I frutti dimenticati e, per molti, sconosciuti.

stanzieHo intravisto nel mese di novembre scorso nelle vicinanze del Convento di San Nicola un sorbo carico di piccoli frutti le sorbe appunto, di un colore giallastro da una faccia e dall’altra di un colore rossiccio. Le ho raccolte e messe sulla paglia. Gradualmente sono diventate brunastre e morbide e quindi mature. Le sorbe hanno un sapore gradevole e delicato, leggermente acidulo e nello stesso tempo zuccherino.

Quando le ho mangiate ho provato sensazioni di grande gioia, perché mi sono tuffato nella mia infanzia, mi sono ricordato il mio sorbo della “Fontanella” (una campagna in prossimità del centro abitato). Ho fatto anche alcune riflessioni, per esempio come ci approvvigionavamo di frutta e verdura quando non c’erano i fruttivendoli nel paese dove vigeva una forma di economia chiusa (vedi articolo del 20.06.2015 L’economia  su questo giornale) nel senso che si produceva tutto sul territorio. Chi non coltivava la terra o non aveva appezzamenti di terreno comprava il necessario dai contadini di Senise, nostri  vicini dediti alla coltivazione di ortaggi  secondo un’antica tradizione. Da Cassano Jonico (Cosenza) arrivavano pure le angurie in occasione delle festività religiose della Madonna del Carmine  e dei Santi Protettori Felice e Policarpo. Erano angurie di forma sferica e di un colore verde bottiglia striato. Non erano eccessivamente grandi e si vendevano pure a fette per i passanti. Un venditore molto conosciuto era Acquafredda Raffaele.

peperoncini-cruschiL’igiene  si faceva desiderare: le mosche si confondevano con i semini neri della polpa. I contadini di Tursi (Matera) portavano a vendere le arance tra cui quelle a “stacce“, cioè schiacciate, mandarini, limoni e caki. Si praticava anche il baratto con i fagioli essendo i francavillesi produttori. Un chilo di fagioli per due chili di caki. In estate le famiglie preparavano la conserva, un concentrato di pomodoro (la passata essiccata al sole  e

Sorbo
Sorbo

conservata sottolio), essiccavano i peperoni di Senise, i fichi le melanzane. Le abitazioni erano dei veri e propri laboratori. Alle travi di legno della cucina o della cantina – dispensa si appendevano “i pizorre di pummedurielle“, cioè quei pomodorini a grappoli coltivati senza irrigarli, cipolle, aglio, puleggio (u puljeje usato per il panecotto e la cura del raffreddore), peperoncini secchi uva malvasia, melegrane, camomilla ecc. In una grande cassa di legno si conservavano fagioli secchi, ceci, fave, grano, orzo, noci e castagne. Si preparava come dolcificante per i dolcetti di Natale il mosto cotto, “u cuotte”. Con la neve gelata si preparava anche un tipico sorbetto, “a zurbette”. Si mettevano nella paglia  le pere invernali e le mele limoncelle, “i pume ramungelle”.

Tutto era a chilometro  zero e rigorosamente, obtorto collo, biologico. Alla fine degli anni cinquanta fu aperto un negozio di frutta e verdura da un tarantino di nome Giovanni che si stabilì a Francavilla con la famiglia e da allora si introdusse il consumo di banane, frutta e verdura prodotta, ahimè!, con sistemi non più tradizionali e genuini.

Giuggiole in dialetto francavillese scèscélé
Giuggiole in dialetto francavillese scèscélé

Oggi siamo arrivati al punto che a Natale  consumiamo ananas, ciliege del Cile, mango, papaya, avocado datteri abbandonando noi e non  facendo conoscere ai nostri figli  i frutti nostrani.

Non tutte le famiglie avevano tanta disponibilità, molte altre purtroppo  vivevano in amara  ristrettezza economica.

Figuratevi che i mandarini insieme  a qualche caramella e cioccolatino trovati nella calza della Befana erano per i bambini dell’epoca una vera e propria leccornia.

 

  1. E le corbezzole, ve li ricordate? Sono un frutto anch’esso in disuso, ma di un gusto e aroma speciali. Ne mangiavo a Napoli, li portava ad una mia amica la zia che veniva a trovarla in collegio, da Ischia. Li ho ritrovati anni fa ad Arco sul lago di Garda. Ho cominciato a mangiarli e mi hanno seguita dei Tedeschi che non la finivano più.

  2. “Anche a Francavilla ci sono le corbezzole (una pianta ancora si trova nel giardino di Gigino Introcaso), in dialetto “nanele”. Altri frutti in via di estinzione sono “‘i pirecjelle ‘i San Giuvanne, le perine di San Giovanni, perche’ maturano intorno al 24 giugno, ricorrenza del Santo,’i pire cunghjute, pere con la polpa brunastra e profumata, pire muscarjelle, percoche spiccagnole, prjesseche, che venivano vendute da un certo Antonio D’Ingianti, percuoche a sang e puorc, pesche con la polpa striata di macchie rosse, le mandorle, “mennele”. Non ricordo altro.”.

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