Addio a Franco Baresi, visione di gioco ed eleganza

Avevo scritto tempo fa che il grande regista tedesco Werner Herzog lo ammirava per l’eleganza e il rispetto umano sul campo e fuori. Il senso dello spazio e il dominio del ruolo. Era quello del Libero, figura ormai scomparsa anche nel lessico, il calciatore un po’ più avanti del portiere.
Personalità incancellabile, come lui Scirea e pochi altri.

I due Capitani di Napoli e Milan, i fuoriclasse Maradona e Baresi

Buon viaggio, su un nuovo campo, capitano dalle 700 e più partite con la stessa maglia, quella rossonera dipinta sul petto. Le sue lacrime: quando il suo rigore calciato alle stelle (come pure Baggio) perdendo la Coppa del mondo contro un Brasile (alla portata), danno il senso dell’uomo e della sua appartenenza ad una maglia, della identità che sconfina nell’amore dei tifosi.
Sovviene lo scrittore argentino Osvaldo Soriano, origini italiane, che scriveva del calcio: “lo sport popolare per eccellenza, che non esigeva denaro e si poteva giocare senza null’altro che la pura voglia.” La voglia di giocare o di stare al gioco, disegnare geometrie sulle traiettorie di un pallone, calciato sul campo verde oppure polveroso.
Amare il calcio che è metafora della vita: gioco di squadra in 11 ma poi è il talento del singolo a fare la differenza, come il gesto atletico, l’elegante di Franco Baresi. Del calcio hanno scritto filosofi come Sartre, poeti come Borges e Gatto: il calcio rituale e religione, appassionava Pasolini che giocava benissimo da ala.
Il regista Werner Herzog, dicevamo, idealizza la bellezza del gioco nelle movenze e l’autorevolezza di Franco Baresi, il Libero come si chiamava un tempo, come lo erano Scirea, Wilson il laziale, Cera Picchi e Castano.
Con il filosofo Edilberto Coutinho sforiamo l’antropologia e la politica: “Il calcio se ben praticato è forza di popolo. I dittatori passano sempre, ma un gol di Garrincha è un momento eterno che non lo dimentica nessuno”. Lo stupore di Pele’ nella finale messicana del ’70 mentre ammirare Gigi Riva elevarsi di testa e colpire il pallone nel cielo.
In tutto, va l’omaggio ideale di due giovani di Muro Lucano, Juan e Teodoro Farenga che, emigrati in Argentina, 120 anni fa fondarono il Boca Junior, dove giocò il più grande attaccante di sempre: Diego Armando Maradona.

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