Petali di fede

-Il presente articolo è stato pubblicato nel 2009 sul Quotidiano del 31 maggio, visto che tocca temi vitali per l’ambiente, di cui oggi, 5 giugno, ricorrono i 50 anni della Giornata mondiale, festività proclamata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, d’intesa con l’ingegnere Annibale Formica abbiamo ritenuto opportuno riproporlo alla vostra attenzione.-
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Nel periodo di primavera, a partire dalla domenica delle Palme e della Pasqua, ogni anno, a San Paolo Albanese si rinnovano con le tradizionali processioni religiose le feste di San Rocco, delle Pentecoste, del Corpus Domini e di Sant’Antonio.
S. Paolo Alb. – Chiesa Madre “Esaltazione Santa Croce”
È un tripudio di natura che entra in tali ricorrenze con l’ulivo, l’alloro e, poi, con i fiori gialli della ginestra, rossi dei papaveri, bianchi e rosacei della rosa canina. Sono appuntamenti che amiamo particolarmente in paese, perché ci ritroviamo lungo il filo di una dolce e amabile memoria nei luoghi e con i riti dell’anima della nostra infanzia. Sono momenti di gioia intima collettiva di una cultura minoritaria, spiritualmente con l’influsso orientale della nostra chiesa greco-bizantina, al ritmo di piccole e antiche feste di paese, semplici, ma intense e suggestive, dense di valori e di simboli, molto legati alla civiltà contadina, che ci siamo lasciati alle spalle per inseguire i consumi, perdendo il contatto con la “proprietà” delle cose.
Con quei petali di fiori, raccolti nei cestini di vimini e portati dai bambini in processione, si tappezza di colori verdi, bianchi, rossi, gialli il selciato delle strade del paese e la nostra esistenza si rigenera nello spirito e nel corpo della gioia “frugale” del ricordo appena sfiorato, appena vissuto, ma saldamente ancorato al modo di mantenere viva l’avventura umana delle generazioni passate, presenti e future, che ci appartengono.
“Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbattè gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono pieni di Spirito Santo (lettura dagli atti degli Apostoli II, 1 – 4)”.
Papàs Francesco Mele, nell’omelia della Pentecoste di qualche anno fa, sull’altare, davanti all’iconostasi della Chiesa “Esaltazione Santa Croce” di San Paolo Albanese, citava il verde, quale simbolo dello Spirito Santo, e gli altri colori dei fiori della primavera, che richiamavano le lingue di fuoco della lettura di quella domenica e la effusione dello Spirito Santo sugli apostoli, avvenuta il cinquantesimo giorno dalla celebrazione della Pasqua.
La solennità religiosa nella liturgia cattolica è celebrata per ricordare, infatti, la discesa dello Spirito Santo nel Cenacolo, su gli Apostoli e la Vergine Maria, sotto forma di lingue di fuoco. Questo particolare ha fatto nascere, in alcune comunità, l’uso di far piovere dall’alto petali di rose (Pasqua di rose). Nella comunità dei discepoli di Gesù Cristo, quindi, la Pentecoste offre ai suoi fedeli la nuova legge donata da Dio e segna la nascita della Chiesa.
In origine il nome “Pentecoste” era usato per indicare una festività ebraica, che si celebrava sette settimane dopo la pasqua ebraica, in coincidenza con la conclusione della messe. Era, cioè, una festa del mondo agricolo: la festa delle primizie, della mietitura del frumento e del raccolto; era il ringraziamento e, in quel giorno, come per la Pasqua e per la festa “dei tabernacoli” o “delle capanne”, gli Ebrei si recavano in pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme.
La Domenica e il Lunedì di Pentecoste sono giornate festive a tutti gli effetti civili e sono festeggiate in tutta l’Europa centrale, dalla Germania, all’Austria, alla Svizzera, al Belgio, alla Francia, all’Olanda e al Lussemburgo, con particolare rilevanza.
Il 29 aprile del 2008, é stato presentato alla Camera e al Senato della Repubblica un disegno di legge per il ripristino, anche in Italia, del Lunedì di Pentecoste quale giornata festiva su tutto il territorio nazionale.
Nel 1822 Alessandro Manzoni terminava l’ultimo degli Inni sacri “la Pentecoste”, da me studiato il 1960, nell’anno degli esami liceali della mia maturità, con un fervore intenso di cuore e di mente. Mi ha molto segnato culturalmente e spiritualmente quella poesia che canta la discesa dello Spirito Santo sulla Chiesa, gli effetti della diffusione del messaggio cristiano nel mondo, l’invocazione allo Spirito perché discenda ancora tra gli uomini. Recito spesso, ancor oggi con rinnovata fede religiosa, l’ultima strofa, che conclude:
“Tempra de’ baldi giovani / Il confidente ingegno; / reggi il viril proposito / ad infallibil segno; / adorna la canizie / di liete voglie sante; / brilla nel guardo errante / di chi sperando muor.”
