Armando Lostaglio
Emilia Perez del francese Jacques Audiard è il film musical sul violento narcotrafficante messicano che diventa donna, nelle fattezze di Karla Sofia Gascon, attrice spagnola strepitosa; in questo capolavoro di linguaggi contaminati (è doppiata da Vladimir Luxuria). Film ben costruito: regia e montaggio eccellenti, per non dire della interpretazione con Zoe Saldaña e Selena Gomez, e della dirompente sceneggiatura.

Retorica del male, può darsi, ma dipende sempre da come lo si racconta e la sintassi che si adopera. Intanto, fra tematiche attualissime ed interpretazioni sublimi (oltre una decina di candidature agli Oscar 2025) è il collettivo ad imprimere un ardore politico, come accadeva nella “nostra” commedia dagli anni ’60 in poi, volta ad elevare la comunità a protagonista. In Emilia Perez anche le coreografie, i canti collettivi, la laica processione finale inducono ad una valorizzazione che fa della massa l’elemento fragoroso. Qui, una moltitudine di donne messicane porta in processione una statua della protagonista, intonando in spagnolo la melodia di Les passantes, la splendida canzone francese di Georges Brassens anni ’70, tradotta da Fabrizio De André, Le passanti. Colpo di regia, la macchina a spalla riprende lo sguardo compiaciuto di uomini che le vedono passare, fiere e unite. La colonna sonora, con la canzone Papà è semplicemente struggente: l’amore paterno, dolente sottratto come un’infelice Mrs. Doubtfire. L’individuale e il collettivo si fondono in questo film temerario: il buon cinema diventa carne, e rimane imprescindibile nell’analisi della struttura sociale in cui ogni individuo vive la sua umanità, il suo dolore. Anche fra i narcotrafficanti, anche in case lussuose, anche nella simbiosi nell’Uno: maschio e donna. Un film corale e pure profondo nella sua maestosa volontà di sapere chi siamo: anche persone a metà come Emilia Perez, che soffre, ama e reclama amore.