trabajaba en la panadería, y un día, a mi amigo Donato Tomacielo y a mi, se nos occurrió comprarnos un carro para cada uno, para el reparto del pan.

Esa panadería era la única en la zona, y con nuestros carros le acercábamos el pan a las casas que estaban a unos 4 kilométros de distancia. A la mañana, repartíamos el pan, y a la tarde trabajábamos en la panadería.

Corría la década del 50 y en invierno, cuando llovía y el viento venía de frente, me mojaba, y la pasaba realmente muy mal, me enfermaba y esto me causó un principio de asma.

Así que luego de un tiempo logré juntar dinero y me compré una campera de cuero negra que me ayudó a protegerme un poco más de la lluvia y el frío.

Mi primer caballo fue una petisa de color beige. Era buena, pero tenía un problema: cada vez que veía un papel blanco en el suelo se asustaba y salía como si hubiera visto un fantasma, rompía los aperos, abandonaba el carro y yo debía correr detrás de ella para buscarla, traerla de regreso y atarla nuevamente.

He tenido este tipo de caballos durante 13 a 16 años. Se los llama caballos « mañeros » ya que tienen algunas cosas que los hacen especiales y difíciles de controlar.

Luego de un tiempo, vendí la petisa y compré un caballo de color tostado, parejero y de media carrera al que apodé « Tostado »; era hermoso, alto y fuerte, parecía un caballo de carrera.

Al igual que los que corren en el hipódromo, con mi experiencia no necesitaba ayuda para subirme al caballo, pero sin duda un principiante, la hubiera necesitado.

En la jerga gauchezca « parejero » es aquel caballo que no permite que otro caballo lo sobrepase en la carrera.

Vincenzo di Stabile "foto di Antonio Grimaldi"
Vincenzo di Stabile “foto di Antonio Grimaldi”

Este tema me trajo algunas complicaciones, ya que cada vez que cualquier otro caballo o carro me iba a pasar, Tostado se aceleraba y hacía que se desacomode todo el carro y la carga. Debía gritarle al jinete del otro caballo que frene para que Tostado pare la marcha…

Y como Tostado ya conocía su camino, cuando venía de vuelta del reparto, le soltaba las riendas y él se iba solo a su corral.

Después de un tiempo de experiencia con caballos, me dí cuenta que lo más importante es alimentarlos bien. A la Petisa y al Tostado siempre los esperaba su buena ración de comida y de agua, les compraba avena y alfalfa para que estuvieran bien alimentados, cosa que muy pocos hacían… Los demás los ponían a pastar y no comían nunca avena y alfalfa que es lo que mas les gusta y los hace fuertes.

No todo era trabajo tampoco en mi vida…, durante el día, cuando podía me daban ganas de imitar a un « cowboy » y lo montaba. Así fue como varias veces terminé en el suelo, junto con Tostado… Luego de un tiempo aprendí que no se puede galopar fuerte sobre la única calle asfaltada del barrio, ya que Tostado tenía herraduras y el hierro de la herradura patinaba sobre el asfalto…

A media mañana, cuando salía hacia el reparto de pan, solía pasar por un puesto de chorizos a la pomarola. El aroma me atraía tanto que no podía resistirme de bajar del carro y comprarme un sandwich. Obviamente que ese gusto, en esos tiempos, no podía dármelo todos los dias, pero sí de vez en cuando.

Mis días eran alegres y divertidos, solo a veces tenía algunas broncas. En época de lluvias, había días que perdía todo el pan del reparto a causa de la lluvia y los pozos que se formaban en las calles de barro…

Los días de reparto se terminaron drásticamente cuando una mañana fui a buscar a Tostado y ya no estaba… Yo sabia que nunca me dejaría por decisión propia… ya que nos llevábamos muy bien y entonces me dí cuenta que me lo habían robado!!!

No fue un hecho traumático en mi vida ya que yo tenía un plan B: a partir de ahí trabajaría solo en la panadería.

Así fue como en mi vida siempre traté de tener un plan B para todo; tal vez eso vino conmigo junto al instinto de supervivencia que trajimos de nuestros pagos…

La panadería estaba bien equipada, tenía un local adelante donde, como en todas las panaderías que conocemos, se despachaba pan, facturas y demás productos. Al fondo estaba el horno,y “la cuadra”, así le deciamos al lugar donde se elaboraba el pan y en donde se encontraban todas las máquinas.

Yo trabajaba en el « torno », que era la mesa donde se ponía la masa luego de haber pasado por la amasadora. Allí se cortaba en pedazos, se pasaba por la sobadora que es una máquina que tiene dos rodillos que la afina y después se corta en tiras y luego en pedazos mas chicos, a partir de los cuales se daba forma al pan de diferentes medidas.
Dado que todavía no teníamos luz, las máquinas eran inpulsadas con un motor a explosión de 12 caballos, con correas, transmisión y poleas.

