La letteratura del viaggio

In un interessante libro sui viaggiatori, intitolato “Abroad” (All’esterno), Paul Fussell, l’autore, interrogandosi sulla parola francese travaille e su quella inglese travel, cioè viaggio nella nostra lingua, afferma che il viaggiatore è colui che per muoversi da un luogo ad un altro sopporta un travail, cioè un lavoro: parola derivante dal latino tripalium che, tradotto in italiano, significa strumento di tortura, di sofferenza.

Da questa premessa si deduce che il viaggio non è solo una occasione di evasione ma, anche, una occasione di fatica, di sicuro disagio fisico da parte di chi si mette in cammino.

A partire dal ‘700 per viaggiare all’esterno le condizioni non erano delle più favorevoli per la preoccupazione di poter incorrere in percorsi pericolosi e disagevoli. Pertanto era sconsigliato partire anche per la mancanza di un minimo di sicurezza che potesse garantire la incolumità fisica di chiunque.

Solo verso la fine del’700 i viaggiatori cominciano a spingersi verso località meno conosciute e primitive per il forte desiderio di entrare in contatto con la natura selvaggia e incontaminata ivi esistente.

All’inizio dell’800 non sono più soltanto gli aristocratici ed i ricchi borghesi che viaggiano; ad essi si aggiungono giovani letterati, scienziati e giornalisti che cominciano ad analizzare anche la realtà quotidiana, la topografia, le tradizioni socio-economiche, dando luogo ad una produzione molto più composita nel campo del sapere.

Chi si avvantaggia del forte desiderio di andare oltre, di sfidare l’incognito, è il viaggiatore che materializza, al di fuori della fantasia, la sete di avventura trasferita in moltissime esperienze e testimonianze letterarie.

La letteratura del viaggio in pieno Romanticismo diventa una moda negli ambienti culturali e nel mercato del libro.

La conferma è data dalla produzione delle case editrici e dai critici letterari che considerano giustamente la travel literature non un sottoprodotto della cultura tradizionale bensì un filone nuovo che aiuta a scoprire, sotto l’aspetto cognitivo, orizzonti nuovi nel campo delle conoscenze scolastiche e della formazione individuale in generale.

Intere generazioni scoprono così e si avvicinano alla lettura dei libri di viaggio, comunemente definiti romanzi di avventure, dove si imbattono, restandone ammaliati, nella fantasia di Emilio Salgari che fa di SandoKan il suo mito, nella satira sociale di Jonhatan Swift con “I viaggi di Gulliver”, nella inverosimile capacità di sopravvivenza di “Robinson Crosue” a cura di Daniel Defoe, nella cinica vendetta de “Il conte di Montecristo” di Alexsandre Dumas o nelle peculiarità di altri romanzi che infittiscono con le loro storie, ulteriormente, la travel literature.

Per carità di patria non vanno dimenticati “La Divina commedia” di Dante Alighieri, “Il milione” di Marco Polo, l’ “Odissea” di Omero e “Il giro del mondo in 80 giorni” di Giulio Verne che raccontano, con largo anticipo, le emozioni, le virtù e i difetti dell’essere umano nel corso dei tempi.

Chi rende plastico il significato del viaggio, ci piace ricordarlo, è Jorge Luis Borges quando afferma: “Il viaggio è il pentagramma della conoscenza, il rollino di marcia della mente, dell’intelletto, che si interroga sulla natura delle cose e cerca di darsi una o più risposte in relazione alle impressioni riportate dall’osservazione compiuta da due o più punti prospettici”.

Nel corso di questo excursus abbiamo notato che il libro di viaggio muta genere in base alla trama che l’autore più evidenzia: per questo diciamo che Swift ha scritto un testo satirico sulla società inglese, invece Dumas racconta, in chiave biografica, l’avventura del giovane Edmond Dantes alla ricerca della sua personale rivincita. Due romanzi di viaggio, dunque, differenti per fini e linguaggio.

Alla luce di questo paragone, ben altri romanzi di viaggio ci piace catalogare e, per il solo gusto di farlo, chiamiamo in causa taluni scrittori che hanno fatto del viaggio il loro originale cavallo di battaglia.

Wolfang Goethe. Lo scrittore tedesco, autore de “Viaggio in Italia” pubblica in due volumi il resoconto di un tour, fatto per spirito di evasione, nella nostra penisola tra il settembre 1786 e il 18 giugno del 1788.

Goethe imprime una svolta al modo di raccontare le storie di un viaggio, rendendosi – come autore – invisibile e accogliendo in sè le virtù artistiche e naturali dei luoghi visti nella loro oggettività.

L’ego, ad esempio, tanto esaltato da Stern e da Lord Byron, da Goethe viene sfumato, così pure le forzate emozioni che, invece, abbondano nel Grand Tour.

Wolfang Goethe nel suo “Viaggio in Italia”, asserisce: “eccomi ora a Roma… Tutti i sogni della mia giovinezza ora li vedo vivi… Tutto è come lo immaginavo, e tutto è nuovo. Altrettanto posso dire delle mie osservazioni e delle mie idee. Non ho avuto nemmeno un pensiero completamente nuovo, non ho trovato nulla di completamente estraneo a me, ma i pensieri antichi mi sono diventati così precisi, così vivi, così concatenati l’un l’altro, che veramente possono passare per nuovi. Tutti questi tesori non li porterò con me a vantaggio mio soltanto … e perchè possano servire per tutta la vita, a me e ad altri, di guida e di sprone”.

Francesco Vettori. Ozioso ambasciatore della Repubblica fiorentina del 1400, trascorre le sue giornate tra bettole ed osterie, facendosi raccontare dai viandanti che incontra esperienze di vita o novelle tramandate.

