Amarga Navidad diretto da Pedro Almodovar

Cos’è il cinema? Un gioco di specchi fra realtà e finzione?
Fra esperienza e fantasia?

Amarga Navidad

E’ pure lo stupore che prende lo spettatore alla visione dell’ultimo film di Pedro Almodovar “Amarga Navidad” (Natale amaro), per la capacità del 76enne maestro spagnolo di esplorare la crisi creativa e il blocco emotivo di un autore. Egli scava nel tormento, nella ricerca di senso e nel rapporto afflitto tra vita e arte, e fra amore e morte, nella elaborazione del lutto: una madre, un bambino, che appaiono e scompaiono in una sceneggiatura complessa quanto avvincente. Il film di Almodovar, candidato a Cannes, gioca con dolore fra l’analisi della perdita e i confini labili e obliqui fra realtà e finzione. La narrazione ruota attorno a Elsa, regista di spot pubblicitari ma anche di film d’autore senza successo, che si trova a confrontarsi con il lutto e con la necessità di riorganizzare la propria esistenza. In cerca di una pausa dalla quotidianità, si allontana da Madrid per raggiungere Lanzarote (bellissima la fotografia dell’isola) insieme a un’amica anch’ella in depressione, mentre la sua vita affettiva e professionale rimane in sospensione. Tutto rimane in una affannosa ricerca di una identità che stenta a manifestarsi, una epifania nei sentieri della vita e della fine incombente. Tra storie parallele come cerchi concentrici, fra finzione e realtà, il maestro madrileno interscambia con l’efficacia da manuale: una storia che fagogita e si nutre dell’altra. Certo, la sceneggiatura del film nel film comporta delle pause, talvolta dubbi e forse dispersioni nello spettatore, ma è nella tensione emotiva delle tematiche che l’autore insiste, nel cinema di visione e di scrittura, un meta-cinema come in altri suoi precedenti (Dolor y gloria) che Almodovar attinge e si manifesta. Crisi di ispirazione come nel felliniano “8 e mezzo”, ne “Il disprezzo” di Godard, “La passione” di Mazzacurati. Chi scrive era presente all’esordio veneziano di “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” (1988) e al Leone d’oro per “La stanza accanto” del 2024, opere sempre al femminile, genere che al regista rimane in costante evidenza drammaturgica, con il maschio sempre in ruoli di contorno. Amori complessi, omo ed etero sessualità senza alcuna difformità, nel segno della poetica e di una estetica come pochi eguali oggi. La musica (in quest’ultimo film dai toni e reminiscenze bergmaniane) e quella struggente canzone del folklore messicano “La Llorona” nel dolore più tragico di una madre per la perdita dei piccoli: l’impeto che impone sopravvivenza. È questo e altro Pedro Almodovar, autore geniale quanto controverso, mentre esalta il Cinema, con un cast appropriato e credibile: Barbara Lennie è Elsa, la protagonista; Leonardo Sbaraglia argentino è Raul il regista in crisi di creatività (era giovanissimo ne “La notte delle matite spezzate”, un cult); Aitana Sànchez-Gijon è Monica e Victoria Luengo è Patricia.
È nella distinzione fra fatto e finzione, dunque, il cardine narrativo di Almodovar, che lascia lo spettatore nello stupore e nella ricerca di carpire che siamo.

Commenta

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi