San Paolo Albanese a trent’anni dalla legge sulle aree protette

SEMINARIO DI STUDIO A SAN PAOLO ALBANESE IL 06.12.2021 – “I trent’anni della legge quadro sulle aree protette n. 394/1991”

Intervento del Sindaco Antonio Mosè Troiano

Oggi la legge n. 394 del 06.12.1991 compie trent’anni e non sono pochi per verificarne l’attendibilità e il processo di attuazione.

Antonio Mosè Troiano

Essa rappresenta la disciplina delle aree protette, intesa come protezione della natura, nel rispetto del principio costituzionale di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema.

Tale normativa è particolarmente importante per l’Italia in quanto è “il paese europeo con la maggior biodiversità per numero di specie e per integrità ecologica.

I Parchi italiani, infatti, hanno una realtà eterogenea, sia per le caratteristiche intrinseche, sia per il numero e la complessità degli enti che li governano: si pensi, ad esempio, al Piano del Parco, che interagisce con gli altri strumenti di pianificazione territoriale.

La L. 394/1991, all’articolo 1, indica le finalità e l’ambito e, con il comma 3, sottopone i territori ad un regime speciale di tutela e di gestione, con le seguenti finalità:

  1. a) conservazione di specie animali o vegetali, di associazioni vegetali o forestali, di singolarità geologiche, di formazioni paleontologiche, di comunità biologiche, di biotopi, di valori scenici e panoramici, di processi naturali, di equilibri idraulici e idrogeologici, di equilibri ecologici;
  2. b) applicazione di metodi di gestione o di restauro ambientale idonei a realizzare un’integrazione tra uomo e ambiente naturale, anche mediante la salvaguardia dei valori antropologici, archeologici, storici e architettonici e delle attività agro-silvo-pastorali e tradizionali;
  3. c) promozione di attività di educazione, di formazione e di ricerca scientifica, anche interdisciplinare, nonché di attività ricreative compatibili;
  4. d) difesa e ricostituzione degli equilibri idraulici e idrogeologici.

In questi trent’anni abbiamo assistito a radicali trasformazioni per quanto riguarda l’ambiente, la natura, la cultura, la società e gli ecosistemi.

Monte Pollino – Piano Gaudolino

È un trentennale che ricade in un momento estremamente difficile a causa delle gravi conseguenze della epidemia da Covid-19 e delle annose condizioni di sofferenza delle aree interne povere e disagiate.

Sono queste le motivazioni che hanno suggerito di assumere l’iniziativa di organizzare questo Seminario di studio, tra esperti, amministratori, operatori economici e sociali su finalità, obiettivi, e attività nell’ambito delle aree protette.

E’ di questi giorni la nota trasmessa ai Presidenti delle Regioni Italiane dalla Ministra per il Sud e la Coesione Territoriale On.le Mara Carfagna sulla opportunità di avviare una interlocuzione al fine di addivenire alla selezione di nuove Aree nell’ambito della Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) per il ciclo di programmazione 2021-2027 che si aggiungeranno alle 72 Aree individuate nel ciclo 2014-2020, in modo che si passi a un assetto stabile e consolidato, nel contesto delle politiche nazionali di sviluppo e di coesione.

Le risorse previste nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ormai nota con l’acronimo PNRR, alla Missione 5, concernente la Strategia Nazionale delle Aree Interne, sono pari a 825 milioni di euro e sono destinate al potenziamento di servizi e infrastrutture sociali di comunità (725 milioni) e ai servizi sanitari di prossimità (100 milioni).

Su questo tema anche lo Stato ha stanziato 310 milioni (di cui 100 milioni destinati ad azioni di prevenzione incendi) ed altri 300 milioni di euro per la implementazione delle infrastrutture stradali delle Aree Interne.

Si cerca, pertanto, con queste nuove misure, di portare avanti una strategia che tenga conto dei luoghi, di abbattere il dramma della «perifericità», ma non solo come lontananza geografica, ma soprattutto come lontananza socio-economica e politica dal centro.

Secondo la SNAI molte delle Aree Protette italiane ricadono in Aree Interne di categoria “periferiche ed ultraperiferiche”.