Vettori le raccoglie in un agevole diario, intitolato “Viaggio di Alamagna”.

Le sue sono storie di gente di malaffare e di mariti traditi che per recuperare l’orgoglio perduto ricorrono a qualsiasi azione pur di vedersi socialmente riabilitati.

Lo stile che usa è graffiante ed ironico e, per certi versi, anticipa alcuni temi che saranno il cavallo di battaglia di Laurence Stern.

Di diversa natura è il viaggio di Laurence Stern. Parroco protestante che, da amante volubile, ama vivere in compagnia di donne leggere e graziose. Stern nel “Sentimental Journey” (1768) afferma: “ed io mi persuasi subito che quella donna fosse una delle creature predilette della Natura, tuttavia, non ci pensai più, e attesi a scrivere il mio proemio. Nel nostro incontro… io sentivo intorno alla sua persona tale voluttuosa arrendevolezza che confortò di dolcissima calma tutti i miei spiriti… Dio mio! Oh come un uomo condurrebbe si fatta creatura intorno al globo con sè”.

 

Con Stern, il viaggio sentimentale si diffonde dappertutto e, in Italia, seppure a distanza di molti anni dalla sua prima pubblicazione, trova nuovi imitatori, tra cui Italo Svevo.

Svevo pubblica il suo “Corto viaggio sentimentale” dove rappresenta le insidie che si annidano in un menage familiare stantio, dal quale bisogna necessariamente scappare se non si vuole essere sopraffatto o addirittura travolto. Che sia Londra o Trieste, la via di fuga, non ha alcuna importanza, la cosa giusta da fare è allontanarsi, di tanto in tanto, dalle mura domestiche per ritrovare se stessi.

Herman Melville. E’ precursore del viaggio autobiografico. In “Moby Dick” (1851), il suo capolavoro, lo scrittore è alla perenne ricerca delle sue verità e, forte di questa convinzione, girovagando per mari sperduti, impiega le sue facoltà per la scoperta di una dimensione spirituale senza limiti e frontiere.

Per capire fino in fondo Melville è necessario psicanalizzare la controversa personalità del protagonista del suo libro, capitano Ahab, a volte ossessivo, sempre egoista, provatamente temerario fino all’estremo delle sue umane possibilità.

 

Ora il Grand Tour. Dove l’Abate di Saint Non, nella prefazione del terzo volume del “Voyage Pittoresque” del 1788, così si esprime: “Il nostro viaggio formativo si limiterà praticamente al circuito marittimo di questa parte dell’Italia, perché tutte le città che i Greci fondarono una volta in questo paese, queste colonie allora così fiorenti delle quali andremo a ricercare e a disegnare i pochi avanzi che sussistono ancora, erano tutte situate sul litorale”.

Nel suo “Viaggio in Basilicata” (1847), invece, Edward Lear si limita ad osservare e illustrare le chiese e i conventi disseminati qui e là nei sobborghi; le case affollate e le solenni guglie del centro abitato; il castello di Melfi degno dei migliori quadri di Poussin, con la bella torre laterale che domina l’intera scena: non è facile trovare tanti elementi suggestivi in uno spazio così’ limitato, nemmeno in Italia”.

Boris Pasternak, scrittore russo, è sicuramente il precursore più attendibile del romanzo politico dove per salvare la libertà dell’arte e del pensiero si mette in contrasto con il potere costituito.

Nel suo romanzo “Il dottor Zivago” (1930), Pasternak racconta la vita travagliata di un medico, appassionato di scrittura, che per realizzare il suo sogno d’amore si vede sballottato da un capo all’altro della Russia, falcidiata da guerre civili di una simile durezza: “voi qui nel bosco non sapete nulla. Ma in città si piange. Arroventano il ferro con gli uomini vivi. Scuoiano la gente a strisce Ti trascinano per la collottola chissà dove, nessuno lo sa, ti mettono al buio. Dentro ci sono più di quaranta persone mezze vestite …”.

La sua narrativa, così improduttiva ai fini della propaganda del regime, non lo mette mai in buona luce, nonostante ciò va avanti lungo la propria strada consapevole com’è di trasmettere il proprio messaggio di verità all’umanità intera.

Con Pasternak si conclude la nostra rassegna. Però, prima, è nostra intenzione fare alcune considerazioni di carattere generale sulla complessità della travel literature.

Abbiamo notato che l’arte e la natura sono i capisaldi di molta parte dei romanzi prescelti, in modo particolare del viaggio di evasione e di quello illustrativo.

Non abbiamo notato, invece, in essi una particolare attenzione per l’uomo, pur sempre presente nella trama, ma collocato in una posizione alquanto sfumata, per non dire irrilevante.

Gaetano Fierro
Gaetano Fierro

La presenza dell’uomo, invece, viene fatta propria dal viaggio sentimentale e da quello biografico dove il ruolo dell’uomo è essenziale e ben definito nella struttura del racconto.

Su questa scia si colloca il viaggio politico che rimette al centro l’uomo, con le sue problematiche, le sue speranze.

E’ l’uomo il vero protagonista, il motore che spinge e accompagna il corso della storia con le sue rinunce e con le sue certezze.

In conclusione, possiamo affermare che la letteratura del viaggio è lo strumento più pratico che ti fa conoscere e ritenere che l’umanità, in qualsiasi contesto essa si esprima, ha gli stessi sogni, le stesse speranze e le medesime tribolazioni.

Johann Wolfgang von Goethe ritratto a Roma

Johann Wolfgang von Goethe

 

CIRCOLO ANGILLA VECCHIA

POTENZA

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