The Fabelmans Diretto da Steven Spielberg

Uno cineasta che in uno stesso anno produce due film radicalmente opposti, non è solo un bravo regista, ma è un genio:  quell’anno era il 1993, i film Schindler’s List e Jurassik Park. Parliamo di Steven Spielberg, 76enne compiuti il 18 dicembre scorso, in contemporanea con l’uscita del suo ultimo capolavoro The Fabelmans. Che ripercorre la sua infanzia e l’adolescenza in quella sua bella famiglia borghese di origine ebrea, in una America intollerante. Ma non è solo un film sulla sua infanzia.

Armando Lostaglio

Tutti hanno un film da raccontarsi: la propria vita, o le vite altrui. Ognuno ha un suo piccolo schermo sul quale si muovono sogni e speranze talvolta represse. I cineasti ce li fanno guardare sullo schermo. Tante le storie di bambini e adolescenti che guardano gli adulti: Fanny e Alexander di Ingmar Bergman (1982), Amarcord di Federico Fellini (1982), Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore (1988), Il nastro bianco di Michael Haneke (2009), Hugo Cabret di Martin Scorsese (2011). E Steven Spielberg, oggi, ci regala con maestria ancora un’opera toccante.

È The Fabelmans, che scandisce un sinuoso resoconto-tributo a se stesso, alla sua vocazione per il cinema scaturita nella infanzia e in adolescenza. Maestosa lezione spielberghiana su quanto si possa amare il cinema, che si introduce con un “Grazie” rivolto al pubblico che lo vede in sala, in un afflato collettivo.  Il film parte con la forza di un treno, come alle origini del cinema in L’arrivée d’un train à La Ciotat (dei Fratelli Lumiére, 1896) ma quello della sua prima visione in una sala è di Cecil B. DeMille Il più grande spettacolo del mondo, quando aveva compiuto sei anni.

Il suo alter ego nel film si chiama Sammy Fabelman (Mateo Zoryan e poi Gabriel LaBelle); a condurlo per mano fra paura e stupore sono i suoi genitori (Paul Dano e Michelle Williams, eccellenti). Gli occhi del piccolo si spalancano per la traumatica scena di un treno che investe una vettura sui binari: è una armoniosa ossessione che non smetterà di riprodurre con la sua prima cinepresa, regalo di sua madre, creativa pianista (con alto senso di ironia) ma un po’ alienata nel ruolo di madre-moglie: splendide le scene in cui suona brani classici (da Beethoven a Muzio Clementi) e danza davanti ai fari dell’auto mentre con la famiglia sono in un camping. Per Sammy inizia la sua vocazione verso le immagini, in una film carico di ellissi e di scene amatoriali, a colmare una mancanza (coi difficili rapporti familiari da borghesia ebraica, America primi anni ‘50) in quell’infanzia che il regista non ha mai smesso di tributare in molti suoi film. Spielberg elargisce poesia pura: le mani del piccolo Sammy che si fanno schermo per accogliere delicatamente le immagini da lui girate, sembra un pulcino che esce dal suo guscio. Sammy, tuttavia, nella sua famiglia (ha tre sorelline più piccole) è un po’ combattuto fra l’essere un artista o solo uno scienziato, seguire l’istinto materno o quello del padre, ingegnere in carriera.

Un binomio affettivo che fa crescere dentro di se il creativo e lo scienziato. Così Sammy userà la macchina da presa con le sorelline e gli amici: si ingegna per attuare espedienti cinematografici quando dà l’impressione che le pistole di piccoli cowboy sparino davvero. Il futuro genio di E.T. e di altri capolavori è in nuce. Ma Spielberg dà adito pure all’antisemitismo quando, in California, Sammy verrà bullizzato da due compagni di liceo ben più alti. E’ qui che diventa preponderante la forza del cinema: Sammy si prende la sua rivincita su di loro quando monta il filmato celebrativo della maturità facendo sembrare uno dei due un perdente assoluto e l’altro un esponente della razza ariana che vince una gara di atletica (come in Olympia di Leni Riefenstahl).

Il futuro artistico di Fabelman-Spielberg si spalancherà nell’incontro finale con il suo idolo, John Ford: eccezionale l’interpretazione di David Lynch. E’ una breve lezione sulla estetica che porta ad individuare l’orizzonte su una immagine. Con domande colleriche a cui risponde da solo, Ford-Lynch sembra passi il testimone ad uno dei più geniali esponenti della generazione che verrà. A soli 25 anni girerà Duel e a 30 il suo cult Lo squalo.

Eravamo a Venezia quando nel 1993 Gillo Pontecorvo gli consegnò il Leone d’oro alla carriera.

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