Quando parliamo di “Aree interne” ci riferiamo a zone geografiche del nostro paese, fragili, lontane da scuole, ospedali, stazioni, i cui cittadini godono meno degli “uguali diritti” sanciti dall’articolo 3 della Costituzione.

Attualmente le “aree progetto” selezionate, come dicevo prima, sono 72 e rappresentano il 53% circa dei Comuni italiani (4.261), ospitano il 23 % della popolazione italiana (pari ad oltre 13 milioni e mezzo di abitanti), ed occupano una porzione del territorio che supera il 60% della superficie nazionale.

Si tratta prevalentemente di aree montuose il cui paesaggio porta le tracce di un secolare sfruttamento intensivo di acqua, risorse minerarie, patrimonio boschivo, e di un successivo abbandono, ma che conservano una gran quantità di ricchezze naturali e culturali, di risorse energetiche, di bellezze paesaggistiche, di persone che sanno viverle e vogliono continuare ad abitarle.

Foto di Rino Fortunato

Il periodo che stiamo vivendo, determinato dal Covid-19, deve farci molto riflettere su questi vasti temi, con cui, in fondo, siamo cresciuti.

Vivere nei piccoli borghi, in questi mesi di lockdown, è stato sicuramente un vantaggio per distanziamento e qualità della vita. Non lo è stato per quanto riguarda le connessioni digitali. Secondo i dati elaborati per Legambiente dal Centro Studi Caire, tra i piccoli comuni la domanda di «collegamento» è servita solo per il 17,4%, a fronte di una media nazionale del 66,9%, un divario digitale enorme.

Quali strategie sarebbe opportuno proporre per lo sviluppo, in un’ottica socioeconomica compatibile, di tali aree?

  • la sfida si vince valorizzando tutte le risorse del territorio (risorse ambientali, culturali e agrosilvopastorali);
  • acquisendo il concetto della “cultura della qualità”;
  • garantendo i servizi (soggettivi e collettivi) ai residenti;
  • la presenza di iniziative pubbliche e private tese a recuperare e valorizzare le produzioni tipiche e le tradizioni locali;
  • la diffusione di una cultura amministrativa ed imprenditoriale consapevole della rilevanza dei fattori qualitativi nell’organizzazione dell’offerta;
  • una buona accessibilità al territorio.

In assenza di questi fattori, la qualità dei beni ambientali e paesaggistici, la qualità dei prodotti, i beni storico architettonici sono insufficienti ad attivare un qualsivoglia processo di sviluppo socioeconomico.

Il paesaggio agrario costruito e modellato per secoli dall’uomo, rendendo questi posti patrimoni identitari ancora riconoscibili ed apprezzati, oggi, a seguito dell’abbandono delle pratiche agricole nelle aree marginali, si sta trasformando velocemente. Le aree un tempo adibite a pascolo si trasformano in arbusteti e poi in bosco ceduo di roverella o quercia.

Tema fondamentale, parlando di Aree Protette, è la biodiversità.

E’ un termine di cui si fa un grande uso e spesso, purtroppo, un forte abuso!

Che cos’è la biodiversità? E’ semplice: “E’ la coesistenza in uno stesso ecosistema di diverse specie animali e vegetali tali da creare un equilibrio grazie alle loro reciproche relazioni.”.

Detto così sembra una cosa facilmente applicabile!

Cosa non vera! Perché abbiamo la capacità di non riuscire a rispettare un termine fondamentale sopra descritto!

Cioè l’equilibrio.

La biodiversità e la agro biodiversità (limitata alle razze animali e alle varietà vegetali) sono una ricchezza, sono la nostra assicurazione sul futuro, perché permette alle piante e agli animali di adattarsi ai cambiamenti climatici, agli attacchi di parassiti e malattie.

Nell’ultimo secolo la biodiversità si sta riducendo a ritmi impressionanti, mai registrati nelle epoche precedenti. Insieme alle piante e agli animali selvatici, scompaiono le piante e le razze animali selezionate dall’uomo.

Delle circa 6.000 specie di piante coltivate per il cibo, meno di 200 contribuiscono in modo sostanziale alla produzione alimentare globale e solo nove rappresentano il 66% della produzione totale.

