Christopher Nolan, il Cinema secondo Brunetta, la Mostra di Venezia

Il filosofo Martin Heidegger definiva l’interpretazione di un testo come “il dire il non detto” di quella pagina. Il concetto può essere mutuato anche al cinema e alle arti visive? Il dubbio prende laddove si concretizza l’assunto che ciò che vediamo è semplice o complessa percezione visiva. E dunque si palesa nettamente ai nostri occhi, con il filtro della luce. Tuttavia, anche l’artista il sognatore ad occhi aperti che propone allo spettatore una sua opera, riesce a non dire del Tutto quanto ha in serbo nel profondo, magari nel tentativo non riuscito di aprirsi oltre i confini della propria umanità. Lo spettatore critico osservatore eseguirà dunque uno sforzo ulteriore nella ricerca di trovare in quelle sequenze momenti più propri e contigui alla propria esperienza umana e sociale. Il filosofo tedesco ci offre spunti per una visione più ampia del nostro vissuto comunicativo e relazionale.

Il Cinema è il racconto di quello che è successo e potrebbe rimanere nascosto nel momento in cui si racconta per immagini. In ogni viso, in ogni corpo c’è una storia. Chi scrive con le parole o con le immagini, va a cercarla quella storia. Suggerisce Roberto Escobar: Così fa Bill il protagonista di “Following” di un giovane Christopher Nolan (ben prima del monumentale “Oppenheimer”), tentando di restare in superficie, di non violare la riservatezza degli uomini e delle donne che segue ed insegue. Ma si può essere buoni scrittori e buoni narratori restando in superficie? “No – risponde Nolan – scrivere con le parole o con le immagini, non è un atto neutrale, ma un coinvolgimento nella storia narrata, una discesa nelle sue “trame”. Cioè, è un entrare nei personaggi, nelle loro vite, nelle loro case, nei loro segreti. Il narratore è un ladro, uno scassinatore, che prende vita dentro di lui, e che in quelle storie finisce per essere giocato ed ingannato.”

Gian Piero Brunetta

Lo scassinatore evoca dunque l’idea di chi ruba di notte, come accade nel buio della sala: siamo infatti quegli spettatori dentro la caverna platonica; ovvero gli icononauti di quel viaggio raccontato da Gian Piero Brunetta (nel libro “Il viaggio dell’icononauta”, Marsilio, 1997). E sarà quello dei “navigatori delle immagini” cioè di coloro che sono riusciti a diffondere e interpretare con strumenti e apparecchi ottici forme e rappresentazioni di mondi reali e immaginari. Nel corso dei secoli che hanno preceduto l’invenzione dei Fratelli Lumière, quel rito di iniziazione popolare ha origini lontane nel tempo, e a partire da Leonardo, si diffonde in tutta Europa grazie agli spettacoli ottici che favoriscono la partecipazione a una pratica di viaggio statico e immaginativo i cui esiti diventano ben presto sensazionali. Si riesce a fondare una cultura visiva che raccoglie genti diverse per credo politico e religioso, lingua, cultura e appartenenza sociale. I racconti e gli spettacoli di magia luminosa iniziano infatti a modificare mentalità e modalità della visione e della percezione, creando, con la proliferazione anche di “luoghi delle immagini”, quella cittadinanza comune e quell’habitat senza i quali certo il cinema non avrebbe potuto svilupparsi. I venditori ambulanti di stampe popolari che partivano dal Trentino o i lanternisti savoiardi, i grandi illustratori degli spettacoli ci appaiono così – sostiene Brunetta – i discendenti dei narratori omerici e gli eroi di un’epopea finora mai realmente considerata, che seppe creare un forte tessuto connettivo nella storia dell’Europa moderna e stabilire un ponte tra cultura alta e popolare. Nei repertori offerti dalle lastre della lanterna magica all’invenzione della fotografia, dalla stereoscopia è possibile dunque riconoscere un humus e un giacimento di segni e simboli che hanno contribuito ad alimentare in Europa l’immaginario di milioni di persone, introducendole a quella concezione di spettacolo che il cinema ha poi saputo raccogliere e magistralmente perpetuare. Le ottanta edizioni della Mostra del Cinema di Venezia, la sua indole internazionale legata alla Biennale, hanno saputo tradurre gli interrogativi di Nolan, le certezze delle ricerche certosine (da docente) di Brunetta in un distopico alternarsi di eventi. Una distopìa, o anche anti-utopia quale descrizione o rappresentazione di una realtà immaginaria del futuro, ma prevedibile sulla base di tendenze del presente. E noi continueremo a seguirla quella Mostra sul Lido, come da diversi decenni facciamo, avvinti da quell’amore per la caverna platonica. La Mostra di Venezia resterà il riflesso del nostro tempo, capace di registrarne le ansie e appunto interpretare il divenire. Auspichiamo di tornarci con lo stesso spirito di sempre, da “allievi” in cerca di risposte.

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