Proteggiamo il creato per difendere l’uomo

È arrivata la bella stagione tanto attesa. Andar per monti e valli alla ricerca di una natura ricca di manifestazioni ambientali spinti dal bisogno di ritrovare un giusto equilibrio psico-fisico. È questo il bisogno ormai primario per una collettività urbanizzata per la quale gli aspetti naturali sono sviliti, quando non annullati, ma che conserva ancora un nostalgico ricordo di un passato più semplice e ricco di “ecologia”. Sempre più le nuove generazioni manifestano il bisogno di scoprire un mondo che non sappia solamente di cemento e di scenari costruiti e cercano di riqualificare un loro modo di vivere con e nella natura.
Ma diciamo subito che le ingenti ricchezze del creato devono essere preservate, valorizzate e rese disponibili a tutti, come dono prezioso di Dio agli uomini.
Purtroppo a ritmo preoccupante si vanno susseguendo vere e proprie catastrofi ecologiche, dovute in gran parte all’incoscienza e all’incuria dell’uomo. La natura stessa si ribella, come dimostra lo sconvolgimento del clima, con conseguenze drammatiche: ghiacciai che si sciolgono, frane, alluvioni, siccità e mille altre calamità che fanno vivere l’umanità in stato di continua emergenza.

don Camillo Perrone

Per centinaia di milioni di persone la terra diventerà presto inabitabile: scioglimento di ghiacciai, deserti, guerre per l’acqua, migrazioni, alluvioni. Tra quelle genti minacciate ci siamo noi, che ci sentivamo al sicuro. In casa lucana abbiamo gli annosi problemi di acqua e terra inquinate da petrolio, fuoriuscita di esso, scorie radioattive. Da anni l’Italia è sotto la sferza di esondazioni prima sconosciute.
Dunque si è parlato di noi nel 2015 a Parigi nella conferenza sui cambiamenti climatici. L’Europa ora si muove e soprattutto l’Italia.
Tra il 2016 e il 2017 vi sono diverse occasioni in cui la comunità internazionale è chiamata a fare il punto sugli impegni assunti, a partire dal G7 a guida italiana (Taormina, maggio 2017; Bologna, giugno 2017): ottima occasione per chiedere ai leader dei Paesi più industrializzati di prendere sul serio le tante promesse fatte, e i pochi passi concreti che si sono fatti.
Che altro occorre per convincerci che la distruzione dell’ambiente è un pericolo morale per l’umanità non meno del terrorismo, della fame, delle armi di distruzione di massa? Ecco perché il Governo e la Chiesa continuano a intervenire e a ribadire che la questione ecologica, al di là dei dati biologici e scientifici, va affrontata come un problema essenzialmente di natura etica, culturale, ma anche religiosa. La ragione di fondo è che la vita umana è strettamente legata all’ambiente e, di conseguenza, la questione ecologica è un aspetto essenziale della questione antropologica. A tal punto che, mancando una cultura e una coscienza morale adeguate, l’umanità oggi rischia la morte biologica o per reazione violenta da parte della natura o per lenta asfissia o per avvelenamento strisciante. Da qui la necessità di superare la mentalità probabilmente troppo tecnocratica.
Abbiamo una comune responsabilità di fronte all’umanità: garantire il diritto alla vita. Il che comporta che lo sfruttamento delle risorse non oltrepassi la loro capacità di riproduzione e che la distribuzione dei beni sia ordinata nel senso della giustizia, senza costringere i più deboli alla marginalità e senza depredare di opportunità le generazioni che verranno.
L’Agenda di Parigi sui cambiamenti climatici era stata accolta come un importante passo in avanti: ora i contenuti di quell’accordo vanno implementati. Non sarà una strada facile, ma può e deve essere percorsa. L’Italia? A differenza di altri Paesi – il riferimento agli Stati Uniti di Trump non necessita nemmeno di essere citato – è in prima linea.
Per affermare una cultura dell’ambiente basata su etica, scienza e tecnologia è necessario il coinvolgimento di scuole, parrocchie, oratori, associazioni, e si deve gettare lo sguardo anche al resto del pianeta, per esempio all’Africa e all’Amazzonia dove c’è davvero molto da fare.
Papa Francesco chiede una cittadinanza ecologica, che deve tradursi dal livello degli impegni in quello dei fatti. In pratica occorre cambiare il rapporto con la natura, cercando di rimediare ai disastri ecologici del passato e di evitare nuove ingiurie all’attuale ecosistema; capire che le risorse del pianeta non sono illimitate e pertanto non devono essere sprecate; capire che la terra è un bene che dovrà servire anche alle generazioni future; cambiare il modello di sviluppo, già così largamente fallimentare, comprendendo che per sopravvivere tutti è necessaria una scelta di austerità nei consumi.
In definitiva, migliorare le politiche ambientali è nelle nostre mani, nei messaggi inflessibili che sapremo dare ai governanti.

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