La produzione mondiale di bestiame si basa su circa 40 specie animali, con solo un piccolo gruppo che fornisce la stragrande maggioranza di carne, latte e uova.

I fattori chiavi della perdita di biodiversità citati dalla maggior parte dei paesi sono: cambiamenti nell’uso e nella gestione della terra e dell’acqua, seguiti da inquinamento, sovra-sfruttamento, cambiamenti climatici, crescita della popolazione e urbanizzazione.

La perdita di biodiversità rappresenta per il pianeta uno dei rischi ambientali più consistenti.

Secondo stime FAO il 75% delle varietà agricolturali è scomparso e il 20% delle razze animali allevate rischia l’estinzione.

La montagna di termoplastiche, schiume, pellicole e circuiti vari, censita quest’anno in occasione della Giornata internazionale dei rifiuti di apparecchiature elettroniche ed elettriche (Raee), pesa 57,4 milioni di tonnellate.

Una mole di materiali imponente, impressionante. Superiore a quella della Grande Muraglia cinese, già di per sé la creazione umana più pesante del pianeta.

Nell’Unione europea si producono ogni anno più di 2,5 miliardi di tonnellate di rifiuti.

L’UE sta aggiornando la legislazione sulla gestione dei rifiuti per promuovere la transizione verso un’economia circolare, in alternativa all’attuale modello economico lineare.

La transizione verso un’economia più circolare può portare numerosi vantaggi, tra cui:

  • Riduzione della pressione sull’ambiente
  • Più sicurezza circa la disponibilità di materie prime
  • Aumento della competitività
  • Impulso all’innovazione e alla crescita economica (un aumento del PIL dello 0,5%)
  • Incremento dell’occupazione – si stimache nell’UE grazie all’economia circolare potrebbero esserci 700.000 nuovi posti di lavoro entro il 2030.

Un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile.

I principi dell’economia circolare contrastano con il tradizionale modello economico lineare, fondato invece sul tipico schema “estrarre, produrre, utilizzare e gettare”.

Il modello economico tradizionale dipende dalla disponibilità di grandi quantità di materiali e energia facilmente reperibili e a basso prezzo.

Il Parlamento europeo chiede l’adozione di misure anche contro l’obsolescenza programmata dei prodotti, strategia propria del modello economico lineare.

In questo modo si estende il ciclo di vita dei prodotti, contribuendo a ridurre i rifiuti al minimo e una volta che il prodotto ha terminato la sua funzione, i materiali, di cui è composto, vengono infatti reintrodotti, laddove possibile, nel ciclo economico.

Così si possono continuamente riutilizzare all’interno del ciclo produttivo generando ulteriore valore.

Non dobbiamo poi dimenticare l’impatto sul clima: i processi di estrazione e utilizzo delle materie prime producono un grande impatto sull’ambiente e aumentano il consumo di energia e le emissioni di anidride carbonica (CO2). Un uso più razionale delle materie prime può contribuire a diminuire le emissioni di CO2.

Mosè Antonio Troiano

La ventiseiesima conferenza delle Nazioni Unite sul clima (Cop26), che si è conclusa a Glasgow il 13 novembre, è stata definita dai suoi organizzatori “un enorme passo avanti” nella lotta al cambiamento climatico. Dopo tutto, l’accordo raggiunto al termine di oltre due settimane di negoziati, e sottoscritto da quasi duecento paesi, menziona, per la prima volta, esplicitamente la necessità di limitare l’impiego dei combustibili fossili.

Con almeno vent’anni di ritardo, l’emergenza climatica si è finalmente imposta tra le priorità globali. La conferenza di Glasgow lo ha certificato, e questo era probabilmente il risultato più importante che potesse ottenere.

Il tema predominante, soprattutto nelle Aree Protette, è lo spopolamento e la disoccupazione.

Mi avvio alle conclusioni, ponendo tre domande forti, con l’auspicio che questo Seminario di studio possa darci qualche indicazione:

Come possiamo impiegare i nostri giovani?

Come facciamo a dar loro speranza?

Come incentiviamo la loro voglia di restare in un’Area Protetta?

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