Ritorno a Buenos Aires, film di Marco Bechis, in concorso a Venezia 83.ma Mostra

Marco Bechis dirige con caparbia memoria “Ritorno a Buenos Aires”. Meritava un riconoscimento

Sovviene un verso dello scrittore Emil Cioran alla visione del film di Marco Bechis “Ritorno a Buenos Aires” (in concorso a Venezia): “Avremmo dovuto essere dispensati dal trascinare un corpo. Bastava il fardello dell’io”. Il corpo è la memoria in questo duro film, un capolavoro, necessario. Resta un appello contro le guerre, i soprusi, le violenze del potere e i suoi residui. Se c’è una scena fra le molte viste alla 83.ma Mostra di Venezia, quella che più resta è la sequenza della sodomia del tutto inaspettata del carceriere nei confronti di un giovane detenuto, nel lager Garage Olimpo. Il corpo quale memoria e luogo incancellabile di soprusi e di violenza. L’inconveniente di essere nati, scrive Cioran. Nel film du Bechis Mariano Guerra è intensamente interpretato da Adriano Giannini (fra le sue migliori interpretazioni); egli ritorna in Argentina dopo trent’anni. Deve testimoniare contro i carnefici che uccisero migliaia di oppositori al regime fascista degli anni ‘70.


Migliaia i desaparecidos, cui il giovane è stato testimone scomodo, delatore suo malgrado, al costo di venirgli risparmiata la vita. Il ritorno rappresenta un rivivere la memoria più untuosa, più dolorosa. Siamo nel 2008 e Mariano, che vive da trent’anni a Torino, fa ritorno. Quel viaggio lo costringe a confrontarsi con una prigionia che non si è mai realmente conclusa. La memoria non emerge attraverso ricordi ordinati, ma si manifesta nei tremori, negli incubi, nella sua scontrosa presenza, nelle paurose esitazioni. Il corpo conserva ciò che la mente tenta di allontanare. Sequenze pure significative mostrano Mariano mentre conta i passi, cammina e tocca i muri del lager, uno dei tanti che il democratico Occidente fingeva di non vedere in quegli anni in
Sudamerica. Mariano indica alla figlia di una vittima il luogo in cui sua madre era stata imprigionata, e poi mandata a morire in mare aperto lanciata dagli aerei. Lo spazio diventa costrizione e pure strumento di testimonianza, fisica quanto orrenda. Il passato continua ad abitare il protagonista, modificando il suo rapporto con sé stesso e con il mondo. Pesa il senso di colpa del sopravvissuto, come in Primo Levi. Mariano si trascina il corpo, porta nel profondo una domanda dolorosa: perché lui è sopravvissuto mentre altri sono scomparsi? La libertà fisica non coincide necessariamente con quella interiore. L’esperienza personale dello stesso Bechis influenza la ferrea narrazione. Il regista lo aveva fatto proprio con il film (pure presentato a Venezia nel 1999) Garage Olimpo e nel 2002 con Figli/Hijos, sulla tragedia dei bambini inghiottiti in quella atroce dittatura. La tortura ha lasciato conseguenze nella sua identità, nella sessualità e nella capacità di
riconciliarsi con la propria storia. Il cinema è individuale; è luogo sociale; è politica. Bechis lo fa benissimo: si è sempre in tempo per parlare di regimi che annientano la personalità; in Argentina si è fatto scempio di una intera generazione.

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