Eramos varios empleados de la panadería, elaborábamos unos 700 a 1000 kilos de harina (unas 8 a 10 bolsas de harina de 70 kilos) diarios.

Uno de los empleados era un físico-culturista, de un cuerpo bien formado que andaba siempre con el torso desnudo y era la envidia de muchos. Vivía a unos 50 metros de la panaderia en una casita de madera con su esposa que era una mujer gordita y bajita, que apenas le llegaba al hombro, pero bastante brava también. Una mañana, ante el asombro de todos, se apersonó su esposa y lo sopapeó de lo lindo. Fue muy gracioso, porque el físico-culturista no sabía donde meterse…!!! Ese día se nos cayó el ídolo!!!

En ese ambiente, conocí de todo : conocí a mi mejor amigo, y también conocí a ladrones y asesinos!!! allí conocí a un muchacho que mató a su padre y también a un padre que mató a su hijo.

Las facturas para los repartos, las poníamos en unas bandejas de 50 por 90 cm aproximadamente a las que llamábamos « latas ».

Vincenzo Di StabileUn día faltó una bandeja con facturas (tenían entre 6 y 10 docenas de facturas cada una),
todos me miraban a mi, ya que yo era el responsable, pero
el dueño sabía que yo no era el responsable de ese robo… Don Octavio, el dueño de la panadería y doña Irene, su esposa, eran muy amables. A veces mi madre debía hacer algun trámite, y le pedía a doña Irene que me diera de comer. Recuerdo que doña Irene sabía hacer una sopa de arvejas bien verde y espesa que era muy rica.

Mientras mi madre también aportaba a la economía de la casa cosiendo camisas para vender, yo me seguía preguntando quién se había robado esa bandeja con facturas, y don Octavio también se lo seguía preguntando… Pero él montó guardia durante unos días y cayó el ladrón de facturas con las manos en la masa!!! Lo agarraron y lo encerraron en la estufa. Le decíamos « estufa » al lugar alargado, a la par del horno, donde se pone el pan en tablas para que leve. Ahí estuvo un buen rato hasta que se lo llevo la policía.

Mi día era así : me levantaba a las 6, y como de tanto trabajar me había puesto un poco flaco, mi madre me preparaba como desayuno, un huevo batido con una bebida que se llama Ferroquina Bisleri (parecida al Fernet).

Un día, mi padre que trabajaba 18 horas al día, me dijo « para qué trabajás tanto? » Y…yo tenía sus genes…!

Hablando de genes… me llamó la atención un hecho : Mi madre siempre solía tener un gato en casa. Seguramente era porque en Italia los debíamos tener para ahuyentar a los ratones, ya que en el entretecho guardábamos porotos, garbanzos y demás legumbres. Casi con seguridad que era por esa razón, ya que recuerdo haber visto una vez asomarse en ese lugar un ratón que era casi tan grande como un gato…
Un día mi madre encontró un gatito en la calle, lo trajó a casa, lo alimentó y se quedó a vivir con nosotros. Ese gatito se crió sin madre ni padre, pero a pesar de eso a los pocos meses salía a cazar ratones, y nadie se lo habia enseñado…Evidentemente lo traía en sus genes!!!

Como dije antes, yo entraba a trabajar a las 6 de la mañana, era el encargado de contar las facturas para los repartos de succursales, carros y algunos almacenes que vendían pan y facturas. Cuando terminaba a las 7 u 8 de la mañana, me iba a la escuela y a las 11 o 12 comía en mi casa y de vuelta a la panadería. Nuestra casa, daba al fondo de la panadería. Le habíamos puesto un portoncito en donde en su momentò guardaba el caballo, así que no necesitaba salir a la calle, me levantaba a las 6 y ya estaba en mi trabajo.
En ese entonces, la gente se moría por falta de información y ahora se muere por exceso!
Nunca tuve tiempo ni de pensar quién era el Presidente…! miraba siempre todo de reojo y solo me concentraba en lo mio.

En cambio ahora, me gusta hablar un poco de política ya que al intercambiar ideas, siempre respetando las ideas de los otros, uno se enriquece.

Como dije antes, no pasó mucho hasta que me robaron a Tostado y de un día para el otro se acabó el reparto de pan. Me quedé solo con el trabajo de la panadería y entonces sin querer le hice caso al consejo de mi padre de trabajar menos…

Igual, fue una muy buena experiencia!!!

 

 

 

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