Armando Lostaglio
Rileggendo Piero Gobetti, nel centenario della sua scomparsa, più volte massacrato da mani fasciste, in una recente antologia (a cura di Pietro Polito) si riscontra il percorso del giovane antifascista, “il cui esito è di andare via, non perché si tratta di trovare una identità opposta a quella della italianità, bensì di rifondare.
Vedeva un Paese “immaturo, con classi dirigenti non all’altezza, e il fascismo tenuto dai poteri forti” (parlava di un secolo dopo?)

Nel gennaio del 1926 scrive una lettera al suo mentore Giustino Fortunato: «Parto per Parigi dove farò l’editore francese, ossia il mio mestiere che in Italia mi è interdetto. A Parigi non intendo fare del libellismo, o della polemica spicciola come i granduchi spodestati di Russia; vorrei fare un’opera di cultura, nel senso del liberalismo europeo e della democrazia moderna».
Il 3 febbraio del 1926, Gobetti parte da solo per Parigi: alla stazione di Genova viene a salutarlo Eugenio Montale. L’11 febbraio si ammala di bronchite, che esacerba gravemente i suoi problemi cardiaci: trasportato il 13 del mese in una clinica di Neuilly-sur-Seine, vi muore alla mezzanotte del 15 febbraio del 1926, assistito da Francesco Fausto e Francesco Saverio Nitti, da Prezzolini e da Luigi Emery. È sepolto nel cimitero parigino di Père-Lachaise. A soli 25 anni.