Armando Lostaglio
Ci sono film che passano alla storia per la loro visione globalizzante, per una narrazione nitida, per una sceneggiatura pur complessa ma resa fruibile, pur nel metateatro. E in particolare, per le interpretazioni, talmente maestose e credibili che fanno di un film un’opera d’arte.
“Andate nel bosco, andate. Se non andate nulla mai accadrà, e la vostra vita non avrà mai inizio.” È l’invito di Clarissa Pinkola Estes, psicanalista americana, che appare un incipit (inconsapevole) del capolavoro “Hamnet – Nel nome del figlio” di Chloé Zhao. Tratto dal romanzo omonimo, di Maggie O’Farrel, che ha collaborato alla sceneggiatura, il film è diretto con rara maestria da Chloé Zhao (autrice di “Nomadland”, “The Rider”). E’ la genesi dell’Amleto, scaturita dalla elaborazione del lutto per la perdita di Hamnet, il figlio 11enne del grande drammaturgo William. Il film si sviluppa in tre parti legate dal filo rosso dell’amore: per la natura (il bosco, il falco, la narrazione ancestrale della madre della protagonista, morta di parto); per l’amore coniugale della coppia, e infine quello materno, dal parto alla morte prematura del figlio gemello Hamnet, che si offre (si immola) per salvare la sorellina. E infine c’è lui, il drammaturgo più grande della storia, William Shakespeare, il suo Amleto che porta lo spettatore del grande schermo fin dentro la scena di un legnoso teatro londinese – per la prima assoluta dell’opera – insieme al popolo in massa, spettatore-protagonista come noi in poltrona. La scena finale delle mani dell’attore che tocca quelle del pubblico, diventa il manifesto dell’afflato universale, ecumenico, dell’arte con il popolo, con la comunità, con il luogo deputato a fruirne. E il cinema rientra in tale contesto storico. C’è arte scenica, dunque, alla estrema potenza, in questo capolavoro di rara intensità: interni ripresi con cromatismi caravaggeschi, il viso della protagonista che per pochi istanti (nelle scene finali dentro il teatro) rievoca addirittura la Gioconda leonardesca. C’è tanto in questo film. Forse troppo. Paul Mascal (William) e soprattutto lei, Jessica Buckley (Agnes), sono i fautori di una tragedia e una commedia al tempo stesso (che si conclude nella serenità di un sorriso, in teatro, appunto). Eccellenti anche il piccolo Jacobi Jube, e la vecchia conoscenza della maestosa Emily Watson. Scrive Vittorio Lingiardi, psicoterapeuta:”…un film sulla bellezza, la fecondità, il dolore e la potenza metamorfica di ogni creazione. Sulla forza salvifica dell’arte, quando riesce a raccogliere le lacrime di uno e poi di tutti. Un film popolare molto autoriale. Il cinema.” Un film da Oscar, se possibile. O da annali di Cinema, quello maiuscolo.