All’epoca della preparazione degli esami di maturità, l’invocazione: “tempra de ’baldi giovani” era una forza rassicurante, in un’età per me ancora acerba e troppo fiduciosa in sè, perché forgiava alla moderazione il mio carattere. E ne avevo bisogno. È cosi che mi ritrovo ancora oggi, affascinato, a rimirare l’Iconostasi, la parete più sacra, quella che separa il santuario dalla navata, della Chiesa “Esaltazione Santa Croce” di San Paolo Albanese e le bellissime icone che campeggiano sui parrocchiani in preghiera.
Papàs Francesco Mele mi ha anche prestato due libri, da studiare, sulla Iconostasi, sulla teologia della bellezza e sulla teologia della luce” (Cfr.: G. Passatelli, “Iconostasi. La teologia della bellezza e della luce”, Mondatori, Milano, 2003; Pavel Nikolaevič Evdokimov, “Teologia della bellezza. L’arte dell’icona”, Edizioni Paoline, Roma, 1981).
“Le icone non sono semplici quadri e chi le dipinge non è un semplice pittore. Le icone sono immagini che intendono suscitare preghiera e contemplazione, che armonizzano arte, storia, teologia (teologia della bellezza e della luce), liturgia, spiritualità, ascesi. Le più belle icone sono della tradizione russa e bizantina”.
L’arte dell’icona rende una visione biblica della bellezza. “Il bello è lo splendore del vero”, diceva Platone. “Il vero è – per Manzoni – l’unica fonte del bello”. Al grado ultimo della sintesi, quello della Bibbia, il vero e il bene si offrono alla contemplazione, la loro vivente simbiosi segna l’integrità dell’essere e fa scaturire la bellezza.
Con questo spirito io contemplo l’icona della Pentecoste.
Tra i simboli di quelle “lingue di fuoco”, che mi avvincono, seguo da vicino, lungo le siepi che segnalano il percorso del mio quotidiano cammino, le foglioline della rosa canina. Dopo le lunghe primavere piovose e fredde, sta terminando in forma smagliante, in questi giorni, la sua fioritura. Da qui a poco, con il caldo che sta irrompendo, il fiore si spoglierà dei suoi petali e da qui a qualche mese, in estate, si trasformerà in bacche rosse.
La rosa canina, una varietà di rosa selvatica, è tra le specie spontanee più diffuse in Italia. Vegeta nei cespuglietti, nelle siepi, nei dirupi e nelle boscaglie: I suoi petali sono candidi con lobi rosei, mentre il frutto piriforme che poi matura è rosso. È un fiore che si distingue per la bellezza e soavità del profumo dei propri boccioli; ma ha il tronco e i rami pieni di spine, piccole e appuntite, che rappresentano un ostacolo per chi vuole coglierlo. Rappresenta, cioè, delicatezza e piacere, ma, al tempo stesso, anche sofferenza e dolore fisico. Gli infusi e gli estratti, ricavati con i petali del fiore, hanno, in compenso, proprietà calmanti e rilassanti.
Il nome “rosa canina” ha origine dal greco ”kynorrhodon”; i Greci la chiamavano, infatti, “rovo dei cani”, perché usavano la sua radice per curare la rabbia. La rosa canina è uno dei 38 fiori di Bach, tradizionalmente usato per trattare rassegnazione, indifferenza, apatia, abulia, noia, difficoltà nella scelta degli studi.
Annibale Formica
Appartiene alla natura mediterranea e conoscerla serve a valorizzare la nostra cultura e la nostra identità. L’identità del paesaggio è un valore rilevante nella Convenzione Europea del Paesaggio, la quale definisce il paesaggio “componente essenziale nel contesto di vita ed espressione del comune patrimonio culturale e naturale delle popolazioni”.
L’identità, inoltre, è definita “insieme di valori che forniscono significato alla vita delle persone aumentando la loro individuazione (o auto definizione) e il loro senso di appartenenza”.
Possiamo, perciò, parlare di “paesaggio identitario” per dire di un “insieme di valori insiti nel paesaggio che contribuiscono a fornire agli abitanti di un territorio il riconoscimento della propria alterità rispetto alle altre comunità rafforzandone il senso di appartenenza” (Cfr.: V.Carpitella , “Paesaggi identitari”, in Urnanistica.
Informazioni, n. 223, gennaio-febbraio 2009, INU Edizioni, Roma).

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