Una poesia dalla Russia Racconti di Michele Libutti (Ed. Nuova Prhomos, 2021, pagg.136)

Armando Lostaglio

L’ultima fatica letteraria di Michele Libutti, dopo una ventina di racconti e poesie dati alle stampe in questi anni, è un racconto che appare unico, sebbene sia composto da più di venti brevi. Come un film ad episodi (da anni ’70) cui la trama di commedia restava all’orizzonte mantenendo la rotta comune. Una poesia dalla Russia resta un romanzo di formazione – si direbbe – erudito come nel suo genere, maturato da esperienze vissute. Un nuovo tassello nella sua ultraventennale esperienza letteraria. E in copertina un interpretativo disegno a cura di Roberta Lioy.

Michele Libutti sa regalare stanze di eccellenza, visioni semplici e altre; svolge un’operazione intuitiva di quanto ci gravita intorno, gira dalle parti del sacro recinto (definizione da Leonard Cohen) manifestando tuttavia una scrittura garbata e provocante: dipende dalla nostra capacità di interazione con le mutevoli cose della vita.

Michele Libutti

Il racconto che dà il titolo alla raccolta è straordinario, una poetica del tempo che trascorre, anche attraverso le cortine di ferro imposte da governi ed interessi, da politiche scellerate che non tenevano affatto conto che ogni uomo è un’isola e pertanto ha bisogno del contatto umano, privilegiato ed assennato, che vola alto mediante i sentimenti più nobili.

Ha una bella dimestichezza l’autore con la penna, pagine gremite di uomini e di donne che danno vita ad episodi armonici quanto riflessivi. C’era una volta la parola data sottolinea in prefazione Deana Summa, da anni “prefattrice” di stima dei racconti di Libutti. Il quale ha mutuato l’impegno di medico e scrittore da precedenti tanto illustri, Cronin in primis. Sa dunque raccogliere i messaggi che provengono dalla strada, ovvero taluni reminiscenze di lunghi decenni da medico. E ovviamente dagli studi classici che gli hanno consentito una laurea, associata a quella di medico. I movimenti dei personaggi rivestono una funzione di mediatori ed in una certa profondità rimandano a ciò che eravamo, a ciò che siamo, a ciò che vorremmo essere.

Michele Libutti

Il “vestitino rosso“ di uno dei racconti sa evocare seduzioni sopite, che il buon-pensiero tuttavia lascia sedimentare in una eventuale prossima visione.

La scrittura di Libutti ci rimanda in universi distinti, e tutti viviamo come in cerchi concentrici, o ad ellissi che fortuitamente ci relazionano sempre in un altrove, o solo dove si è nati e cresciuti, e dove la tradizione ci porta a valorizzarne ogni profilo etico.

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