Annibale Formica
Quando, cinque secoli fa, gli Arbëreshë e Shën Paljit sono arrivati nella Valle del Sarmento, si sono fermati, in un primo momento, ka Mënuli e, poi, sono saliti più su e hanno cominciato a costruire le loro prime dimore alle pendici del Monte Carnara. Hanno trovato qui il mandorlo, che i monaci basiliani avevano portato secoli prima dall’oriente, e se ne sono presi particolare cura.
Un nostro compaesano, che ha studiato e ha a cuore la storia del mandorlo, ci ha testimoniato la sua esperienza, confermandoci che a San Paolo Albanese “la coltivazione promiscua del mandorlo” è antica.
Nei racconti degli anziani del paese era detto che la fioritura precoce nei mesi di gennaio e febbraio dava ai contadini, agli agricoltori una spinta psicologica a resistere e superare le inclemenze climatiche dell’inverno.
Insieme alle noci, alle pere e ai fichi secchi, la produzione delle mandorle, rappresentava una ottima scorta alimentare per le famiglie e per i ragazzi che, durante l’inverno, quando portavano il bestiame al pascolo, erano soliti mettere nella bisaccia, per colazione, insieme al pane e ad altri cibi, anche noci e mandorle. Racconta il nostro compaesano che, in occasione della vendita di un terreno, nel 1954, la proprietaria si era premurata di raccomandare a suo padre, il compratore, di “non tagliare mai il mandorlo che era radicato presso la vecchia abitazione”. Quel mandorlo, ancora oggi, è lì a “ricordare il legame affettivo che l’anziana proprietaria servava per il mandorlo”.
Quasi tutte le famiglie di San Paolo Albanese, dai terreni a ridosso del Sarmento, a 500 metri, fino ai terreni attorno al paese, a 800 metri, hanno piantato e coltivato mandorli. Anche se, oggi, in gran parte, ormai, abbandonati e aggrediti dal vischio, si vanno estinguendo, ne rimangono, tuttavia, molti esemplari ancora vivissimi e vegeti, tra questi i vecchi mandorli, nell’area attrezzata ka sheshi.
Nell’ultima settimana di gennaio, nei cosiddetti giorni della merla, nelle luminose e limpide giornate di sole, dal vecchio muretto in pietra della via Smilari, che si affaccia sulla vallata del Sarmento, fino a pochi decenni fa, si apriva uno scenario di mandorli fioriti.
Quel vecchio muretto, in passato, era un frequentatissimo luogo di incontro della comunità, dove i giovani si ritrovavano, specialmente nelle notti d’estate, a parlar di sé stessi, di fatti privati e pubblici, di rapporti umani, di condizioni esistenziali, che segnavano la loro vita in paese e fuori.
Era anche il posto base per le scorrerie notturne di quelli che saltavano giù per andare a raccogliere le mandorle ancora verdi.
Fino a notte fonda, poi, su quel muretto si ripeteva il battere, cadenzato e ossessivo, dei sassi per spaccare il duro guscio legnoso e mangiare le tenere e gustose mandorle in esso custodite.
Quei mandorli danno a San Paolo Albanese una immagine molto rappresentativa dell’identità del territorio e della comunità, che l’ha abitato, del paesaggio rurale di interesse storico, dove si riscoprono, oltre a specie di piante che rischiano di finire dimenticate, i tempi e i cicli della natura.I mandorli piantati in questi terreni aridi, argillosi, su rocce di galestro dai nostri nonni sono tracce del loro vissuto in simbiosi con la terra che coltivavano.
E i loro fiori sono i simboli della speranza; sono i segnali della rinascita, di cui parla il profeta Geremia, nella Bibbia.
Il mandorlo (Prunus dulcis) ha origini asiatiche.
LÈ arrivato, grazie ai Fenici, nel V secolo per prima in Sicilia, dove ha trovato il suo habitat ideale.
Del prezioso e affascinante mandorlo si ha testimonianza dall’età del bronzo.
I suoi frutti sono stati ritrovati nella tomba di Tutankamon in Egitto, intorno al 1325 a.C..
Grazie al clima mite, il mandorlo è molto diffuso nel bacino del Mediterraneo. Albero longevo, raggiunge altezze anche di 10-12 metri. Per la sua coltivazione sono preferite zone soleggiate, arieggiate, poco ventose e, possibilmente, riparate da un muro che, nel periodo invernale, possa riflettere un pò di calore sui rami e sui fiori.
I fiori del mandorlo sono i primi a sbocciare.
Nel testo biblico dell’Ecclesiaste, sono l’emblema dello scorrere della vita fino all’invecchiamento.
Gli antichi greci nella loro mitologia attribuivano al mandorlo il significato di speranza e di costanza.
Le mandorle erano considerate divine perché protettrici della “verità” custodita nel loro guscio.
Albero bellissimo e dal profondo significato, il mandorlo fiorisce in nome dell’amore ed è simbolo di rinascita, di speranza, di ritorno della natura alla vita.
Resiste bene sia al caldo siccitoso sia al freddo e possiede, tra le sue tante virtù, la longevità.
Le mandorle dolci possono essere consumate crude; essiccate e tostate, sono utilizzate per fare dolciumi, confetti e pasta di mandorle.
Preziose in medicina e in cosmesi, forniscono un olio per idratare, lenire, ammorbidire la pelle e a rassodarla.
I frutti sono costituiti da una buccia esterna verde, da un guscio legnoso molto duro e dalla mandorla. Si raccolgono a fine estate, quando, a maturità, il guscio si libera spontaneamente della buccia.
Si conservano in un luogo asciutto per alcuni mesi e sono pronti per la preparazione dei tradizionali dolci natalizi.
Il mandorlo in fiore è una bellezza senza tempo che ha sempre attratto gli sguardi ammirati di grandi artisti, come Van Gogh nel suo dipinto, del 1890,
“il ramo di mandorlo in fiore”.
Quest’opera, dando l’idea di un’imminente primavera, sembra la metafora di un miracolo che ogni anno si rinnova, dando il via alla ripresa della vita e ai desideri di rinascita e di speranza.
La bellezza del ramo fiorito in natura, purtroppo, dura poco. Grazie a Van Gogh e a quest’opera, in particolare, la sua fioritura, però, rimane un dono eterno.
Quando parliamo del mandorlo in fiore, inoltre, va ricordata anche l’antica leggenda che ne esalta il suo fascino.
Ovidio nelle “Metamorfosi”, parla della fioritura del mandorlo come il commovente incontro d’amore tra la principessa greca Fillide e Acamante, figlio di Teseo, partito per la guerra di Troia.
Fillide dopo dieci anni di attesa del suo amato, credendolo caduto in guerra, muore per il dolore.
Atena, decide di trasformare Fillide in un mandorlo, simbolo di quella speranza che l’ha tenuta in vita.
Acamante, ancora vivo, venuto a conoscenza dell’accaduto, disperato abbraccia il mandorlo che, assorbito quell’amore, regala al suo amato dei fiori profumati invece delle foglie.
Questo amore senza tempo continua a rinnovarsi ogni anno con la prima fioritura dei boccioli.


